Uno “Divertirsi e giocare”; due “Fare sport”; tre “Beneficiare di un ambiente sano”; quattro “Essere circondato e allenato da persone competenti”; cinque “Seguire allenamenti adeguati ai suoi ritmi”; sei “Misurarsi con giovani che abbiano le sue stesse possibilità di successo”; sette “Partecipare a competizioni adeguate alla sua età”; otto “Praticare sport in assoluta sicurezza”; nove “Avere i giusti tempi di riposo”; dieci “Partecipare e giocare senza necessariamente essere un campione”. Sono tutti i punti previsti dalla “Carta dei diritti dei ragazzi allo sport”, approvata nel 1992 dalla Commissione Tempo Libero dell’Onu. Da allora sono passati diciassette anni ma, soprattutto per quanto riguarda il calcio, sembra spesso che non sia trascorso nemmeno un minuto, tanto poco cammino si è fatto in questa direzione. Cerchiamo di capire perché.
Ventotto su cento
“Uno su mille ce la fa” cantava Gianni Morandi. Nel calcio va un pochino peggio perché, come rammenta un’indagine dell’Eurispes, in Italia solo un piccolo calciatore su millecinquantanove riesce ad approdare al professionismo di Serie A. Nulla di preoccupante, finché non lo colleghiamo a un altro dato segnalato nell’ultimo Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia, dove lo stesso Eurispes e Telefono Azzurro spiegano che oltre il 28% degli italiani compresi fra i 7 e i 22 anni sogna di fare da grande il calciatore della Nazionale. Ventotto su cento significa 280 su mille, per cui bisognerebbe pensare che, statistiche alla mano, per ogni nuovo tesserato nel massimo campionato di calcio si devono contare alle sue spalle 279 giovanotti frustrati e infelici. Non sarà esattamente così, anche se il volume occupato dal pallone nelle aspirazioni dei ragazzi italiani rimane ingombrante. A questo proposito Lucia Castelli, docente di Scienze della Formazione all’Università Bicocca di Milano, nonché psicopedagogista delle squadre giovanili dell’Atalanta, ha qualcosa da dire. “L’Italia, oltre che di campioni, ha bisogno di cittadini attivi dal punto di vista fisico per prevenire malattie e malesseri psichici. Siamo campioni del mondo di calcio, ma il 70% degli italiani è sedentaria – dichiara in un’intervista pubblicata sul raccomandabile sito EduCalcio -. Perciò consiglio alle famiglie di scegliere una società che espliciti la propria identità, che si presenti dicendo da chi è costituita, come è organizzata, e quali obiettivi educativi, agonistici, tecnici persegue. I genitori dovrebbero interrogarsi e riflettere, perché non sempre le loro aspettative sono commisurate alle reali attitudini del figlio. Infine mi piace ricordare che lo sport scelto dal figlio appartiene a lui, e non al genitore”.
Papà, lascia perdere!
Magari fossero parole superflue. Un qualsiasi fine settimana trascorso in giro per i campi dei tornei giovanili fornisce un quadro molto lontano dagli auspici della professoressa Castelli. I problemi nascono notoriamente fra i genitori, più che tra i figli. I famosi papà e mamma ultras che passano tutta la partita a minacciare l’arbitro, insultare gli avversari, contestare l’allenatore e, in certi casi, dileggiare i propri ragazzi come fossero dei pagati professionisti, “colpevoli” di venir meno a chissà quale impegno contrattuale. Secondo una ricerca pubblicata dall’americano Journal of Applied and Social Psychology, il 50% dei genitori si innervosisce pesantemente durante una partita dei figli, e il 20 arriva a esprimere in modo violento il proprio disappunto. Ipotizzando che questi familiari-spettatori siano uniformemente distribuiti fra tutti i campi dove si gioca, una partita su cinque diventa a rischio. Eccoci al punto decisivo. C’è chi accetta una tale inciviltà e, se è il caso, la subisce. E chi invece dice no nel modo più convinto e, all’occorrenza, spettacolare. Ma nessuno può dire questo no con la stessa autorevolezza delle società sportive. Club come il Ponte a Elsa, provincia di Firenze, che un anno fa ha proclamato una domenica di sciopero di tutte e tre le squadre Pulcini, in segno di protesta contro le ripetute manifestazioni di intolleranza di cui erano protagonisti padri e madri a bordo campo. In quel caso esemplare i dirigenti seppero trovare un naturale accordo con i loro giovanissimi tesserati, dagli otto anni in su, per dire basta a un intollerabile malcostume. Proprio perché, riprendendo le parole della psicopedagogista, si tratta di una società sana, la cui attività giovanile è impostata su principi etici, e non solo su budget aziendali. Purtroppo – e di nuovo tocca parlare di adulti – anche chi gestisce le squadre ha le sue gravi responsabilità. Lo sanno molto bene le famiglie che, per qualche motivo, hanno provato a richiedere il cartellino del figlio Pulcino o Esordiente, trovandosi davanti l’odioso no di chi manda avanti società di quartiere con l’occhio rivolto al calciomercato e non ai bisogni, di esercizio fisico e cultura sportiva, espressi dalla propria comunità. È in questo ambiente che trova non “cultura”, ma “brodo di coltura”, tutta quella stravagante umanità di sedicenti procuratori e cacciatori di talenti pronti a molto, se non a tutto, pur di accaparrarsi il futuro di potenziali campioncini, intravisti una domenica mattina su un campetto della provincia.
Un calcio al gioco
Anche il Pallone d’Oro Roberto Baggio, il più forte calciatore italiano degli ultimi trent’anni, era uno di quei talentuosi e irresistibili ragazzini che seminano avversari come birilli, e chiudono lo slalom con un “cucchiaio” messo alle spalle del portiere. La sua fortuna è stata essere scoperto non da un affarista del pallone – all’epoca ne giravano ancora pochi del livello attuale – ma da un infermiere della sua Caldogno, un vicino di casa che nel modo più disinteressato lo segnalò al Vicenza, dando così il via a una carriera scritta nel grande Libro del Calcio. Oggi Baggio, che con il mondo del pallone ha tagliato quasi ogni ponte, salvo quello dell’amicizia - come si è visto nella partita benefica a favore dell’ex collega Borgonovo malato di Sla - può solo sottoscrivere quel decalogo di diritti sanciti dall’Onu utilizzato come punto di partenza. Divertimento, ambiente sano e persone competenti hanno rappresentato l’humus dove le sue doti hanno trovato l’unico alimento giusto per una piena maturazione. Vengono i brividi a pensare cosa sarebbe stato di Roberto se fosse finito nelle mani di chi ai nostri giorni riempie di regali non solo i minicalciatori – soprattutto scarpe da calcio e telefonini - ma anche i loro familiari, pur di ottenere contratti di esclusiva sullo sfruttamento di ragazzini sottratti al gioco, e consegnati al business. “Il problema - rivelano all’Associazione Calciatori, il sindacato italiano dei professionisti del pallone - è ricevere telefonate da genitori che, invece di denunciare casi del genere, ci chiedono come mettersi in contatto con qualcuno capace di far fruttare il talento di casa”. D’altra parte, quando, in piena crisi economica, i media raccontano di un Manchester City disposto a pagare a Kakà uno stipendio da 55mila euro al giorno, tutto ciò ha un suo tristissimo senso. Spetta a ognuno di noi ricordare come all’articolo uno della Carta dell’Onu si legga “Divertirsi e giocare”. Parole che danno invece senso non a un contratto miliardario, ma a molto di più. A un dono inestimabile, chiamato Infanzia.
Stefano Ferrio |