In questo numero
IL NARCOTRAFFICO di Cristina Siccardi

La droga, il denaro e la geostrategia



Droga e potere
Il traffico di stupefacenti, noto come narcotraffico (da «narco», abbreviazione di narcotico, che indica ogni tipo di stupefacente, cioè ogni sostanza tossica, che agisce sul sistema nervoso, alterando l’equilibrio psicofisico), risponde solo a criteri economici o ha anche riflessi sui rapporti di forza a livello internazionale (geostrategia)? Le logiche che presiedono al traffico di droga sono indirizzate unicamente alla massimizzazione dei profitti oppure si inseriscono nei rapporti di forza, che regolano le relazioni internazionali? E, se questo commercio ha rapporti con gli assetti geopolitici del pianeta, in che modo li influenza e/o ne è influenzato?
Il traffico internazionale di droga ha come sua finalità immediata, il denaro. Coloro che vi si dedicano sono mossi da obiettivi di arricchimento personale e le ideologie, con cui, talora, ammantano la loro azione, quando esistono, non sono altro che coperture. Questo, però, nulla toglie al fatto che, quando questo commercio assume grandi dimensioni, a livello locale o planetario, per questo si inserisce a pieno titolo nelle relazioni internazionali, influenzandole ed essendone influenzato: i trafficanti tendono a massimizzare i profitti e, per ciò, a sottrarsi ad ogni logica geostrategica, mentre gli attori del gioco internazionale includono il traffico nella dinamica dei loro rapporti di forza. Si comprende come gli interessi dei trafficanti e quelli delle potenze internazionali possono momentaneamente e parzialmente coincidere, ma conservano sempre una loro irriducibile divergenza: il desiderio di assoggettamento a logiche politiche è inaccettabile per chi mira unicamente al vantaggio economico, in quanto crea delle rigidità che impediscono la massimizzazione dei profitti; e, parallelamente, la pura logica del guadagno è incompatibile con il disegno di creare una propria egemonia o, anche solo, con quello di liberarsi da quella altrui.

Il principio dell’Impero
Il primo caso rilevante di uso geostrategico degli stupefacenti sono le Guerre dell’Oppio, con cui la Gran Bretagna utilizzò la droga per indebolire la Cina ed assoggettarla. In questo caso, i trafficanti erano troppo deboli per pensare di poter perseguire i propri interessi in maniera completamente autonoma; la loro stessa sopravvivenza era legata alla tolleranza prima ed alla protezione poi del governo inglese; ricordiamo che la coltivazione di oppio era legale nell’India britannica, ma ne veniva represso il commercio: tanto come dire che si poteva esportare la droga, contaminando nazioni straniere, ma non ne si poteva infettare l’Impero. Nei disegni britannici, gli stupefacenti erano già a tutti gli effetti nel XVIII secolo un’arma di penetrazione politica, poiché era evidente che il mercato di sbocco, una volta chiusa la via dell’India, era e poteva solo essere la Cina. Già la legislazione di Londra nel subcontinente indiano in tema di droga era una larvata dichiarazione di guerra alla Cina, unica potenza in grado di contrastare la sua espansione in Asia. Ecco che i trafficanti dovettero accontentarsi del ruolo di comprimari: potevano guadagnare e lautamente, contando, per di più, sulla protezione imperiale, ma non potevano massimizzare i loro profitti, ad esempio, smerciando oppio in India. È un ruolo questo che assumeranno molte volte, soprattutto di fronte a potenze planetarie al massimo del loro fulgore e quando non saranno in grado di controllare un territorio sufficientemente vasto da permettere loro un ruolo indipendente.

La crisi morale dei governi
Con il venir meno del rigore etico nelle classi dirigenti occidentali, caratteristico dell’Otto­cen­to e della sua prima metà in maniera particolare, il consumo di stupefacenti cominciò ad intaccare le élites di questa parte del mondo, soprattutto quelle che avevano la presunzione di incarnare un modo intellettualmente evoluto di vivere e di intendere la vita, si pensi, ad esempio, ai Poètes maudits, in Francia, o agli Scapigliati, in Italia. In quei contesti la sostanza con cui principalmente di desiderava devastare il proprio fisico e la propria psiche era l’assenzio (distillato ad alta gradazione alcolica all'aroma di anice derivato da erbe), che, però, poco e male si prestava al traffico, in quanto, di fatto, era un distillato come tanti, e, poi, perché la sua reperibilità era facile. È con il passaggio del laudano dal campo medico a quello degli stravizi che, di fatto, la tossicodipendenza, in una forma paragonabile a quella che consociamo oggi, fa la sua comparsa in Occidente. Il passaggio,poi, dal laudano alla morfina fu tristemente facile. Gli oppiacei, sostanze o preparati che contengono oppio o suoi derivati, iniziano gradualmente a devastare l’Occidente, come avevano fatto in Cina.
Per una terribile condanna storica, quello che era stato il più potente strumento dell’espansione occidentale nel mondo ed in Asia, in particolare, stava diventando fattore di corruzione della solidità etica, politica e sociale dell’erede della Respublica christiana. L’oppio ed i suoi derivati stavano assestando un colpo durissimo alle potenze del mondo libero e rischiavano di minarne la stessa sopravvivenza.
Con il crescere dei consumi di stupefacenti nei Paesi occidentali, gli interessi dei trafficanti sono entrati, gradualmente, ma irrimediabilmente, in rotta di collisione con quelli dei governi dell’Occi­den­te, portando sempre più tali governi ad identificare nel narcotraffico un pericolo per la sicurezza nazionale, anche se non sono mancati casi di corruzione e connivenze e complicità con il narcotraffico all’interno degli organi degli Stati. Di qui i tentativi dei nemici dell’Occidente di sfruttare a fini strategici il fenomeno. E la nemesi si è compiuta.
Il primo limitato esperimento fu quello, effettuato da alcuni settori del partito nazista tedesco e di loro adepti in Francia, di diffondere l’uso della morfina nelle élites francesi, al fine di fiaccare la proverbiale disciplina dell’establishment transalpino. L’operazione non ebbe, però, molto seguito, anche per la rapidità con cui gli eventi condussero al conflitto mondiale.
Un uso geostrategico del traffico di droga decisamente più articolato fu portato avanti dai comunisti sovietici durante la seconda fase della Guerra fredda, principalmente con l’appoggio ai cartelli colombiani della cocaina, alle giunte militari birmane ed alla coltivazione dell’oppio in Afganistan.

Afganistan a papaveri
In Afganistan il traffico dell’oppio ha sempre accomunato tutte le fazioni in lotta. Durante l’occupazione sovietica, è stato tollerato, da parte occidentale e, soprattutto, pakistana, che la resistenza con base nella cittadina di Peshawar lo commerciasse per procurarsi le armi con cui combattere l’Armata Rossa, come da parte sovietica si è incoraggiato il governo di Kabul a fare altrettanto. Questo ha creato una cultura dell’oppio paragonabile alla cultura della coca presente in vaste zone dell’America latina e della Colombia in particolare. Ma il vero salto di qualità è stato fatto con l’avvento al potere dei talebani (1996), che hanno fatto dell’Afganistan il primo esportatore planetario di oppio, con il controllo, come detto, di più dell’80% della produzione mondiale. Dopo la caduta del regime talebano, il più importante obiettivo del Governo di Hamid Karzai è stato ed è ridurre la superficie coltivata a papavero, sostituendolo con colture alternative. Esiste una collaborazione internazionale, con aiuti e sostegni economici da parte di vari Paesi e anche delle Nazioni unite. Nelle zone, però, dove il controllo del potere centrale non arriva, l’egemonia dei vari clan legati al deposto regime e ad Al Qaeda fa sì che ci si dedichi con rinnovato zelo alla coltivazione del papavero.
La giustificazione dottrinaria per i traffico di oppio da parte dell’integralismo islamico è molto simile a quella data dai trafficanti sudamericani per la cocaina: se gli infedeli si drogano, dimostrano, con questo solo fatto la loro perversione morale, perversione che merita la collera di Allah, di cui il terrorismo integralista è la spada vendicatrice. A ciò si aggiunga che, da quando i neo wahabiti hanno preso in mano il traffico, la diffusione della tossicodipendenza in Iran è cresciuta in maniera esponenziale; anche questo viene presentato come una conferma della giustezza di questo mezzo, in quanto mette in luce la debolezza etica degli sciiti, considerati da Al Qaeda e sodali come apostati dell’Islam.
In conclusione possiamo affermare che il narcotraffico ha rilevanti riflessi geostrategici e che influenza ed è influenzato (a seconda dei reciproci rapporti di forza) dagli attori del contesto internazionale. Di fatto, però, data la maggiore diffusione del fenomeno nelle società occidentali, esso tende a favorire i nemici del mondo libero e, oggi, è una delle armi in mano al terrorismo internazionale di matrice islamica e, di conseguenza, uno strumento di accrescimento dell’egemonia cinese a livello mondiale, dando all’Impero di mezzo il tempo di rafforzarsi, indebolendo quelle stesse potenze del mondo libero, che nel XIX secolo avevano usato il medesimo mezzo per far crollare la potenza cinese.

Cristina Siccardi

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