A quattro mesi dall’uscita, tutti quelli che volevano vedere il film La classe di Cantet, sicuramente lo hanno visto, magari già in DVD a noleggio. Molti, anzi, sono dovuti andare al cinema con il/la prof: esce un film sulla scuola e prontamente si organizzano proiezioni scolastiche. Sono forse meno i prof e i ragazzi che hanno letto il libro di Bégaudeau da cui il film è stato tratto. Bégaudeau (lo scrittore) è diventato attore e ha interpretato il protagonista (il professore) nel film. La frase del titolo è a p. 109 del libro: la pronuncia il professore mentre lascia la classe per portare Dico dal preside. Dico infatti ha detto che l’ora di “vita di classe” decisa dal prof per il giovedì successivo non serve a niente.
Prof, come si scrive uguaglianza? (p. 107)
Il libro e il film si intitolano La classe in italiano, ma Entre les murs («Dentro i muri») in francese. “Dentro i muri” è un’idea che fa mancare l’aria, ma suggerisce qualcosa “fuori dai muri”. Invece nel libro e nel film non c’è mai niente fuori dai muri: si esce di classe per giocare a pallone in un cortile con pareti altissime oppure si esce di classe per andare dal preside. Il che significa “uscire” del tutto: gli studenti di Bégaudeau vanno dal preside, poi al consiglio di disciplina da cui vengono espulsi dalla scuola. Quanto a Bégaudeau, fuori di scuola c’è andato per davvero, ma bene. Faceva l’insegnante, intanto ha scritto il libro, poi è diventato sceneggiatore e attore e così ha cambiato lavoro. Beato lui: però c’è qualcosa che non quadra.
Va bene, ok, andiamo dal preside (p. 115)
Lo scopo di questo articolo è duplice:
- vedere se è vero che l’ora di “vita di classe” non serve a niente
- capire che cosa non quadra in un prof che diventa un attore che fa la parte di un prof.
Cominciamo con qualche strumento di analisi. L’analisi dei testi (e dei film) non è solo un noioso esercizio, ma anche una tattica per scoprire indizi e segnali. Gli strumenti sono tre:
- la memoria letteraria (quello che è già stato scritto da altri e che viene in mente mentre si legge qualcosa). Il titolo Entre les murs sollecita un’allusione (voluta o casuale non si sa) a un verso di una poesia sulla scuola. Quale sia la poesia sarà rivelato solo alla fine di questo articolo.
- il genere letterario (il sistema di caratteristiche che fanno sì che un testo sia ad esempio un romanzo). Nel libro Entre les murs c’è un protagonista (il prof che racconta in prima persona) e c’è un antagonista ben chiaro (il gruppo dei ragazzi); il preside è un aiutante. Fin qui ci siamo. Ma il libro non è un romanzo: non c’è una trama, cioè non capita praticamente niente: alla fine sia il prof sia i ragazzi (quelli rimasti) sono uguali all’inizio. Visto che la scena è una scuola, un cambiamento almeno dovrebbero averlo fatto tutti: dovrebbero essere cresciuti un po’.
- il punto di vista (la prospettiva da cui si vede quello che capita nel libro e nel film). Nel libro è quello del prof, ma c’è qualche spiraglio, ad esempio la splendida lettera dell’allieva Khoumba sul rispetto a p. 50 (la pagina più bella di tutte). Nel film il gioco di prospettive è più evidente: i ragazzi vedono il prof quasi sempre dal basso in alto.
Con questi strumenti nello zaino, andiamo pure dal preside, prof.
E io che ci posso fare? (p. 141)
Stavolta non sto zitto. Sono Souleymane, preside, ma se vuole sono anche Dico o Vagbéma o Idrissa. Questo è il nostro punto di vista, preside, quello che pensiamo, mica quello che c’è scritto sulle magliette. Siamo noi quelli che espellete, mica François o Gilles o Chantal. Ci chiudete dentro i muri, preside, ma ci mandate fuori se c’è un imprevisto che vi fa problema. Ma sì, preside, io vado via. Magari mi fanno tornare in Mali.
Prima di tutto le regole, qui dentro i muri: la regola del “dopo che”, quella che “nessuno la sa e tutti sbagliano, quindi non vale la pena a star troppo lì e rompersi la testa”. L’ha detto il prof per spiegare la regola. E “dopo che” io sono tornato in Mali, per voi non vale la pena di rompersi la testa. Frega niente. La regola dell’ironia, quella “quando si dice il contrario di quello che si pensa facendo capire che si pensa il contrario di quello che si dice”. Solo che quando dà delle sgallettate a Sandra e a Soumaya o dà dell’imbecille a Dico o gli dice Dico, la tua vita è inutile, il prof mica fa capire se pensa il contrario di quel che dice. La regola della perifrasi, come quando si dice che la Francia è il paese dei diritti umani, ma se chiedi perché ti rispondono Perché si dice così. La regola del futuro: no, questa non ce la insegnate voi. Non c’è storia, preside. Ma io vado, voi prof restate dentro.
Preside, lo so che non ci può fare niente: gli attentati e gli islamici incolpati degli attentati, la madre di Ming arrestata senza permesso di soggiorno, Ming che è il più bravo della classe però non sa il francese, voi che gli insegnate la regola del congiuntivo imperfetto. Anche se il prof ha detto che neanche a lui frega niente del congiuntivo imperfetto. Questa è la vita di classe, preside. Neanche a lui frega niente del congiuntivo imperfetto. A noi frega niente della vita di classe. Ma della vita fuori sì.
Professore, che significa crescere? (p. 89)
Alla domanda di Alyssa il prof Bégaudeau risponde Diventare grande. E lei: Perché non si usa mai? E il prof: Dipende, alcuni lo dicono.
Ecco perché il libro di Bégaudeau non è un romanzo e anche perché il film non ha una storia, ma finisce e invece potrebbe continuare oppure potrebbe essere cominciato da metà o dalla fine. Perché la storia, in una classe, è sempre crescere. Se no, non serve a niente. Invece il prof, ad Alyssa che vuole usare il verbo crescere, ovvero crescere per davvero, risponde che crescere si dice, non che si fa.
Tutti voi sapete che cos’è l’intreccio in un romanzo. È l’ordine in cui i fatti sono raccontati, magari in una sequenza tutta diversa da quella cronologica. Se prendete l’indice del libro La classe, vedete che i titoli dei capitoli, in sequenza, sono questi: venticinque, ventotto, ventisei, ventisette, trenta. Il perché non è detto, però uno può provare a leggere i capitoli nell’ordine venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, trenta. Manca il ventinove, ma non succede niente. Anzi non succede niente nemmeno a cambiare sequenza, soltanto che uno è espulso un po’ prima e un altro un po’ dopo.
Se non capita niente cambiando l’ordine dei capitoli, è perché il tempo di quel prof è fisso. Invece in una classe il tempo va avanti, perché il tempo di scuola guarda a che cresce e chi cresce ha diritto di costruire speranze per quello che sarà. Se no, direbbe Souleymane, frega niente.
Come deve adattarsi la scuola alla diversità degli allievi? (p. 43)
È vero che la scuola in Italia non è così… È però anche vero che le classi diventeranno multietniche come quella del film. Rileggete l’articolo del mese scorso: Di tutti i colori. C’è una grande scommessa da fare: saper arrivare a quella situazione tutti quanti attrezzati: i prof con gli strumenti e la determinazione per capire la ricchezza della diversità, i ragazzi e le famiglie aperti al nuovo, alla curiosità. Ming, ragazzo cinese con i genitori senza permesso di soggiorno, si presenta al prof scrivendo I miei punti deboli è sono curioso (p. 15).
Nella scuola che sarà, bisognerebbe che nessun prof dicesse mai Non me ne frega niente, adesso non ho lezione. Tanto più se avesse davvero una terza media come quella del film, che non perde una battuta in un gioco linguistico e che per ironia straccia il prof. Per questo quadra un prof che diventa un attore che fa la parte di un prof. La parte di un prof è qualcosa di finto. Chi fa la parte di un prof può anche dire Non me ne frega niente, tanto quella non è realtà.
Se uno vede il film, si domanda che fine abbia fatto l’autoritratto di Souleymane, quando nell’ultimo giorno prima degli esami il prof distribuisce gli autoritratti rilegati e Souleymane non c’è più. Uno prova un senso di vuoto perché non ci sono più né lui né l’autoritratto. Poi va a vedere il sito ufficiale del film e vede Souleymane e Khoumba e Dico e Mezut sulla Croisette a Cannes e al festival del cinema di New York. Ragazzi, è il sogno di tutti, certamente: ma di Souleymane personaggio resta che non sapremo mai più niente del suo futuro, della sua vita fuori.
Sarebbe bello che qualcuno di voi ragazzi avesse voglia di riscrivere la sceneggiatura del film. Sarebbe bello che smettessero di girare film sulla crisi dei prof. Sarebbe bello che i prof smettessero di portare le classi a vedere i film sulla loro crisi. Sarebbe bello che i ragazzi andassero non perché devono e frega niente, ma perché vogliono. Sarebbe bello che a scuola l’ordine e la disciplina scaturissero dalla curiosità e dal rispetto, non dal voto di condotta e dalle espulsioni. Sarebbe bello che Souleymane diventasse prof e insegnasse il francese alle donne africane immigrate in Francia. Va beh, magari lui preferirebbe diventare centravanti della nazionale Mali.
Vi importa ancora sapere della poesia (di J. Prévert) a cui il titolo Entre les murs allude per contrasto? La trovate sul sito di una classe romana, di una scuola vicina a Cinecittà (http://www.baab.it/quinta-g-gullace-0809/prevert.htm). Cliccate su Compito in classe. Ascoltatela fino in fondo, quando dice E i muri della classe tranquillamente crollano.
Susanna Conti |