Mentre scende il numero di famiglie italiane che accedono a Internet e l'Italia viene relegata da Eurostat agli ultimi posti delle classifiche europee, negli Stati Uniti la commissione del Pulitzer ha deciso di aprire all'informazione via web la partecipazione per il prestigioso premio. Includendo blog e giornali online nella famosa competizione, la commissione ha compiuto un passo storico nei confronti del giornalismo online e del giornalismo in generale. D'ora in avanti potremo quindi assistere alla vittoria di un Pulitzer da parte di blog come The Huffington Post o il Blog di Beppe Grillo, rispettivamente al primo e al sesto posto nella classifica mondiale stilata da Time. Sia il blog di Arianna Huffington, vero e proprio giornale online con inviati e collaboratori, sia quello del comico genovese, ricco di inchieste e contributi giornalistici documentati, potrebbero infatti rientrare nella definizione della commissione del premio, secondo cui appartengono alla categoria giornalismo "i giornali e le agenzie di stampa che online e offline pubblichino a cadenza almeno settimanale e che siano principalmente dedicati a riportare notizie originali e a coprire l'attualità e che aderiscano ai più elevati principi del giornalismo".
Come ha fatto però notare Punto Informatico, non si tratta ancora di una definizione che chiarisca i confini tra le varie forme di giornalismo online o che ambisca a chiarire lo status professionale di chi fa informazione sul web. Si tratta di una scelta coraggiosa ma non rivoluzionaria. Invece alcune autorevoli realtà del giornalismo, come la CNN e la Reuters, si sono spinte più avanti, dando spazio ai contributi dei cosiddetti citizen journalist, con promettenti progetti di giornalismo partecipativo. E' il caso ad esempio di iReport, progetto di informazione dal basso che raccoglie i contributi degli utenti e ne marchia alcuni come “on CNN”. Ma si tratta tutto sommato di poche eccezioni, spesso infatti il giornalismo dei blogger o dei cittadini è poco riconosciuto ed è sostanzialmente snobbato dalle testate ufficiali, che si limitano ad aprire una versione online del loro giornale o del loro canale televisivo. Eppure spesso si tratta di un giornalismo di frontiera, particolarmente coraggioso e documentato. Ne è purtroppo una prova sorprendente la dura repressione nei confronti dei blogger in Paesi poco democratici, come Cuba o la Birmania. Loro sì che hanno riconosciuto e ufficializzato il giornalismo online, si potrebbe dire con amara ironia. Secondo il Committee to Protect Journalists, ad essere incarcerati oggi nel mondo sono soprattutto blogger, reporter e redattori online, che rappresentano il 45% dei giornalisti dietro le sbarre, contro il 42% dei giornalisti della carta stampata e il 6% di quelli televisivi. Non stupisce quindi che i blogger, apparentemente snobbati, siano in realtà, anche nei Paesi occidentali e in Italia, al centro di grande attenzione legislativa. Frequenti sono stati e sono tuttora i tentativi di regolamentarli e talvolta di imbrigliarli sul modello della carta stampata e della televisione. Eppure è un fenomeno che continua a crescere, e forse è proprio la delusione o la disillusione per giornali e TV che genera fenomeni di citizen journalism comewww.megachip.infoe testate online come www.peacereporter.net.Anche nell'Italia che nel 2008 è scesa dal 43% al 42% nell'uso della rete. Anche nell'Italia che guarda col binocolo quel 60% della media europea. Anche nell'Italia che è più che mai fedele alla televisione.
Stefano Moro
Link
www.pulitzer.org
http://cpj.org
www.ireport.com
Giornalisti in carcere nel mondo
(dato del 1 dicembre 2008, fonte Committee to Protect Journalists)
Totale: 125
I 10 Paesi più coinvolti:
CINA: 28
CUBA: 21
BIRMANIA: 14
ERITREA: 13
UZBEKISTAN: 6
AZERBAIJAN: 5
IRAN: 5
ISRAELE e territori occupati palestinesi: 4
SRI LANKA: 3
CAMEROON: 2
Immagini utili
http://www.pulitzer.org/
http://cpj.org/
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