In questo numero
DENTRO LA BELLA CASA DI PACIFICO di Claudio Facchetti

Al quarto album, il cantautore milanese
consegna un piccolo gioiello.
Per parlare di sentimenti
che scavano nell’animo.


In un mondo che urla e strepita, lui bussa piano alla porta e se gli si apre parla sommessamente. Eppure trasmette lo stesso una grande forza, perché racconta storie imbastite con il filo prezioso delle emozioni sottoforma di canzoni. Emozioni che Pacifico (all’anagrafe Gino De Crescenzo) ha riversato come un fiume in piena nel suo ultimo, magnifico album Dentro ogni casa.
Quasi una consuetudine per il cantautore milanese, arrivato al quarto disco dopo un lungo percorso per le vie delle sette note nostrane. Gino, infatti, milita negli anni ’90 in uno dei migliori gruppi del circuito alternativo del capoluogo lombardo, i Rossamaltese, con cui realizza due interessanti album.
Esaurita quell’esperienza, all’inizio del nuovo millennio, Gino adotta il nome d’arte Pacifico e si avventura verso la strada da solista. È un cammino di grandi soddisfazioni, che segue due linee parallele: una lo porta a scrivere per altri artisti di vaglia (Mannoia, Celentano, Nannini, Bocelli, Raf, Morandi…), l’altra a realizzare ovviamente ottimi album a suo nome.
In entrambi i casi, i risultati sono apprezzabili. Pacifico, come il buon vino, matura nel tempo. I premi prestigiosi vinti, la richiesta di collaborazioni da parte dei colleghi e soprattutto i suoi lavori lo indicano come uno dei pochi in grado di raccogliere l’eredità lasciata dai nostri cantautori “storici” e di rinnovarla.
Lo dimostra ampiamente proprio con Dentro ogni casa, altro passo in avanti nella sua carriera, preceduto dal singolo Tu che sei parte di me, duetto con Gianna Nannini. Pacifico intesse melodie coinvolgenti legando insieme suoni acustici ed elettronici, mentre le parole toccano argomenti profondi profumati di quotidianità. “Dieci occhiate furtive, dieci finestre aperte in cui guardare” dice l’autore. Dieci canzoni che sono un invito a entrare anche nella sua casa, per sentire un po’ di calore quando “dentro” fa freddo.

Citando il titolo del tuo album, sei entrato decisamente “dentro ogni casa” con il brano apripista inciso con la Nannini.
Posso assicurarti che il titolo del cd non è frutto di una strategia di marketing. È stato comunque un piacere scoprire quanto Tu che sei parte di me si sia rivelato un bel biglietto da visita. Le radio hanno accolto il pezzo bene, trasmettendolo con continuità, e quindi è entrato in qualche modo nelle case e nelle automobili degli italiani. Sono ovviamente soddisfatto, anche per tutti coloro che hanno lavorato e creduto in questo progetto prima che uscisse.

Hai sviluppato nei brani quelle atmosfere minimali tra acustico ed elettronica che ti appartengono da tempo. È stato un processo naturale?
Sono sonorità ulteriormente maturate grazie all’apporto di due straordinari collaboratori come Roberto Vernetti, che ha curato l’elettronica, e Vittorio Cosma, musicista dall’inclinazione romantica. Il loro lavoro mi ha permesso di mettere più a fuoco questi elementi, di far meglio coesistere quei suoni che formano l’intelaiatura dei miei pezzi.

Se definisco le tue canzoni “pop d’autore” lo senti come un limite?
Direi di no, confortato anche da una frase detta recentemente da Dori Ghezzi sul fatto che oggi De Andrè scriverebbe probabilmente brani d’amore, cosa per altro già fatta magistralmente. C’è l’idea che il pop sia ormai una sorta di contenitore dove trova posto solo la schiuma dei sentimenti con i suoi “mi manchi” e “ti amo”. Tuttavia, non ho nessun problema, anche quando scrivo per altri, a far dire parole d’amore che siano chiaramente credibili: in quel caso, diventa una forza unica di sintesi. Certo la canzone d’autore può permettersi di addentrarsi, come ha fatto De Andrè, in storie, personaggi e descrizioni profonde che magari nel pop non è possibile.

Parlando di significati non banali, nell’album mi ha colpito Un ragazzo, brano che “ferma” il momento di una fine nel pieno della vita. Perché hai toccato questo tema?
È un ricordo autobiografico. Mi sono trovato di fronte a questo ragazzo appena deceduto insieme agli amici e ai suoi genitori e ho voluto fissare quell’istante: descrivere ogni dettaglio per lasciare intatta l’enormità del dolore incombente, dello strazio che scava nell’animo.

Sono aspetti della vita che si tende a sfuggire, anche nella musica.
A me, invece, interessano. Questo del dolore, come altri sentimenti che formano l’esistenza, dalla paura ai desideri all’angoscia, stimolano la mia scrittura. Non sono bravo a comporre brani d’impegno sociale come certi autori, rischio di essere retorico. Invece, quando si tratta di stati d’animo, mi sento a mio agio, mi piace andare ad esplorarli.

Nei testi torna spesso la parola “luce”. Un segno di speranza?
Ho attraversato fasi delicate nella mia vita, passando anche nella depressione, in cui ho rischiato di andare in pezzi. Ho sempre avuto, però, sotto traccia, una sorta di positività, ereditata dai miei genitori, che hanno vissuto periodi difficili dal dopo guerra, ma sono riusciti a tirare su bene la famiglia. E questo richiamo di speranza c’è nel pezzo che chiude e dà il titolo all’album, con queste frasi quotidiane sussurrate nel finale tra il vociare delle persone.

E al termine del brano sussurri “Guarda meglio”.
È sapere che tutte le cose sono sparse in giro, magari nascoste sotto il divano, trascurate, piccoli oggetti da tempo perduti ma che guardando meglio possono aiutare a ritrovarsi, come in fondo è accaduto a me.

Claudio Facchetti

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