In questo numero
MA CHE RAZZA DI SPORT! di Stefano Ferrio

Nell’anno dei Mondiali sudafricani
è rincuorante alzare la testa
dalle nostrane meschinità,
per rivolgere lo sguardo a una Storia del mondo
in cui lo sport ha fatto importanti passi avanti
quanto a rispetto dei diritti universali.
Da noi, invece…



Chissà se Nelson Mandela, novantunenne eroe nazionale ed ex presidente del Sudafrica, tifa un po’ per la Fiorentina?
Se così fosse, la sorpresa sarebbe meno grande per chi ha seguito e conosce nei dettagli la vita di questo avvocato nero, nato nel 1918 con il nome tribale di Rolihlahla Dalibhunga, poi cambiato in Nelson Mandela dai missionari che gli diedero un’istruzione fondamentale per diventare leader del movimento anti-apartheid noto come African National Congress.
Risale infatti al 1985 la cittadinanza onoraria che il Comune di Firenze decide di conferirgli, come riconoscimento dei meriti acquisiti fino ad allora nella durissima lotta ingaggiata contro il governo sudafricano retto dalla minoranza bianca, sostenitrice di un segregazionismo razziale adottato come formula di regime. All’epoca Mandela risulta recluso da ventuno anni nella prigione condivisa con altri leader e militanti dell’Anc. È la cella dove resterà fino al 1990, quando le crescenti pressioni della comunità internazionale conducono al suo rilascio, e all’inizio di una rinascita personale coincisa con la straordinaria riscossa dell’African National Congress, culminata nelle elezioni democratiche del 1994, finite con il trionfo di Mandela, e destinate a portare nel Paese libertà, uguaglianza, e diritti civili.
Da quel 1994 in poi diventerà anche troppo facile schierarsi a fianco di Mandela, incoronato dal Nobel per la pace, segnalatosi fra i più esemplari testimonial nella lotta all’aids, e immancabilmente celebrato in occasione di megaraduni musicali, come il concerto londinese del 2008, svoltosi davanti a mezzo milione di spettatori, accorsi a festeggiare in Hyde Park i suoi novant’anni. Quando un uomo diventa vincente, è noto che ci si pesta i piedi pur di tirare il suo carro. Tutt’altro alone di notorietà, più ristretto ma anche più genuino, circonda il personaggio nel 1985, quando da Firenze parte il messaggio, così significativo e provocatorio, della cittadinanza concessa a un prigioniero politico di cui il mondo intero rischia, in quel momento, di dimenticare il nome e la storia.
Ecco perché possiamo legittimamente chiederci se Nelson Mandela, uomo di sane passioni sportive al pari di tutti i suoi connazionali, prova una qualche simpatia per una squadra di calcio italiana nota come Fiorentina. Quesito che possiamo chiederci in attesa di vedere l’ex presidente, cantato da un gruppo rock come i Simple Minds, fra i più acclamati spettatori, il prossimo 11 giugno, della cerimonia di apertura dei diciannovesimi Mondiali di calcio, assegnati dalla Fifa al suo Sudafrica. Occasione in cui, almeno idealmente, comparirà al suo fianco un grande ex calciatore olandese dalla pelle nera, Ruud Gullit, pronto nel 1987 a donare il Pallone d’Oro appena vinto al detenuto numero 46664 della lotta per la liberazione sudafricana.

Tifo sotto inchiesta
Sono tutte sensazioni non solo lecite, ma addirittura consigliabili, alla vigilia del grande evento che incollerà di nuovo miliardi di occhi alle telecronache delle partite trasmesse in ogni angolo del globo. Raccomandabili soprattutto a chi, ragionando di sport e razzismo, rischia di restare intrappolato dagli angusti, e oscuri, orizzonti italiani. Dove, lo sappiamo, tra le innumerevoli cose che non vanno in tema di integrazione con gli stranieri, campeggia anche un voluminoso dossier su quanto accade nelle arene sportive: dai cori disgustosi rivolti a un calciatore ventenne come il palermitano di colore Mario Balotelli, fino all’arbitro di basket marocchino insultato dal pubblico di Lendinara nello scorso gennaio, passando per una triste infinità di episodi più o meno raccontati dalle cronache, e molto spesso recuperati da giornalisti che hanno la sensibilità espressa da un Gianni Mura nella sua rubrica domenicale su Repubblica.
Nell’anno dei Mondiali sudafricani è davvero rincuorante alzare la testa da queste nostrane meschinità, per rivolgere lo sguardo a una Storia del mondo in cui lo sport ha fatto importanti passi avanti quanto a rispetto dei diritti universali. Non siamo ancora al livello, probabilmente inarrivabile, dei greci che, per celebrare degnamente le Olimpiadi, interrompevano le guerre fra Atene e Sparta. Ma abbiamo di certo voltato pagina in positivo rispetto ai Giochi di Berlino del 1936, quando il dittatore tedesco Adolf Hitler incassava come offese personali le quattro medaglie d’oro del velocista neroamericano Jesse Owens, per altro poi lamentatosi del trattamento riservatogli, al ritorno in patria, dal suo presidente, Franklin Delano Roosevelt. Pochi fenomeni al pari dello sport sono lì a raccontarci di come l’andamento delle umane vicende risulti tutt’altro che lineare nel corso dei millenni, e di come, al contrario, civiltà e barbarie si spodestino in continuazione sulla ribalta degli “agoni” più ambiti e seguiti.
In questo balletto di luci e ombre, i Mondiali calcistici del Sudafrica risplendono con un fulgore a cui è giusto rendere omaggio. Si tratta pur sempre dello stesso Paese dove gli stadi hanno esercitato un ruolo fondamentale nel processo di riavvicinamento razziale degli ultimi decenni. In particolare le arene del rugby, “sport nazionale” sin dai tempi in cui era praticato esclusivamente dai bianchi di etnia anglosassone e fiamminga, culturalmente legati alle discipline praticate nei Paesi di origine. Succede così che, una volta eliminato l’apartheid dalla Costituzione, i Mondiali della palla ovale possano essere assegnati nel 1995 proprio al Sudafrica. Grandissima occasione per la squadra di casa, che se li aggiudica al termine di una palpitante finale, giocata all’Ellis Park di Johannesburg il 24 giugno contro i formidabili All Blacks della Nuova Zelanda, e vinta al secondo supplementare grazie a un “drop” di Joel Stransky.
È a questo punto che il presidente Mandela, presente alla partita, e incaricato della premiazione ufficiale, ha una straordinaria intuizione. Quella di presentarsi con la coppa al capitano del Sudafrica, Francois Pienaar indossando la sua stessa maglia verde, la stessa leggendaria divisa di una squadra nota fra gli appassionati come quella degli “Springbooks”. Analogamente a quanto accadeva ai tempi degli antichi greci, quel gesto, di sana complicità sportiva fra uguali, ha un effetto simbolico impagabile nella storia di un Paese destinato alla pace razziale. Tanto che oggi ogni nazionale sudafricana tende naturalmente al “misto” di bianchi e neri in formazione, e che un grande del cinema come l’americano Clint Eastwood ha girato, su quella finale mondiale di rugby, il suo ultimo lavoro, “Invictus”.
Pellicola con Morgan Freeman e Matt Damon da raccomandare ai protagonisti dello sport italiano, in campo e fuori. Chissà infatti che, dopo averla vista, non riescano a ispirare, con un qualche bel gesto, un regista di casa nostra per un film da girare in futuro. Una storia di sport di cui gli italiani – tutti, di qualsiasi razza e colore – possano andare finalmente fieri.

Stefano Ferrio

www.timeandmind.com