“Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell'ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della Chiesa”: il 26 marzo 1967 Papa Paolo VI emana l’Enciclica Popolorum Progressio, in continuità con l’insegnamento del Concilio Vaticano II, e in sintonia con l’enciclica Pacem in Terris, della quale sviluppa ed approfondisce il discorso del retto uso dei beni della terra. Papa Paolo VI scrive questa enciclica, negli anni ’60 che sono il confine di un diverso modo di confronto tra Stati e popoli: finisce l’era del neocolonialismo ed inizia l’epoca della globalizzazione ed il Papa ne coglie tutte le opportunità e tutte le difficoltà.
Globalizzazione e conflitti
In quegli anni, in cui il mondo subisce un salto di continuità tra il colonialismo e la globalizzazione, Paolo VI sente la necessità di attualizzare i messaggi del Concilio Vaticano II e l’insegnamento sociale dei papi precedenti: “Mentre ancora si stava svolgendo a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II, circostanze provvidenziali ci portarono a rivolgerci direttamente all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. E davanti a quel vasto areopago ci facemmo l'avvocato dei popoli poveri”. Nel 1968 uno dei primi studiosi dell’interdipendenza economica, Richard N.. Cooper, ha elaborato la filosofia che la liberalizzazione del commercio internazionale e dei flussi di capitale avrebbero reso le Nazioni sempre più vulnerabili ed interdipendenti. Ma tali regole causarono una più forte delocalizzazione dell’attività produttiva e una crescente instabilità nei Paesi soprattutto a danno dei più poveri e dei più deboli, attraverso un aumento incontrollato dell’instabilità finanziaria. Il Papa con l’enciclica intende porre all’attenzione del mondo il divario che comincia a crescere tra Paesi ricchi industrializzati e Paesi poveri in via di sviluppo: “Nello stesso tempo, i conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei Paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno un'economia quasi esclusivamente agricola: i contadini prendono coscienza, anch'essi, della loro ‘miseria immeritata’. A ciò s'aggiunga lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell'esercizio del potere. Mentre una oligarchia gode, in certe regioni, di una civiltà raffinata, il resto della popolazione, povera e dispersa, è ‘privata pressoché di ogni possibilità di iniziativa personale e di responsabilità, e spesso anche costretta a condizioni di vita e di lavoro indegne della persona umana’” (n. 9).
Globalizzazione e bene comune
L’Enciclica Popolorum Progressio, offre un metodo per affrontare la globalizzazione, che dopo 40 anni mostra tutta la sua attualità: “La situazione attuale del mondo esige un'azione d'insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la chiesa, lungi dal pretendere minimamente d'intromettersi nella politica degli stati, ‘non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l'impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito’. In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, essa desidera aiutarli a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell'uomo e dell'umanità” (n. 13). Da queste parole si comprende che la globalizzazione è una delle condizioni moderne che condizionano, secondo il prof. Mario Toso, docente all’Università Pontificia Salesiana, la realizzazione del bene comune: “La globalizzazione è chiamata a favorire il compimento umano dei singoli e, pertanto, deve essere orientata in senso umanistico”, perché “lo sviluppo è vocazione di tutti… lo sviluppo dei popoli deve essere solidale, comunitario, planetario: se la crescita di ogni uomo si attua nella e mediante la socialità e la solidarietà, lo sviluppo planetario del genere umano passa attraverso l’operante solidarietà dei popoli e tra i popoli”. Lo sviluppo non si riduce alla sola crescita tecnologica od economica, ma è trasformato dalla visione cristiana: “Per essere sviluppo autentico, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo” (n. 14); “Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare… Non v'è dunque umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre l'idea vera della vita umana” (n. 42).
Il compiti dei Paesi ricchi
L’attualità dell’enciclica è data dal fatto che l’uomo di oggi è chiamato più che mai a cercare “lo sviluppo integrale dell'uomo che non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell'umanità” (n. 43) e “di fronte alla crescente indigenza dei Paesi in via di sviluppo, si deve considerare come normale che un Paese evoluto consacri una parte della sua produzione al soddisfacímento dei loro bisogni; normale altresì che si preoccupi di formare educatori, ingegneri, tecnici, scienziati, che poi metteranno scienza e competenza al loro servizio” (n. 48), in quanto “il superfluo dei Paesi ricchi deve servire ai Paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo” (n. 49).
Il presidente della Caritas Internationalis, il Cardinal Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga in un’intervista all’Osservatore Romano (11 luglio 2008), delinea la linea della Caritas Internationalis per ilquadriennio 2007-2011: “Grandi sforzi si stanno compiendo per riprendere le intuizioni della Popolorum progressio e per promuovere il dialogo tra le istituzioni soprattutto con il mondo dell’economia, per far vedere che l’autentico sviluppo non si può circoscrivere alle cifre macroeconomiche, ma che si deve ridurre la diseguaglianza che prevale in molti Paesi. Dobbiamo fare il possibile affinché la voce di Caritas non sia assente nei grandi forum internazionali. Di recente la segreteria generale ha partecipato come invitata al forum economico mondiale di Davos. Al contempo si interviene nei Paesi in conflitto bellico, affinché si riduca il traffico di armi. La pace però non significa solo l’assenza di guerre, ma tutto uno sforzo di educazione civica per formare una cultura della pace. La dimensione formativa è una parte molto importante del lavoro della Caritas”.
Prima che sia troppo tardi
Piste riprese dalla Caritas, dalla FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario), da CittadinanzAttiva, dalle Acli e dall’UCIIM (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi), che hanno elaborato alcune schede specifiche, destinate ai giovani con la campagna ‘Prima che sia troppo tardi’, suddivisa in otto obiettivi. Dal n. 81 dell’enciclica le associazioni invitano i giovani a scoprire la cittadinanza: “La Cittadinanza attiva è la capacità dei cittadini di organizzarsi in modo multiforme, di mobilitare risorse umane, finanziarie e tecniche e di agire con modalità e strategie differenziate per tutelare diritti, esercitando poteri e responsabilità volti alla cura ed allo sviluppo dei beni comuni… L’obiettivo è educare cittadini (consumatori critici) che siano capaci di giocare il proprio ruolo, nel guidare scelte politiche e nel promuovere comportamenti ispirati ai principi di una economia, di uno sviluppo e di una società sostenibili”. Dal n. 27 arriva l’invito a ricoprire le responsabilità nel mondo del lavoro: “Il lavoro continua ad essere condizione per fare progetti di autonomia e di vita adulta. Occorre educare all’interdipendenza delle scelte, alla solidarietà ‘lunga’ che va oltre la gratificazione immediata, al bene comune, all’equità delle condizioni e delle opportunità per una realizzazione umana e professionale basata sulle capacità delle persone… I giovani (sono chiamati) a saper dire ‘no’, a riscoprire doveri e responsabilità, ad attivarsi per creare lavoro là dove non c’è”. Il n. 83 dell’Enciclica rivolge un solerte monito agli educatori ad essere costruttori di un mondo nuovo. Anche oggi la scuola è il luogo in cui gli studenti sperimentano i processi di apprendimento, finalizzato alla formazione della propria personalità. Attraverso l’istruzione i giovani sono chiamati ad affrontare la costruzione di un modello di sviluppo sostenibile e di prendersi cura della comunità. La scuola ha il compito di educare a nuovi stili di vita, alla sobrietà, al volontariato ed alla carità. Infine compito importante della scuola è l’educazione all’intercultura, che guida alla comprensione dell’altro.
Giovani e famiglia
Accanto alla scuola, il Papa non dimentica la più importante cellula della vita civile e sociale: la famiglia. “La famiglia naturale, monogamica e stabile, quale è stata concepita nel disegno divino (cf. Mt 19,6) e santificata dal cristianesimo, deve restare luogo d'incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente ad acquistare una saggezza più grande e ad armonizzare i diritti delle persone con le altre esigenze della vita sociale” (n. 36); e “Spetta in ultima istanza ai genitori decidere, con piena cognizione di causa, sul numero dei loro figli, prendendo le loro responsabilità davanti a Dio, davanti a se stessi, davanti ai figli che già hanno messo al mondo, e davanti alla comunità alla quale appartengono, seguendo i dettami della loro coscienza illuminata dalla legge di Dio, autenticamente interpretata, e sorretta dalla fiducia in lui” (n. 37), costituiscono il cuore dell’enciclica. Infatti la famiglia è il luogo educante per eccellenza; è il luogo animato da valori: nasce dal valore dell’amore e cresce sul valore del dono disinteressato. Nella famiglia si sperimenta la conquista del benessere personale e comune dei propri componenti; la famiglia infonde nei suoi componenti la trasmissione del senso del vivere. Dentro la famiglia il giovane fa le prime esperienze di dialogo, di accoglienza, di condivisione e di educazione alla sobrietà; si confronta con i propri genitori alla ricerca di un’educazione integrale per la promozione di uno sviluppo sostenibile.
Cultura e solidarietà
Un segno dei tempi straordinario, è dato dalla necessità del dialogo. A questo, il Papa Paolo VI dedica molti paragrafi: il n. 73 invita ad un dialogo di civiltà: “Un dialogo centrato sull'uomo, e non sui prodotti e sulle tecniche, potrà allora aprirsi. Un dialogo che sarà fecondo, se arrecherà ai popoli che ne fruiscono i mezzi di elevarsi e di raggiungere un più alto grado di vita spirituale”. Tale dialogo comporta alcuni doveri connessi all’ospitalità ed un’apertura verso un mondo solidale: “La solidarietà mondiale, sempre più efficiente, deve consentire a tutti i popoli di divenire essi stessi gli artefici del loro destino” (n. 65). Se infatti 40 anni fa il fenomeno migratorio era piccola cosa nascente, oggi si assiste a flussi di migranti incontrollabili e Papa Paolo VI lo avvertiva con parole di estrema attualità: “Noi non insisteremo mai abbastanza sul dovere dell'accoglienza -dovere di solidarietà umana e di carità cristiana- che incombe sia alle famiglie, sia alle organizzazioni culturali dei Paesi ospitanti. Occorre, soprattutto per i giovani, moltiplicare le famiglie e i luoghi atti ad accoglierli… per salvaguardarli dal contagio delle dottrine eversive e dalle tentazioni aggressive” (n. 67). “La stessa accoglienza è dovuta ai lavoratori emigrati che vivono in condizioni spesso disumane, costretti a spremere il proprio salario per alleviare un po' le famiglie rimaste nella miseria sul suolo natale” (n. 69): quanta profezia e quanto amore in queste parole, troppo spesso comodamente dimenticate in Occidente; e quanto dolore in quel tempo per aver ricevuto un segnale negativo nelle civiltà occidentali, quasi di sobillatore. Invece, oggi ognuno, specialmente i giovani, deve prendere coscienza di essere partecipe della comunità globale e, soprattutto, della diseguale distribuzione dei mezzi di sussistenza ed impegnarsi per una scelta di sobrietà del tenore di vita, affinchè le risorse, che non sono illimitate, vengano utilizzate per i bisogni necessari, senza sprechi. A questo nuovo movimento della ‘carità universale’ il Papa dà un nome, lo sviluppo come nuovo nome della pace: “Combattere la miseria e lottare contro l'ingiustizia, è promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell'umanità. La pace non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini” (n. 76), perché “la democrazia - afferma il prof. Franco Appi, docente alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna - è un processo in cui i diritti umani, civili e politici vengono via via recepiti, compresi, approfonditi e di fatto promossi”.
I giovani e il volontariato
Paolo VI rivolge poi un invito importante ai giovani, che in quel periodo incominciavano a dare vita ad organismi internazionali di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo ed a praticare l’obiezione di coscienza ed il servizio civile: “Nessuno può rimanere indifferente alla sorte dei suoi fratelli tuttora immersi nella miseria, in preda all'ignoranza, vittime dell'insicurezza. Come il cuore di Cristo, il cuore del cristiano deve muoversi a compassione di questa miseria” (n. 74). Dopo 40 anni l’enciclica conserva tutta la sua validità di attualità… anzi, oggi si può apprezzare ancor di più le indicazioni proposte, perchè: “la misericordia, scrive il teologo Carlo Molari, è l’espressione più chiara della forma adulta dell’amore, cioè della gratuità. Spesso si pensa che la misericordia, proprio perché gratuita, non possa essere richiesta per giustizia”. L’impegno, a cui la ‘Popolorum Progressio’ chiama, è un impegno per i giovani, che devono sentirsi amati dalla Chiesa e chiamati ad operare, affinchè vengano eliminate tutte le forme di ingiustizia per cogliere nella globalizzazione nuove sfide di solidarietà e di giustizia, senza farsi ingannare dal possibile sorgere di nuove utopie: “Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare. Non basta ricordare i principi, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da un'azione effettiva. È troppo facile scaricare sugli altri la responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria innanzi tutto la conversione personale. Questa umiltà di fondo toglierà all'azione ogni durezza e ogni settarismo ed eviterà altresì lo scoraggiamento di fronte a un compito che appare smisurato”.
Simone Baroncia |