“Ma, professore, che bisogno c’è ancora di insegnante e di scuola se c’è Internet?”. Una battuta vera, sparata in faccia a un professore già avvilito da una scolaresca turbolenta dominata dai soliti bulli.
Io ritengo che Internet , come tutta la tecnologia hi tech, siano una grossa conquista che segna la nostra epoca, come la scoperta dell’elettricità, delle onde elettromagnetiche, ecc. Internet è una biblioteca fantastica, che sta sul tavolo di qualsiasi studente o studioso, io stesso la uso, ne conosco i pregi e i limiti, anche se certe ‘voci’ mi lasciano vuoti spiazzanti.
Un’immensa biblioteca che quindi esige una mente capace di riordinare, selezionare, valutare, confrontare, scegliere. Perché non educa – e non può farlo – al senso critico, al discernere i vari apporti culturali che vi confluiscono, non educa a una scelta oculata dell’informazione. Non ti dà i ’filtri’ per valutare un articolo di giornale, la battuta di un politico, la tesi di un libro, le sparate del solito ‘esperto’ di talk–show, il confronto critico che ti arricchisce. Ti sbatte sul video migliaia di informazioni, un coacervo che però esige di essere riordinato, valutato, accolto o respinto. E questo, in una società pluralista come la nostra è essenziale.
Ecco quindi il compito della scuola, del professore che forma e guida all’analisi critica, alla scelta delle posizioni, che insegna a non trangugiare tutto per buono. In breve: vogliamo una scuola ammasso di nozioni o una scuola capace di affinare il senso critico in una cultura aperta a tutte le affermazioni e posizioni, dalle più intelligenti alle più banali?
Tempo addietro, quando si parlò di riforma della scuola, tutti si scagliarono contro una scuola puramente ‘nozionistica’, impastata di nomi e di date, anche se nomi e date sono impalcature necessarie. No a una scuola capace solo di ‘ammobiliare il cervello’.
In fondo, il rischio di limitarsi a Internet è quello di un neo-nozionismo acritico, che inghiotte le posizioni più disparate e la risposte più ammiccanti, ma non per questo più arricchenti.
Un mega archivio senza maestri e senza guide
Jean Starobinski è uno dei big della cultura contemporanea, uno studioso pluriforme. Medico, psichiatra, critico letterario. Ha insegnato alla ‘John Hopkins’ americana e al ‘Collège de France’, ha pubblicato studi pregevoli. Quanto al problema Internet-scuola, afferma: “Questa massa di ‘informazioni’ è sul punto di sostituire la scuola. Ma il punto è che su Internet non esiste alcun tipo di selezione. La scuola invece svolge una funzione di filtro. Anzi, era essa stessa il risultato di un concatenarsi di generazioni e di istanze. Anche se poteva essere contestato, questo filtro era, se non altro, coerente. Oggi come oggi, siamo sempre più minacciati dall’incoerenza”.
E molto centrata mi sembra la posizione di Giorgio Bocca, uno dei nostri giornalisti da battaglia. ‘Internet mi perdoni, ma la rete è un pericolo pubblico’ – così intitola un suo intervento su L’Espresso. – “Le grandi novità di Internet sono l’aumento esponenziale delle notizie e la loro diffusione globale. Una colluvie nozionistica fuori controllo, offerta a una cultura senza selezione. A ogni domanda il dio Internet ti dà cento, mille risposte magari contraddittorie, di cui spesso si ignorano gli autori, da cui mancano le distinzioni e i nessi. Una mega università popolare, un mega archivio senza maestri e senza guide”.
Ancor più incisiva è la critica di un altro intellettuale, M. P. Gallagher, che prende il discorso un po’ più al largo. “Oggi c’è un tale sovraccarico di immagini confuse, veicolate dalla cosiddetta cultura dei media, che comporta un dominio del visivo nella creazione dei modelli di vita. Il suo contenuto è spesso edonistico–consumista, ma il suo processo ha persino maggiore influenza sulla coscienza dei giovani: i ritmi frammentati, presenti soprattutto nella pubblicità televisiva o nei video musicali, possono renderli incapaci di silenzio e di riflessione. Il messaggio nascosto è che la realtà è proprio così: caotica, discontinua, priva di ancoraggi e infine percepibile solo attraverso i sensi. Questi mondi artificiali creati dai media elettronici possono essere al tempo stesso affascinanti ed esercitare un pericoloso condizionamento: possiedono infatti una nascosta anche se superficiale filosofia del relativismo, che può bloccare la strada della fede nel cuore delle persone”.
“Ma i sacerdoti dell’informatica…”
“Splendori e miserie di Internet”. Così si intitola il capitolo del bel volume di Giovanni Reale Radici culturali e spirituali dell’Europa, Cortina editore 2003, Mondolibri. Specialista di filosofia dell’antica Grecia, è docente al san Raffaele di Milano, autore di numerose pubblicazioni. Nel suo libro Reali ha affrontato pure il problema di Internet, appoggiandosi soprattutto su uno dei migliori specialisti in materia, Clifford Stoll.
Reale riconosce che su Internet sono scoppiate discussioni e polemiche “in cui per lo più sembrano prevalere le posizioni più estreme e radicali... Pur riconoscendo gli innegabili vantaggi che Internet comporta – nota Reale – e pur ammettendo di farne uso nelle sue ricerche astronomiche, Stoll ritiene che l’ottimismo dei sacerdoti dell’informatica dovrebbe essere mitigato da un po’ di sano scetticismo. ‘Ma la mia perplessità, confessa Stoll, nasce dall’amore che ho per il computer’”.
Stoll è particolarmente interessato all’uso del computer nella scuola e dunque al ruolo che svolge nella formazione dei giovani – un problema che è insieme pedagogico, culturale e politico. La tesi di Stoll è che la cultura del computer non può e non deve sostituirsi alla cultura della scrittura, ma deve collaborare con essa, come ancilla e non come domina. A suo dire la buona scuola dipende, da un lato, da insegnanti capaci di comunicare contenuti pregnanti, dall’altro, da allievi disposti ad apprendere, e dunque ad accettare il più possibile quell’impegno e quella fatica che l’apprendere inevitabilmente richiede. E qui casca l’asino. Perché il ceto insegnante, oggi in Italia, è demotivato e stanco. E gli alunni sono tutt’altro che vogliosi di impegnarsi. Vedi bullismo scolastico vergognoso. Ma a questo punto il discorso si fa volutamente provocatorio da parte di Stoll: “L’insegnamento non può ridursi al ‘picchiettare su una tastiera otto ore al giorno’ e all’uso di strumenti multimediali”. Botto finale. “Vogliamo una nazione di stupidi? Basta centrare sulla tecnologia il curriculum di studi – insegnamento attraverso videocassette, computer, sistemi multimediali. Si punti al massimo risultato possibile dei test di verifica standardizzati e si tolgano di mezzo quelle materie non di massa come la musica, l’arte e la storia. Avremo una nazione di stupidi” (C. Stoll, Confessioni di un eretico high–tech, Garzanti, Milano 2001, 13).
Ray Bradbury: “I libri sono meglio di Internet”
Fahrenheit 451°, un film diretto da François Truffaut sul filo del romanzo di Bradbury, è uscito quattro anni fa circa, nel 1966, e ha fatto subito fatto molta impressione. Trama piuttosto esile, sceneggiatura potente.
Un non–luogo, oppresso da un totalitarismo cieco, in cui è proibito scrivere, tenere o leggere libri. Biblioteche devastate, archivi distrutti, la notte è incendiata dai grandi falò dei libri sequestrati di fronte a folle ammutolite. 451° gradi è la temperatura a cui brucia la carta. Distrutto il pensiero di generazioni, sterilizzato il futuro per mancanza di progetti.
Gli stessi pompieri diventano incendiari, sempre a caccia di sovversivi che si ostinano a nascondere e leggere libri. Un lavoro che appassiona e coinvolge un giovane pompiere, Guy, fino a quando non incontra Clarisse, una ragazza che gli racconta di un passato lontano in cui leggere e scrivere non era reato e di come creare pensieri e libri sia molto meglio che distruggerli.
Guy ne è affascinato e comincia, lui, l’incendiario, a nascondere alcuni libri, senza però avere il coraggio di aprirli e di leggerli. E qui il film prende un andamento poliziesco che non ci interessa.
“È un manifesto di lotta all’omologazione collettiva, al tentativo, presente tuttora nelle grandi società multietniche e multirazziali, di dissolvere ogni tipicità in un grande calderone insapore” scrive Giorgio Monicelli, traduttore del romanzo. Ma c’è anche di più.
Quando Bradbury rivede le sequenze del suo film con la grandi vampate di fuoco distruttore, esclama: “Su quello schermo ho visto i falò di libri bruciati da Hitler per le strade di Berlino. Dietro di me, invece, nella memoria c’erano giganteschi fantasmi: l’immenso incendio che distrusse la biblioteca di Alessandria cinquemila anni fa”. Ma forse l’ispirazione ad affrontare questo tema gli era venuta già da giovane. “Io stavo crescendo, avevo trent’anni, e diventando adulto assistevo terrorizzato all’impatto crescente della televisione sulla nostra vita e nella sfera della creatività”.
Bradbury, oggi 86 anni, non è un vecchio brontolone e nostalgico. Il centro della sua riflessione sono sempre i libri. Confessa: “Sono un uomo–libro. Non ho mai frequentato una scuola superiore, mai andato in un collège. Da autodidatta, mi sono educato da solo nelle biblioteche. Le librerie sono il centro della mia vita. Da lì vengono tutte le mie idee. Ero preoccupato per la loro sopravvivenza, non importa dove, non importa quando”. E soggiunge: “Amo i giovani, ho fiducia in loro. Ma non esattamente in tutti. Solo in quelli che frequentano librerie e leggono libri ’in carne ed ossa”. Spiega: “Internet e la presenza di tanti aggeggi tecnologici mescolati in ogni momento della nostra giornata, generano confusione e non portano educazione. Spero che in un modo o in un altro si possa riportare la gente a leggere libri e che il nostro sistema scolastico insegni a leggere e a scrivere molto, molto più presto di adesso, ai bambini piccolissimi. C’è un sacco di bambini ’vecchi’ in giro che non sanno più né leggere né scrivere. Dobbiamo invertire la marcia. E conclude: “I libri sono migliori di Internet e degli aggeggi tecnologici che ci circondano”.
Bradbury sta progettando una nuova versione di Fahrehneit 451°. Un tema accattivante nella situazione odierna di invasione mass–mediale. Regista sarà Mel Gibson che ha già fatto stendere una decina di sceneggiature e non sarà povero di ‘effetti speciali’. “Sarà comunque folgorante, meraviglioso, fantastico”, conclude Bradbury in gran forma.
Qualche giornalista in un impeto di incontrollato avvenirismo ha sentenziato che ormai anche nelle scuole, il libro sarà è finito, basta con gli zainetti gonfi di volumi. Classe computerizzata, due clic, ‘Invia’.
No. Per fortuna nostra e delle nuove generazioni il libro continua la sua fatica educatrice. Ad Alessandria d’Egitto intanto si sta ricostruendo la famosa storica biblioteca mondiale.
Il libro non è sostituibile, vedi Stoll. O se preferiamo, non è ‘negoziabile’. Laici d’accordo.
Carlo Fiore |