In questo numero
IL BUDDISMO di Francesco Cravero e Maria Grazie Ciravegna

 



Leggenda indiana
Un giorno un uomo si sentì così male che la moglie dovette chiamare il dottore d'urgenza.
«Cosa si sente?», gli chiese il medico.
«Dei terribili dolori alla pancia!», rispose l'uomo; «Sono tremendi, non resisto più!».
«Che cosa ha mangiato a colazione?», si informò ancora il dottore.
«Pane bruciato!», disse il paziente.
«Bene. Allora le prescriverò un rimedio per gli occhi», sentenziò il medico.
«Per gli occhi?», esclamò stupito l'uomo; «Ma cosa c'entra il mal di pancia con gli occhi?».
«Mio caro signore», rispose pronto il medico, «se lei avesse avuto degli occhi buoni, non avrebbe mai mangiato pane bruciato!».

La predica di Benares
Il più noto discorso di Buddha, il primo dopo l'illuminazione, somiglia un po' a questa storiella indiana.
Nel racconto, infatti (di per sé poco più di un aneddoto), si riscontrano facilmente i quattro passi tipici della medicina indiana antica: 1) riconoscere la presenza della malattia (in base ai sintomi); 2) individuarne la causa; 3) accertarsi che la rimozione della causa comporti la scomparsa dei sintomi; 4) prescrivere la cura vera e propria.
Prendendo a prestito questo modello medico, diagnostico e terapeutico, Buddha formula la dottrina delle «Quattro nobili verità», cardine del buddismo: verità sulla sofferenza (1) e sulla sua origine (2), verità sull'estinzione della sofferenza (3) e sulla via che conduce all'estinzione della sofferenza (4).
La distanza, tra il problema (1) e la soluzione proposta dal buddismo (4), non sarà dissimile da quella tra «dei terribili dolori alla pancia» e «un rimedio per gli occhi».

Aspetti contrastanti
Quando un occidentale si accosta al buddismo ed ai suoi testi, sperimenta reazioni contrastanti e divergenti.
Da un lato, infatti, sembra di capire e di trovarsi d'accordo, anche se qualcosa sfugge. Così, per esempio, quando un maestro rimprovera ad un discepolo l'inutilità di interrogarsi sull'illuminazione degli esseri viventi: «A che serve discutere come fanno a diventare illuminati l'erba e gli alberi? […] L'importante è come fai a diventarlo tu!». Il giudizio è chiaro e condivisibile; in cosa consista e perché vada ricercata l'illuminazione… un po' meno.
Dall'altro, capita proprio di sentirsi a disagio, disorientati. Come quando si afferma che «la testa di gatto morto» è la cosa più preziosa al mondo… «perché nessuno può dirne il prezzo».

Il nodo centrale
Vi sono cinque cose che nessun asceta, nessun brahmano, né un dio, né M?ra, né Brahm?, né alcun essere al mondo è in grado di fare. Quali sono queste cinque cose? Ottenere che chi è soggetto a vecchiaia non invecchi, che chi è soggetto a malattia non si ammali, che chi è soggetto alla morte non muoia, che chi è soggetto a rovina non cada in rovina, che quanto è soggetto a passare non passi; ecco le cose che nessun asceta, nessun brahmano, nessun dio, né M?ra, né Brahm?, né alcun essere al mondo è in grado di fare (An.guttara-nik?ya, III, 60)

Francesco Cravero e Maria Grazie Ciravegna

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