Dall’inizio dei tempi la felicità di un bambino è maneggiare un bastone, con cui fare il soldato, oppure “tormentare” le pozzanghere. Altre volte è avere una palla, da scalciare il più forte possibile contro il primo muro che capita a tiro.
Ovvio che, mettendo assieme le due cose – il bastone e la palla – viene fuori un gioco di squadra fra i più spontanei ed entusiasmanti di tutti quelli escogitati dall’umano ingegno. Lo sapevano già gli antichi persiani, nei cui documenti resiste traccia di questo passatempo collettivo, tramandatosi nel corso dei secoli e in varie parti del mondo. Fino a diventare, cosa della seconda parte dell’800, uno sport chiamato “hockey”, nel quale due squadre si oppongono usando il bastone per fare “goal” con la pallina nella porta avversaria.
Uno sport di tutti
Impossibile dire con precisione chi lo ha inventato. All’antica lingua dei francesi si fa risalire l’origine del nome, che significa “bastone ricurvo”. Agli inglesi va riconosciuto il merito di averne codificato le regole, attorno al 1870. Ai canadesi spetta l’onore della prima partita “su ghiaccio”, disputata il 3 marzo 1875 fra docenti e studenti della McGill University di Montreal, trasformando in competizione moderna un gioco praticato dai danesi (su pattini d’osso) già nel dodicesimo secolo, e assimilato successivamente dagli olandesi con il nome di “bandy”, variante dell’hockey tuttora diffusa nel nord Europa.
Come si è avuto modo di capire, stiamo parlando di una delle discipline di squadra che incontrano maggiore fortuna a ogni latitudine del pianeta, anche perché non bisogna dimenticare l’eredità degli antichi persiani, raccolta a oriente da Paesi come India e Pakistan, le cui nazionali di hockey su prato hanno conosciuto periodi di grande fortuna internazionale. Quanto agli italiani, e ai latini in genere, finora esclusi dalla ricostruzione, bastone e pallina significa per loro hockey su pista, versione su pattini a rotelle affermatasi nel ‘900 come uno dei più genuini e avvincenti sport paesani, legati a formidabili rivalità di campanile.
Le regioni giuste
Se, in questi anni di decadenza del calcio, a un ragazzino viene voglia di provare con l’hockey, guai a chi gliela fa passare. Difficile trovare senso di squadra ed emozioni forti come in questo sport per puri e duri, giocato da squadre di cinque giocatori (portiere compreso), fatto inoltre per le inclinazioni di tutti, così da dare spazio sia agli elementi tecnici, magari votati all’attacco, che a quelli atletici, più predisposti al gioco difensivo. Se per giunta questo ragazzino (o ragazzina, perché ormai i campionati femminili hanno preso piede anche qui), è italiano, ed è nato nelle regioni giuste, avrà l’opportunità di praticare proprio l’hockey a rotelle che nel nostro Paese ha dato vita ad autentiche saghe ricche di episodi e personaggi.
Bisogna sottolineare “regioni giuste”, dato che nessun altra disciplina conosce in Italia una fortuna così strettamente legata alla zona geografica. Se, lungo la costa toscana, parlate di hockey a rotelle in Maremma, dove il Follonica ha vinto gli ultimi quattro scudetti, incontrerete chi potrebbe tirare l’alba narrandovi di memorabili zuffe con i rivali viareggini della Versilia. Se invece tentate di fare lo stesso pochi chilometri più a sud, in territorio laziale, vi guarderanno come un alieno, assolutamente ignari dell’argomento. In quasi un secolo di storia, l’hockey su pista ha infatti costruito gran parte della sua storia, oltre che in Maremma, nel Piemonte orientale di Vercelli e Novara, nella Lombardia di Monza Lodi e Seregno, e nella provincia di Vicenza, dove lo scudetto si è via cucito sulle maglie di Trissino, Breganze e Bassano. Importante sottolineare che questi ultimi sono paesi, e non capoluoghi di provincia (Trissino e Breganze assieme non fanno ventimila abitanti), a dimostrazione della straordinaria “democraticità” di questo gioco.
Tivù a bordo campo
È negli anni ’80 che, esaltato dai titoli mondiali vinti in quel periodo dall’Italia, l’hockey su pista si impone nella penisola come sport emergente, premiato da un crescente numero di appassionati grazie alle frequenti riprese televisive dei principali appuntamenti agonistici. Segue un lungo periodo di decadenza, di cui solo negli ultimi anni si è intravista la fine, anche per il ritorno delle telecamere a bordo campo. Presenza della televisione che si rivela fattore determinante anche nella versione su ghiaccio dell’hockey, sempre disputata in campo da cinque giocatori per squadra, ma con panchine lunghissime, utilizzate per frequenti sostituzioni. Non a caso, negli Stati Uniti il campionato della lega professionistica Nhl costituisce uno dei piatti più appetitosi della stagione televisiva assieme a basket Nba e football. Ciò alimenta costanti ricambi e investimenti, a differenza che in Italia, dove la televisione latita da sempre negli stadi del ghiaccio, per altro ancora più localizzati rispetto a quelli dell’hockey a rotelle. Si gioca solo in Veneto e Alto Adige, con l’unica e nobilissima eccezione della Milano pluricampione nazionale, a differenza che nella confinante Svizzera, dove l’hockey su ghiaccio è una specie di malattia nazionale, testimoniata da affluenze di pubblico nettamente superiori a quelle del calcio.
La politica del dischetto
C’è da capirli, gli svizzeri, perché la passione per queste sanguigne battaglie attorno al dischetto di plastica da spedire in rete, è quanto meno contagiosa. Merito di un gioco così amato da avere dato vita più di una volta a imprese entrate nella Storia tout court, non solo sportiva, come la partita disputata fra l’allora Unione Sovietica e l’allora Cecoslovacchia alle Olimpiadi invernali di Grenoble. L’anno è il 1968, e cade nel pieno della tensione politica originatasi fra i due Paesi, culminata nell’invasione da parte delle truppe sovietiche, spedite a reprimere il movimento libertario battezzato Primavera di Praga. A Grenoble vinsero i cechi 5-4, e anche se l’oro andò alla fine ai loro avversari, quell’epica vittoria viene oggi ricordata come, o forse più di una medaglia. Sempre dalla Cecoslovacchia, poi divenuta Repubblica Ceca, viene Dominik Hasek, nato a Pandubice nel 1965, definito il più grande portiere di hockey su ghiaccio di ogni tempo, come dimostrato dalle Olimpiadi giapponese di Nagano – anno 1998 – dove trascinò al titolo la sua nazionale ergendosi a barriera insuperabile nella semifinale vinta 2-1 sul Canada, e nella finale vinta 1-0 sugli eterni rivali della Russia.
Leggende analoghe popolano a oriente la storia dell’hockey su prato, dove l’India, prima di entrare nel periodo di decadenza culminato con la clamorosa esclusione dalle Olimpiadi di Pechino, ha scritto pagine meravigliose di questo sport con l’oro delle sue medaglie. In Italia invece, buio pesto e risultati modestissimi in oltre 70 anni di campionati. Forse perché, con i suoi undici uomini in campo sul verde di un campo lungo oltre 90 metri, l’hockey su prato è sempre stato visto come una brutta copia del calcio. Preconcetto da eliminare, soprattutto oggi, di fronte a un calcio italiano avvelenato dagli interessi economici e dai giochi di potere di chi lo gestisce. Credeteci, è il momento di usare il bastone.
Stefano Ferrio |