In questo numero
LIBERA TUTTI! di Gianluca Marasco & Claudia Pedone

La mafia si organizza. L’antimafia pure.
1200 associazioni insieme per sconfiggere
la criminalità e sequestrare le sue armi:
omertà, prepotenza e violenza.


La villa di Totò Riina
A Corleone, cittadina universalmente nota come capitale della mafia e baluardo di una delle più sanguinose “famiglie” d’Italia, sorge dal 1999 un Istituto agrario molto particolare. Le aule sono le stanze abitate fino a qualche tempo prima, dal superboss Totò Riina e si fa ricreazione nei corridoi in precedenza attraversati da “picciotti”.
Il bene immobiliare, sequestrato dallo Stato e restituito alla collettività, è chiara testimonianza di quanto l’azione della criminalità organizzata sottragga al territorio in termini di ricchezza. I pomelli d’oro dei bagni di casa Riina stridono con la povertà di molte zone limitrofe e ricordano che, se la mafia crea ricchezza, è perché l’ha sottratta ad altri.
Gli abitanti di Corleone, e gli studenti dell’Istituto in primo luogo, hanno potuto vedere e capire la falsità di uno dei pretesti su cui si poggia l’appeal della mafia: quello di offrire opportunità di una vita e di un lavoro dignitosi lì dove lo Stato è latente.
La sorte della villa di Totò Riina è un esempio eclatante degli effetti benefici della normativa sulla confisca dei beni di origine mafiosa per la società civile. Un ruolo importante nell’approvazione della legge Rognoni -La Torre fu giocato da Libera agli albori della sua attività di lotta alle mafie.

Libera: la sua storia e la sua azione
Libera è un’organizzazione che raccoglie attorno a sé e coordina oltre 1200 realtà tra associazioni, scuole e gruppi impegnati a diffondere la cultura della legalità. Nasce il 25 marzo 1995 a Roma sulla scia dei movimenti di riflessione sorti dopo le stragi in cui morirono Falcone e Borsellino con le loro scorte.
Iniziative che spaziano dalla formazione di giovani ed educatori alla promozione d’eventi commemorativi, fino alla costituzione di cooperative che creano lavoro lì dove la criminalità aveva soffocato l’economia, costituiscono l’azione quotidiana dei volontari guidati dalla personalità carismatica di don Luigi Ciotti, presidente di Libera.
«I mafiosi mettono in conto qualche anno di carcere, ma quello che non prevedono è vedersi sottrarre i profitti acquisiti con le loro attività illecite», proprio per questo, spiega don Raffaele Bruno, referente di Libera per la Regione Puglia, uno dei punti nodali delle azioni di contrasto alla mafia è la confisca dei patrimoni dei boss. A quest’opera di recupero segue l’assegnazione dei beni a fini sociali. “Olio, pasta, legumi, vino, farina, passata di pomodoro, peperoni, melanzane: prodotti con un sapore in più, quello della legalità, del riscatto, della libertà” così recita lo slogan delle cooperative che lavorano sui terreni requisiti.
Libera lavora al fianco dello Stato e dell’Agenzia del Demanio affinché il sistema di riassegnazione di queste strutture ed aree funzioni in maniera efficace e in tempi brevi, allo scopo di evitare che le strutture con il passare degli anni subiscano un eccessivo degrado dovuto all’abbandono; stabilisce convenzioni con le autorità e informa sui bandi di evidenza pubblica, sensibilizza associazioni ed apparati burocratici.
A livello politico lavora perché l’attenzione sul problema della criminalità organizzata sia sempre desta e ha impedito più di una volta che importanti provvedimenti legislativi fossero abrogati. Ad esempio, osteggiò le pressioni che i boss rivolsero a politici conniventi affinché si chiudesse il capitolo “tolleranza zero” inaugurato dopo le stragi del ’92.
Un occhio di riguardo Libera lo riserva alle nuove generazioni. La formazione degli educatori e dei giovani entra nelle scuole e si muove per le strade cittadine perché si diffonda la cultura della legalità, della cittadinanza consapevole, della pace e della giustizia. Chi è consapevole dei propri diritti non ha bisogno di piegarsi alla legge del favore. «Da noi si dice: ungi l’asse per far girare la ruota. La ruota sono i miei diritti, l’asse quel funzionario, il professore universitario, la pubblica amministrazione che devono far girare questa ruota» spiega don Raffaele, «ma l’asse, per far girare la ruota, deve essere unta e fa di tutto perché ci sia continuamente bisogno di ungerla». La corruzione rischia così di diventare una prassi accettata.
«Si dice sempre che i giovani sono la nostra speranza, il nostro futuro. Ma perché non possono essere l’oggi, il presente?». A partire da questa domanda Libera crea spazi di partecipazione attiva e di espressione del pensiero e della creatività dei giovani. «Il poi è figlio del mai» continua don Raffaele, pertanto dei ragazzi bisogna occuparsi ora, non in un futuro indefinito.

Va dove ti porta il business
Dobbiamo sfatare l’immagine romanzata del mafioso con la coppola, galantuomo, che rispetta le donne, che assicura ricchezza e protezione alla propria gente. Sono stereotipi che non aiutano a capire e, quindi, a combattere l’odierna criminalità organizzata.
Al posto del tipico cappello siciliano, i mafiosi girano con le ventiquattrore in mano e la cravatta al collo. I loro figli studiano nelle migliori università italiane ed europee perché “l’azienda di famiglia” necessita di persone in grado di gestire i suoi traffici internazionali di droga e armi. L’alta finanza è la nuova frontiera del denaro sporco.
Marciare a Torino e a Milano contro le mafie non è un gesto stravagante o un pretesto per catturare l’attenzione dei media, ma una forma di denuncia delle nuove filiali aperte dalle cosche nelle grandi città del Nord.
La mafia è più vicina di quanto si creda. Tra cyclette e bilancieri si spaccia la droga degli sportivi. Quando si parla di doping il pensiero corre dritto a Pantani, Maradona ed altri nomi di campioni. Già da ragazzini, in realtà, si inizia a far uso di “integratori” e la cultura del corpo perfetto gonfia le tasche degli spacciatori, con la compiacenza di mister e personal trainer.
Le mafie navigano tra innovazione e tradizione.

La mafia fa scuola
Combattere la mafia non è solo affrontare un’organizzazione parallela allo Stato; è contrastare un sistema culturale. «La cultura mafiogena trova terreno fertile nella normalità dei modi di pensare, di relazionarsi, anche nei modi di dire», spiega don Raffaele, «favorire la mafia è educare alla subordinazione acritica, a “farsi i fatti propri”, alla cultura dell’eroe, modello da ammirare ma inarrivabile, cui elargire tributi e applausi rinunciando al proprio protagonismo. Anche una certa immagine dei rapporti familiari è di natura mafiogena: “i panni sporchi si lavano in casa”, “l’importante è non sporcare il buon nome della famiglia”, “proteggersi a vicenda”, sono gli stessi modi di dire che usano gli affiliati. Non è un caso che le cosche si chiamino famiglie».
Una cultura che si basa sul culto della forza, della ricchezza e del successo vede nel mafioso uno che ce l’ha fatta, un vincente da imitare o cui inchinarsi.
Il primo complice della mafia è il silenzio. Questo è noto, però tutti continuano a tacere. Spiega con rammarico don Raffaele: «Gli striscioni delle fiaccolate di protesta recitano slogan del tipo “morti a causa del nostro silenzio!”. Eppure le bocche rimangono serrate». Star zitti non è un atto di coraggio; come canta Caparezza Il silenzio è dei colpevoli.

Cosa si dimentica parlando di mafia
La storia della lotta alla criminalità organizzata ha un lato poco visibile: non tutte le vittime muoiono per uno sparo o scompaiono nel nulla. Tante altre continuano a vivere senza un padre o un marito; sono i parenti degli uccisi che, passata l’onda emotiva e l’attenzione dei media, affrontano le difficoltà di ogni giorno con un peso in più nel cuore. La perdita di un familiare è complessa dal punto di vista affettivo ed anche economico, specie se rappresentava l’unica fonte di reddito per i propri cari. Il dolore aumenta quando la giustizia non riesce a far luce sulla verità dei fatti di sangue.
Libera offre ai parenti delle vittime spazi di incontro perché possano raccontare e dar voce ai problemi di chi si sente ed è solo, per sostenersi a vicenda e sentirsi insieme come a casa propria.
Muore per la mafia anche chi perde la propria identità. È il caso dei testimoni di giustizia, semplici cittadini che, a detta di alcuni, ‘follemente’ compiono il proprio dovere: denunciare fatti illeciti di cui sono venuti a conoscenza. Le misure di protezione attivate dallo Stato per tutelare i testimoni di giustizia prevedono il cambio di residenza e di generalità. Ciò significa che, improvvisamente, un’intera famiglia si ritrova lontana dalla propria casa e dagli affetti, con una vita da dover lasciare alle spalle per ricominciarne una nuova e più sicura. Sono costretti a pagare un prezzo troppo alto in nome della giustizia e della loro incolumità.
Evviva i maxiprocessi, i blitz e gli arresti eccellenti! Per realizzare una società affrancata da prepotenze e dalla legge del più forte, però, è necessario unire le forze che la società civile manifesta, stringersi in una rete che promuova valori di legalità, solidarietà e responsabilità. Libera lavora proprio per questo.

Gianluca Marasco & Claudia Pedone

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