In questo numero
MAX HORKHEIMER di Giovanni Balocco

La scienza e la tecnica sono
forme di ideologia, causa ed espressione
delle contraddizioni della società.
Solo l’utopia, che è denuncia di ciò
che è falso nel presente, può salvarci.
Nell’attesa che si compia
una speranza divina.


«Max Horkheimer (1895-1973) appartiene a un gruppo dinamico di filosofi, che hanno meditato sulla società contemporanea, sulla tragedia della Seconda Guerra Mondiale e sul dramma dell’Olocausto.
Horkheimer ha voluto riflettere sui regimi del Fascismo e del Nazismo, che egli ha collegato fortemente con il capitalismo, come trionfo assoluto del profitto a scapito dell’uomo: e l’accumulazione senza scrupoli del profitto porta alla “pura legge del potere”. Ma nella dinamica disumana del capitalismo e del profitto ad ogni costo, rientra pure quello che per Horkheimer è un puro capitalismo di Stato, cioè il socialismo Sovietico e Staliniano, che con i suoi ferrei piani quinquennali ha imposto un altro disumano regime totalitario. E ambedue i regimi hanno imposto l’impianto di una organizzazione burocratica ed impersonale, che usando la ragione come strumento per dominare la natura, ha finito con il dominare totalmente l’uomo.

Le colpe della scienza
In Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale (1947), dove egli ha sottolineato come la ragione è diventata “ancilla administrationis”, cioè strumento di dominio dell’uomo sull’uomo, e non più fornitrice di valori oggettivi all’uomo, a cominciare dalla centralità e dal primato dell’uomo stesso. Oggi la ragione è usata per realizzare la società dei consumi, che di nuovo assoggetta completamente e sottilmente l’uomo alla dinamica stritolatrice del consumismo e dell’edonismo fine a se stesso.
Anche la scienza ha le sue colpe. Infatti, dice Horkheimer, nessun aspetto della realtà può essere compreso come definitivo. Questa è l'illusione della scienza, che reputa che l'oggetto della conoscenza siano i fatti separati dai valori. È impossibile una ricerca scientifica pienamente disinteressata, quando gli uomini non sono autonomi: gli scienziati e i ricercatori fanno parte della società che essi studiano e, giacché tale società non è il frutto di una libera scelta razionale da parte degli uomini, essi non possono uscire da essa. Solo la ragione può cogliere le contraddizioni presenti nella realtà. La ragione deve essere un tribunale critico della realtà: per essa è vero non un insieme di dati di fatto, ma tutto ciò che produce un cambiamento nella direzione di una società razionale in cui l'uomo è libero di agire senza subire alcuna strumentalizzazione.
L’uomo deve cercare la propria felicità che è legata alla sensibilità, e che non può essere sostituita con palliativi illusori, quali i divertimenti di massa.

La fine dell’Illuminismo
Quando va negli Stati Uniti, Horkheimer vede una società industriale all'avanguardia, caratterizzata da uno straordinario sviluppo dell'industria culturale. Ma proprio qui sorge il problema del perché l'umanità, nonostante gli straordinari progressi tecnici, "anziché entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di barbarie". Nel tentativo di trovare una risposta, Horkheimer compone, insieme all'amico Adorno, la Dialettica dell'Illuminismo: si tratta di chiarire come mai l'Illuminismo, che ha come obiettivo la liberazione dell'umanità dalle paure e dalle superstizioni mediante la ragione, si sia capovolto nella sua negazione, ovvero nell'autodistruzione della ragione. L'Illuminismo per liberare gli uomini dalle paure li rende padroni della natura mediante la scienza: così il sapere si identifica con il potere e la ragione è uno strumento di dominio. Ma così, l'Illuminismo fa propri i contenuti dei miti che ha abbattuto, limitandosi a trasferire da Dio all'uomo il dominio sull'esistente: la differenza è che la natura non è più dominata assimilandosi ad essa attraverso la magia e l'imitazione, ma mediante il lavoro. L'accrescimento del potere degli uomini ha però il costo di una loro estraniazione dalla natura e dalla vita.
L'Illuminismo viene così a rovesciarsi in una nuova mitologia fondata sull'accettazione passiva dei fatti, che legittima l'ingiustizia sociale per cui il mondo non è diventato più razionale e più umano.
La conclusione è che "la maledizione del progresso incessante è l'incessante regressione. Anche il pensiero è impoverito, destinato a compiti solamente organizzativi e amministrativi all'interno di un apparato di dominio che tende a produrre uniformità e conformismo. Anche la cultura è una merce di scambio come tutte le altre merci e, al contempo, esercita grande potere sul consumatore grazie alla mediazione del divertimento. La radio e il cinema portano lo spettatore ad identificarsi con la realtà, ridotta ad una serie di personaggi stereotipati, che rappresentano l'apoteosi del tipo medio. Tolgono spazio alla possibilità di pensare ciò che è inconsueto.

La speranza della religione
La malattia della ragione consiste nel fatto che, nata dall'esigenza umana di dominare la natura, essa è diventata strumento di dominio. Ciò vuol dire che la ragione può diventare ragionevole, solo riflettendo sul male del mondo, così come è prodotto e riprodotto dall'uomo.
Nei suoi ultimi scritti, Horkheimer rivendica alla filosofia il compito di difendere l'individualità e la sua autonomia, che rischia oggi di volgere al tramonto, annegata nel conformismo. Una funzione positiva resta alla religione, in quanto incarna un desiderio di felicità ed è mossa dall'aspirazione verso il totalmente altro.
E su queste tematiche Horkheimer è ritornato, con affinata sensibilità, nella sua ultima, breve, ma suggestiva opera del 1970: La nostalgia del totalmente altro, in cui ha riconosciuto che tante illusioni sono crollate, nel clima immediatamente postsessantottesco. L’uomo rimane une essere finito, precario e circondato da tante incertezze, e ha bisogno di punti di appoggio, di una forma di teologia, che dia “… La speranza che, nonostante questa ingiustizia, che caratterizza il mondo, non sia l’ultima parola”. Così, la teologia incarna la speranza che “…È l’espressione di una nostalgia, secondo la quale l’assassino non trionfi sulla vittima innocente”.

Giovanni Balocco

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