In questo numero
SILENZIO: NON C'È MUSICA di Susanna Conti

Una scuola senza ritmo?
Ma solo per chi non vuole sentire


Scuola e silenzio sono parole tra le quali non c’è accordo. Né prof né studenti separerebbero mai l’idea della scuola da quella di un suono tanto intenso quanto (sicuramente) produttivo. Un altro accordo impossibile è chiaramente quello tra silenzio e musica. Eppure c’è una situazione in cui l’assurdo diventa reale: la scuola (superiore) fa silenzio sulla musica e la musica sta in assoluto silenzio nella scuola (superiore). Tutti (prof e studenti) sognano, da che scuola è scuola, un terreno d’incontro fra generazioni, un interesse comune su cui condividere cultura. La musica è lì, pronta ad uscire dagli auricolari che tutti hanno in tasca, ma tra coloro che decidono sulla scuola non se n’è ancora accorto (quasi) nessuno.

Rock formato famiglia
Può darsi che la colpa sia della paura. Nessuno studente sa di poesia più del prof e nemmeno di pittura o di biologia o di qualcos’altro che rientri nei programmi. Invece di musica (come di informatica) voi studenti avete una cultura (e una pratica) che vi siete costruiti negli anni in luoghi diversi dalle aule: di computer e di musica ne sapete di più voi. Il computer (con fatica) è riuscito a entrare in classe, la musica ancora no. Forse i prof temono di essere spiazzati, hanno paura di non sapervi rispondere. Oppure pensano che la musica provochi caos. Oppure non vogliono che voi possiate dire Questo mi piace o Questo non mi piace (frase che non vi azzardereste a pronunciare forte a proposito de Le Grazie del Foscolo o dell’Ode on a Grecian Urn di Keats).
Bisogna che si esca allo scoperto: prof e studenti. Nel settembre scorso, al concerto dei R.E.M. a Torino, ho visto intere famiglie: padri e madri cinquantenni con i figli seduti in mezzo, in età di scuola superiore. Le madri si sono alzate solo alla fine, ma i padri hanno cominciato da subito a suonare un’ipotetica batteria o un ipotetico basso, con i medesimi gesti che fanno a scuola i loro figli quando hanno la musica in testa perché il prof non ha ancora iniziato. Questo significa che la musica non oppone più le generazioni tra loro e che tutti quanti potrebbero aprirsi a generi diversi senza sembrare né troppo seri né troppo giovanilisti.

Saggio breve sul pop
Che fare? In primo luogo lasciar perdere il fatto che nei programmi di scuola non c’è la materia musica. Ci sono giochi di prestigio:

  • Invece di far scrivere un articolo di giornale su una dubbia scoperta archeologica, farne scrivere uno sul concerto di Vasco o su quello che ciascuno studente si sceglie da solo
  • Invece di assegnare un’improbabile recensione del romanzo Il nome della rosa (da leggere nelle vacanze), farne scrivere una su un CD a scelta di un gruppo a scelta
  • Invece di spiegare il concetto di genere con complicate definizioni, farlo esporre in un testo di 10 righe attraverso una rassegna del rock e dei suoi sottogeneri
  • Invece di presentare il Romanticismo italiano trovando “spunti” romantici nei grandi classici dell’Ottocento, parlare di Verdi e del suo pubblico e vedere assieme almeno il video di Traviata. Tranquilli, la storia prende, sia le ragazze sia i ragazzi…
  • Invece di spiegare il verismo dopo aver assegnato a casa la lettura integrale del Mastro don Gesualdo, vedere in video la Cavalleria Rusticana, magari quella con la regia di Zeffirelli. Anche qui la storia prende. Si tratta comunque di una lezione dall’alto, ma, con la Cavalleria, i ragazzi capiscono il verismo…

È chiaro che questi suggerimenti sono per i prof. Voi studenti sapete da soli che cosa potreste proporre. Ai prof resta soltanto il compito di ricondurre i contenuti ai programmi.
I giochi di prestigio sono utili, ma non bastano. Servono per fare scuola con maggiori motivazioni, ma non incidono né sulla programmazione né sulle scelte musicali di studenti e di prof. Aspettiamo che un ministro proponga la storia della musica come disciplina analoga alla storia della letteratura, della filosofia e dell’arte. Possiamo anche provare a dirlo, visto che il ministro attuale ha aperto un canale su YouTube…
Intanto voi studenti mettetevi a inventare un vostro progetto didattico: una mostra a scuola sulla musica che piace a voi (con ascolti, si capisce), un video sui luoghi in cui i ragazzi ascoltano e fanno musica, un ipertesto sulla techno, la richiesta al consiglio di istituto di un laboratorio musicale (con preventivi e tutto quel che serve per corredarla). Scriverete saggi brevi, articoli di giornale, testi argomentativi. Userete anche quei saperi che mettete in atto ogni volta che realizzate il concerto di fine anno. Come al solito, se solo ci fossero i finanziamenti…

Un’opera da ragazzi
Qui parleremo invece di un progetto realizzato dagli adulti assieme agli studenti di diversi ordini di scuola. Da quasi vent’anni i ragazzi delle scuole piemontesi “vanno all’opera”. Vanno al Teatro Regio di Torino, lo visitano, assistono ad alcuni momenti delle prove di un’opera lirica che viene loro spiegata da persone esperte sia di musica sia di didattica, partecipano a uno spettacolo serale con il pubblico dei grandi, discutono l’esperienza in classe con il prof e con uno degli esperti.
Uno di questi esperti è Elisabetta Lipeti: è una musicologa, anche se la parola musicologa non la descrive affatto. Infatti è giovane, è simpatica ed è molto colta. Sa come catturare i ragazzi. Vive di musica, anche nel senso che la musica è il suo lavoro. Suo marito insegna al Conservatorio, le sue due figlie suonano entrambe uno strumento e hanno conciliato studio dello strumento e studio a scuola. Quando parla di musica, Elisabetta sa comunicare cultura, passione e entusiasmo. Con la guida sua e dei suoi colleghi, ogni anno al Regio di Torino ci sono 50mila presenze paganti tra spettacoli, laboratori e attività didattiche. Insomma, 1/3 degli spettatori del Regio sono ragazzi. Sono ragazzi che hanno capito come un’opera lirica non sia musica da vecchi o da ricchi, ma musica che si vive e che si fa spettacolo anche grazie al pubblico. Lo spettacolo e alcune attività collegate hanno un costo, anche se contenuto: infatti ha un senso che le persone siano educate a un consumo consapevole e capiscano che la cultura è qualcosa per cui si può scegliere di spendere.
Da quando il Teatro ha iniziato l’attività con le scuole, un risultato è il fatto che il pubblico dell’opera, a Torino, è ringiovanito, perché molti ex-studenti ritornano negli anni successivi. Alcuni scoprono strade possibili: Elisabetta ha ritrovato uno studente che è diventato aiuto regista; tra i ragazzi delle mie classi, Manuela ha scelto di studiare come contralto (senza tralasciare biologia). L’ho già sentita cantare in pubblico.
I percorsi del Regio dimostrano che la musica, spiegata, vissuta e capita, permette di superare i salti di generazione. Alcuni studenti hanno seguito un percorso con Elisabetta e hanno assistito ad uno spettacolo del Balletto Nazionale di Spagna. Per caso, quella sera a teatro, hanno incontrato una loro prof che era lì come abbonata al teatro e non come prof. Loro avevano capito benissimo quel flamenco stilizzato, lei no. Così gli studenti si sono divertiti a far lezione alla prof esterrefatta.

Rossini al fast food
Un segreto è che chi ha le competenze unisca alle competenze la passione. Quando voi ragazzi capite che chi vi parla si mette in gioco, siete disposti a mettervi in gioco anche voi e a non avere pregiudizi. Con una classe molto simpatica e un po’ sciamannata, anni fa seguimmo con Elisabetta il percorso su Il conte Ory di Rossini. Non vedevamo l’ora di “partecipare” allo spettacolo. Quella sera ci vestimmo tutti benissimo e cenammo al McDonald’s. Elisabetta venne con noi in uno dei nostri palchi e, alla fine, decidemmo di andare tutti a scuola il giorno dopo vestiti da teatro. Ci davamo un sacco di arie. Poi riscrivemmo la storia del conte Ory ambientata ai nostri giorni, in una stazione piena di studenti pendolari. Chissà che cosa direbbe un pubblico “serio”… Il fatto è che per noi quella era stata musica da vivere. Per tutti, anche per Enrico, che aveva già la barba e che in quei giorni se l’era tinta di verde per vedere se suo padre se ne sarebbe accorto.
Va a finire che questo articolo è un appello… Molte voci più importanti della nostra hanno levato appelli ai ministri perché ci diano almeno un po’ di musica nella scuola superiore. Noi possiamo fare qualcosa di semplice ma incisivo: levare una appello a chi a scuola c’è tutti i giorni perché tenga presenti alcuni fatti eterogenei:

  • i ragazzi vivono immersi nella musica e la musica è uno dei loro linguaggi più condivisi; gli adulti in genere vivono la musica come una continua colonna sonora che subiscono senza scegliere
  • noi prof adulti abbiamo tolto la musica a grandi cantautori che abbiamo fatto diventare (noiosi) mostri sacri: Catullo e Orazio cantavano le loro poesie e anche Dante, quando scrive quell’incantamento che è Guido i’ vorrei (andate a rileggere il sonetto), facilmente pensa a suonarlo tra amici come fanno i ragazzi sui pullman delle gite scolastiche
  • qualche libro di storia andrebbe riscritto: non è possibile spiegare la storia degli anni Sessanta del Novecento senza metterci in mezzo i Beatles, i Rolling Stones, Joan Baez e Bob Dylan. Proprio come non è possibile spiegare la storia dell’Ottocento senza metterci in mezzo Giuseppe Verdi.
Anni fa, con una classe e con Elisabetta, abbiamo seguito il percorso su Traviata. Abbiamo aggiunto una “gita” alle Roncole di Busseto alla casa di Verdi e a Parma al teatro Regio. Marco ovviamente s’era portato la chitarra e ha provato una canzone sul palco del Regio, con tutti noi che ascoltavamo (apposta) dal loggione, cioè dal settore in cui sta il pubblico più appassionato e più esigente. La morale è che quello è stato un modo superbo per far tacere il silenzio.

Susanna Conti

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