In questo numero
DON ANTONIO MAZZI, UN PIERINO PER TUTTI I PIERINI di Paola Riva

Se i giovani avessero davanti degli adulti
che credono di più, che sono più seri,
più profondi, più genuini, la società
sarebbe meno aggressiva.
Ad affermarlo è un inossidabile
prete di grande esperienza
e di grande cuore.


Don Antonio Mazzi: un “piccolo grande prete” che a fine anno compirà 80 anni. Occhi azzurri penetranti, capelli bianchi, il fondatore di “Exodus” si muove ancora con l’agilità di un ragazzino e sprigiona un’energia contagiosa. Era il 25 marzo del 1984 quando al Parco Lambro di Milano iniziò il suo cammino per liberare i giovani dalla schiavitù della tossicodipendenza e da allora è diventato il punto di riferimento di tanti ragazzi conquistati dalla sua determinazione, ma anche dall’arguzia, dall’ironia e dal suo amore per la vita.

Come sono cambiati i giovani che bussano alla porta della sua comunità?
Nei primi anni ottanta il problema vero era l’eroina, il giovane era spaesato davanti ai cambiamenti e si rifugiava nella droga, ma viveva l’essere tossicodipendente con disagio e come una disgrazia. Oggi la dipendenza è legata al capriccio. Per i ragazzi la cocaina è divertimento. Non c’è più il complesso di colpa che si viveva un tempo. Adesso, con il sorriso più serafico, si fumano spinelli durante la settimana e si tira cocaina il sabato sera. Il problema non è solo dei genitori ma dell’intera società e dei modelli culturali che propone. Certo che, per fare un esempio, un padre con tre telefonini non può discutere se comprarlo o meno alla figlia. Gli adulti in generale hanno abdicato ai loro ruoli. Addirittura i preti non fanno più i preti. Si sono smarriti prima i pastori che le pecorelle... Oggi chi va ancora a lavorare per il gusto di farlo? Solo i soldi contano. La società non ha più padri. Una volta era il clan che educava. Mai come oggi il padre deve risorgere dal suo letargo. Gli adolescenti sono in crisi perché non hanno i padri. Un babbo che dice sempre di sì è la copia della mamma. La mamma mette al mondo i bambini, e i padri creano gli adolescenti. Compito del padre è far conoscere e rispettare le regole.

E le mamme di oggi come sono?
Ci sono tre tipi di mamme: quella dolce e tenera, la mamma italiana “con tre emme” iperprotettiva, che vizia i figli e poi c’è la madre, simbolo della famiglia. Ad un certo punto anche la mamma deve diventare grande e trasformarsi in madre, l’equilibrio di una famiglia si raggiunge quando i genitori ricoprono pienamente il ruolo di “padre e madre”. L’errore delle mamme è che sono troppo soffocanti, i figli si devono amare non adorare.

Di che cosa hanno bisogno i ragazzi oggi?
Hanno bisogno di testimoni più che di teorie. Se i giovani avessero davanti degli adulti che parlano di meno ma credono di più, che sono più seri, più profondi, più genuini, credo che non ci sarebbe bisogno di molto, invece noi continuiamo a chiacchierare convinti che in questo modo convinciamo i nostri figli a vivere. Ci deve essere un confronto di vita “a vita”, un confronto molto forte e qui dobbiamo tornare a quello che diceva Cristo: “Io sono la verità, guardate quello che faccio” e questo è il messaggio che io mando soprattutto agli adulti di essere testimoni veri, come si dice da noi “veraci”, come le vongole!
Più in generale si vive con un disagio interiore e dobbiamo ritrovare tutti insieme un progetto che trasformi il benessere di oggi anche in benessere spirituale. La voglia di cambiare nei ragazzi c’è. Tocca a noi adulti puntare sull’amore, dobbiamo tornare ad essere ottimisti con delle nuove proposte. Dobbiamo interrogarci su come si trova la felicità autentica e non effimera, su come si sviluppa il divertimento sano e genuino. Mi auguro che i giovani tornino a leggere il Vangelo, forza ispiratrice per un avvenire migliore.

La famiglia è sempre più in crisi. Da dove deriva, secondo lei, questa situazione?
Il problema della famiglia è, secondo me, che non abbiamo chiarito la differenza tra innamorarsi e amarsi. E anche noi preti molte volte ci siamo accontentati del fatto che due siano innamorati. L’innamoramento rispetto all’amore è un passaggio che sembra semplice, ma è difficilissimo perché di solito ci si innamora non di una persona reale ma di una immagine che solo in parte è reale e alla quale spesso abbiamo messo l’aureola che vorremmo che avesse. E’ giusto nell’innamoramento vedere anche quello che non c’è ma l’amore deve passare attraverso l’accettazione dell’altro così com’è. Tante unioni finiscono proprio per l’incapacità di rendersene conto. Il matrimonio è bello in quanto i due sono diversi in un progetto unico di vita e ci vuole molto coraggio per amarsi nella diversità.

Sembra che lei tratteggi il ritratto di genitori assenti e figli arroganti. E’ veramente così?
Numerosissimi genitori, impegnati e spaventati, incapaci di seguire i propri figli, soprattutto adolescenti, nelle scorribande pomeridiane e serali, non hanno trovato di meglio che rivolgersi alle agenzie investigative, per sapere vita, morte e miracoli dei vivaci rampolli. Potremmo sorridere e fare del sarcasmo, se i risultati delle indagini non fossero inquietanti. Quasi sempre i dubbi si rivelano fondati. Nel 99 per cento dei casi vengono rilevate compagnie sbagliate e presenza di droga. Si tratta di minori tra i tredici e i diciotto anni. Vanno a scuola, potrebbero essere catalogati tra i ragazzi normali. Finito l’orario scolastico tornano nell’abitazione vuota. Sbattono lo zainetto nella cameretta, che immagino troppo comoda e troppo borghese, e spariscono. Tornano di solito a notte fonda. Non vogliono osservazioni, strafottenti e bugiardi sono indisponibili a qualsiasi tipo di colloquio. Possibile che, alla luce di questi fatti, certi genitori insistano sugli impegni professionali e diano più importanza al guadagno che alla perdita del proprio figlio?

Questi primi 25 anni rappresentano un anniversario importante. Perché non ha voluto celebrarlo in grande stile?
Non mi interesano le cerimonie, preferisco che questo compleanno rappresenti uno stimolo per migliorare tutte le nostre attività. Puntiamo soprattutto sugli adolescenti con il progetto “Sballo e cocaina”, potenzieremo anche l’Università della Famiglia e le nostre iniziative come la musica e il teatro. Insomma vogliamo celebrare poco e approfittare di questa occasione per far fare un salto di qualità alla nostra azione.

Una domanda più personale: ma lei, come sacerdote, quante volte si arrabbia con Dio davanti al dolore?
Non posso dire semplicemente che mi arrabbio, il rapporto con Dio è come quello con un padre con cui ci si confronta, ci si arrabbia, si prega insieme. Con un padre si riesce a urlare, piangere e poi ci si abbraccia. Più vado avanti con la vita meno riesco a capire i dolori che stanno accadendo. A un certo punto passi dalla testa al cuore e diventano incomprensibili le tragedie più ingiustificabili, però io mi fido del Padre e penso che prima o poi mi aiuterà a comprendere.

Spesso lei dice di sentirsi come un “Pierino”, di essere fuori dalle regole…
In effetti, mi piace sempre meno celebrare nelle chiese. Non credo che Gesù volesse le cattedrali. Preferisco andare ad officiare dove vive e lavora la gente, il popolo di Dio.

E non ha mai avuto paura di andare controcorrente...
In effetti se ripenso agli anni ottanta, all’inizio del mio impegno per risanare il Parco Lambro a Milano mi imbattei nella piaga della prostituzione; era una questione grossa di cui nessuno, all’interno della Chiesa, ancora si occupava. Non era iniziato neppure il lavoro di don Benzi. Allora si parlava poco di questo problema, e nemmeno io ero sicuro di quale fosse la migliore via da intraprendere. A quel punto l’Arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini mi chiamò per chiedermi cosa facevo. Risposi: il mio mestiere. E lui: Sei sicuro che il Signore ti aiuterà? Certo, ribattei: Se lo ha fatto fino ad ora credo che continuerà.

Don Mazzi lei stato soprannominato il “prete televisivo”, come è nata questa sua vocazione?
Ho iniziato a fare il giornalista a Roma negli anni ‘60 pensavo che scrivere fosse importante, la comunicazione stava diventando il canale e il potere più determinante. Negli anni 90 la Rai proponeva una “Domenica In” differente da quella attuale, che voleva diventare un contenitore più familiare con l’angolo della “solidarietà”. Capii che era un messaggio possibile. Bisogna essere cristiani nelle scuole laiche, nell’economia di tutti, nella Tv di tutti. Bisogna essere ovunque. Noi cattolici dobbiamo avere meno paura di queste cose. La Tv è un potere onnipotente con cui bisogna fare i conti, non dobbiamo mai dimenticare che è sempre presente in tutte le case.

Paola Riva

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