In questo numero
UN NUOVO CALCIO di Stefano Ferrio

La modesta prestazione fornita
ai campionati europei non ha frenato
il disamore per il calcio manifestato
negli ultimi anni: massiccia fuga dagli stadi,
altalenante flessione degli ascolti Tv,
crisi di credibilità del sistema avvelenato
da risultati truccati e ricorrenti
esplosioni di violenza.
Quest’anno sarà diverso?


Si riparte dunque da scudetto all’Inter e Coppa Italia alla Roma, sai che novità.. Ma anche da Chievo ripromosso a sorpresa in Serie A, e Cittadella contro ogni pronostico di nuovo in Serie B. Per non parlare di un Chioggia, un Barletta, un Castelsardo, una Biellese e perfino un Bacoli Sibilla Flegrea di cui, a nord di Napoli, si fatica a conoscere l’esistenza. Si riparte anche da loro, alcune delle squadre di Serie D ammesse a una Coppa Itala finalmente ispirata al modello “open” adottato nei principali Paesi europei. Se, alla vigilia di una nuova stagione, il calcio nazionale intravede orizzonti di speranza dopo lunghi anni di buio, lo deve alla salute e all’intraprendenza di piccole società decise a far sentire la loro voce in qualsiasi ambito del pallone nazionale: campionati e coppe da una parte, bilanci e programmazione dall’altra.
Due anni fa, nel pieno della crisi di Calciopoli, toccò alla nazionale di Marcello Lippi lenire gli effetti di immagine provocati da quel terribile bubbone, vincendo a sorpresa i Mondiali organizzati in Germania. Lo scorso giugno gli azzurri di Roberto Donadoni sono tornati con i piedi per terra, eliminati dalla Spagna ai quarti di finale di un Europeo disputato più con i nervi che con una qualche idea di gioco. La modesta prestazione fornita ai campionati svoltisi in Austria e Svizzera di certo non concorre a frenare quel progressivo disamore per lo sport nazionale captato negli ultimi anni attraverso vari sintomi: la massiccia fuga dagli stadi, un’altalenante flessione degli ascolti Tv, la crisi di credibilità di un sistema avvelenato da risultati truccati e ricorrenti esplosioni di violenza.

Uno sport in crisi
Uno dei segni più eclatanti di questa recessione era certamente indicato dal crack della Coppa Italia. Ai soliti spalti deserti, dovuti a una manifestazione da sempre poco sentita in questa penisola, si andavano ad aggiungere livelli di audience televisiva così bassi da far temere una definitiva implosione del trofeo, che per importanza costituisce pur sempre il secondo titolo assegnato nel nostro Paese. Ecco allora, di fronte a partite da nemmeno mille spettatori, la soluzione adottata dalla federazione: una coppa “più aperta”, con un’ottantina di squadre al via, comprese folte rappresentanze delle serie C1, C2 e D. L’idea è quella di ispirarsi al modello imperante in Inghilterra e Francia, dove la Coppa è davvero nazionale, per cui si ammettono centinaia di società, professionistiche e dilettantistiche, sparse su tutto il territorio, e inserite in tabelloni dominati dalla legge del più brutale “dentro o fuori”: in Francia a partita secca, in Inghilterra con ripetizione sul campo degli ospiti in caso di parità. Allargando la partecipazione al calcio della più verace provincia, la speranza della Figc è perciò quella di ottenere, almeno nei primi turni, iniezioni di entusiasmo e incassi degni di una competizione che qualifica la vincitrice alla Coppa Uefa.

La via italiana
In realtà, la via intrapresa dall’Italia in questa direzione è per il momento… molto “italiana”, ovvero rispettosa dei privilegi degli squadroni di Serie A, che entrano in gioco a partire dagli ottavi, da disputare sul proprio campo. Rischi quindi vicini allo zero per una Juve, un Inter o una Roma che, quando sarà il momento, potranno schierare formazioni zeppe di riserve contro la Terzana o la Cremonese di turno, ammesso che arrivino fin lì. Neanche da mettere con le emozioni forti provate da un Liverpool o un Lione che, nelle Coppe dei loro Paesi, possono andarsi a giocare un quarto turno o un sedicesimo su sperduti campi della Cornovaglia o della Lorena, naturalmente riempiti da pubblici elettrizzati alla sola idea di affrontare cotanta nobiltà. Con la neanche tanto segreta speranza di batterla, come finora accaduto in numerose occasioni. In Inghilterra basta soffermarsi alla F.A. Cup disputata nella scorsa stagione, e vinta in finale dal Portsmouth, rampante formazione di Premier League, contro un Cardiff City giunto così in alto pur militando nella Championship, equivalente alla nostra Serie B. Quanto alla Francia, è ancora viva nella memoria di tanti appassionati, non solo transalpini, l’immagine del Calais, squadra di dilettanti arrivata nel 2000 a giocarsi la Coppa allo Stade de France contro il Nantes, costretto per vincere (2-1 in rimonta…) a ricorrere a un dubbio rigore concesso a due minuti dalla fine dei tempi regolamentari.

Una soluzione aperta
A dire la verità, ne avremmo viste di belle anche in Italia se fosse rimasta in vigore la formula adottata per la prima volta della coppa, vinta nel 1922 dal Vado, squadra di un paese in provincia di Savona. Anche allora, di fronte a una crisi di pubblico e risultati diffusasi in tutto il Paese, la federazione tentò la carta della manifestazione aperta, ottenendo il più insperato dei risultati. Ma restò un caso isolato, perché dopo quell’edizione inaugurale dovettero trascorrere tredici anni prima di vederne disputare una seconda, conquistata nel 1935 dal Torino. Incominciava allora il tormentato cammino della Coppa Itala quale noi la conosciamo, strettamente controllata dai grandi club di Serie A, con rare concessioni al calcio di provincia, giunto ad aggiudicarsela solo tre volte grazie al Venezia nel 1941, all’Atalanta nel 1963, e al Vicenza nel 1997. In una sola occasione il trofeo è andato a una formazione di B, il Napoli, nel 1962, mentre vicino a un’analoga impresa è andato per due volte il Palermo, battuto ai rigori dal Bologna nel 1974, e ai supplementari dalla Juventus nel 1979.

Non solo mercato
Per la prossima finale, quella del 2009, qualcuno si augura per lo meno di non rivedere in campo Inter e Roma, che si sono invariabilmente giocate le ultime quattro edizioni del trofeo. I moderati sperano di assistere a una cosa tipo Torino-Bologna, mentre i più estremisti azzardano la possibilità di una stravaganza al livello di Cagliari-Arezzo, o Spal-Triestina. Di sicuro una Juventus-Bacoli Sibilla Flegrea allo stadio Olimpico farebbe il bene del calcio italiano più di tanti colpi di mercato o gazzarre televisive, perché, guardando ai bilanci e agli stadi semideserti delle ultime stagioni, la certezza è quella di parlare di un malato grave, da curare con intense terapie a base di pulizia, freschezza, gioia di giocare. Chissà se il messaggio arriverà ai piani alti prima che non sia troppo tardi. Se dobbiamo badare ai soldi appena spesi da Moratti per ingaggiare in panchina Mourinho, c’è poco da essere fiduciosi. Resta tutto l’apprezzamento possibile da rivolgere ad altri presidenti, come Luca Campedelli e Angelo Gabrielli, riusciti a riportare in A e in B Chievo e Cittadella. Imprese realizzate grazie a gol segnati in campo, e a progetti di sana gestione curati nei dettagli in società. Secondo una filosofia in base a cui una Coppa Italia si disputa senza badare ai privilegi altrui, e puntando solo sui propri, formidabili valori.

Stefano Ferrio

www.timeandmind.com