Può essere molto istruttivo ripercorre gli anni ’60-’70 dalla parte dei cattolici e si scopre che il contributo dato è molto importante, perché hanno permeato e continuano a permeare ‘il genere umano e la sua storia’, rivolgendo la propria parola a tutti gli uomini. Mentre la guerra in Vietnam entra nella fase più critica; mentre in Cecoslovacchia i carri armati sovietici reprimono nel sangue la contestazione non violenta della ‘primavera di Praga’; mentre in Italia Ferruccio Parri denuncia in Parlamento lo spionaggio politico dei servizi segreti guidati dal Generale De Lorenzo e svela i retroscena di un colpo di Stato ("Piano Solo") tentato nel 1964; nel 1967 papa Paolo VI pubblica l’enciclica Populorum Progressio (26 marzo 1967) con una nuova visione mondiale: “Lo sviluppo dei popoli, in modo tutto particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà; una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della Chiesa”; e dedica il 1 gennaio 1968 alla Giornata Mondiale della Pace: “La proposta di dedicare alla Pace il primo giorno dell’anno nuovo non intende perciò qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica; essa vorrebbe incontrare l'adesione di tutti i veri amici della pace, come fosse iniziativa loro propria, ed esprimersi in libere forme, congeniali all'indole particolare di quanti avvertono quanto bella e quanto importante sia la consonanza d'ogni voce nel mondo per l'esaltazione di questo bene primario, che è la pace, nel vario concerto della moderna umanità”, persuaso che la pace “si fonda soggettivamente sopra un nuovo spirito, che deve animare la convivenza dei Popoli, una nuova mentalità circa l'uomo ed i suoi doveri ed i suoi destini” e non su una “falsa retorica di parole”.
Una fase interrotta
Padre Ernesto Balducci ricorda quegli anni: “Si può dire che c’è una fase conciliare aurea, che si interrompe bruscamente negli anni ’67-’68… Vivevamo momenti di euforia basata su molti sintomi. Ad esempio, Paolo VI sembrava orientato ad una radicale riforma della curia. Sembrava che prendesse corpo una figura di chiesa omogenea al primato della comunità di fede, una figura in cui avesse vigore effettivo, sostanziale e formale, la collegialità episcopale…”. Questa nuova prospettiva ecclesiale permette la nascita di alcune associazioni cattoliche ed il riposizionamento di altre. Nel dicembre 1966 durante un pellegrinaggio con i disabili a Loreto don Franco Monterubbianesi ha l’originale idea di fondare la ‘Comunità di Capodarco’. Anche in questo caso fu dura battaglia fra chi intendeva dare l’opportunità ai disabili di vivere una vita ‘normale’ e chi li vedeva solo come ragazzi ‘inutili e da accudire’.
Don Monterubbianesi applica con i disabili la metodologia che don Lorenzo Milani applica a Barbiana: fare diventare onesti cittadini, che possono far valere i propri diritti e doveri di fronte allo Stato italiano. Nella Comunità di Capodarco si era instaurato un clima che “dilatava progressivamente gli orizzonti mentali - scrive Angelo Maria Fanucci nel libro ‘La logica dell’utopia’- e permetteva agli emarginati di recuperare in chiave positiva tutto il proprio passato”. Con lo stesso spirito di ascoltare e mettere in pratica il Vangelo, a Roma, un giovane ventenne - Andrea Riccardi - sente la necessità di riscoprire la Chiesa dei primi Apostoli: con un gruppo di liceali Riccardi iniziò ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e cominciò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini. Dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione. In Sicilia, a Partinico, Danilo Dolci sperimenta il metodo ‘maieutico’, che valorizza la cultura e le competenze locali, il contributo di ogni collettività e ogni persona. Nelle riunioni animate da Dolci, ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e decidere. Ma la terra più feconda alla sperimentazione di una nuova vita cristiana è la Toscana. Nell’anno 1968 a Nomadelfia, comunità di famiglie vicino a Grosseto fondata da don Zeno Saltini nel 1948, nasce la scuola ‘familiare’, quando i genitori hanno ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione di potere istruire i figli sotto la propria responsabilità, con l'obbligo di presentare i figli come privatisti agli esami di Stato di quinta elementare e terza media. Secondo don Zeno Saltini la peculiarità di questa scuola è ‘vivente’, perché ogni momento della vita è scuola in quanto l'ambiente familiare, sociale e naturale nel quale i ragazzi vivono è di per sé educativo. Non esistono voti e non ci sono né promozioni né bocciature. I programmi sono sviluppati secondo le linee pedagogiche di Nomadelfia. La frequenza scolastica è obbligatoria fino a 18 anni.
Il contributo delle Associazioni
Poco lontano da Grosseto a Loppiano, nel comune di Incisa Val d’Arno (FI), Chiara Lubich, fondatrice nel 1943 del Movimento Focolare, stimola i giovani a partecipare al momento storico in modo originale: attraverso la musica. Loppiano è sempre stato un forte centro di attrazione per migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, aderenti al movimento e, fin dall’inizio, si era composto un gruppo che, con canzoni e danze tradizionali di vari popoli, dava il benvenuto ai visitatori. E fu proprio a quella prima formazione artistica che nel Natale del 1966, Chiara Lubich volle regalare una chitarra e una batteria rossa, da cui prese il nome il gruppo, che si chiamò ‘Gen (Generazione Nuova) Rosso’, inserendosi con una nuova musicalità e originalità nei testi, pieni di speranza, ameraviglia nell'ondata di innovazione che ha caratterizzato la musica di quel periodo, la ‘beat generation’. A Firenze nel 1967 è costituita l'Associazione C.G.S. – Cinecircoli Giovanili Socioculturali - dagli enti CNOS e CIOFS (Opera Salesiane e Figlie di Maria Ausiliatrice) con lo scopo di promuovere e diffondere il cinema di qualità, finalizzando una continuativa opera di formazione educativa attraverso i mezzi di comunicazione sociale, nei giovani. In sintonia con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la proposta culturale del CGS parte dall'affermazione secondo cui è possibile un rapporto tra fede e cultura che, salvaguardando l'autonomia delle rispettive sfere di azione, respinge sia la riduzione della cultura a fede, sia la riduzione della fede a cultura con l’intento di ‘contribuire alla crescita integrale dei giovani, corrispondendo alla loro domanda educativa e valorizzando le espressioni giovanili della cultura e del tempo libero’.
Un’esperienza sovversiva
Ma l’esperienza più importante in quegli anni, in quanto veramente ‘sovversiva’ è condotta da don Lorenzo Milani che nel 1954 nella parrocchia di San Donato sperimenta la prima scuola popolare al servizio dei poveri, senza ricreazione, per far capire ai giovani che la scuola era la loro salvezza. Questa prima esperienza è portata a conclusione attraverso la scuola di Barbiana, da cui scaturirà nel 1967 la ‘Lettera ad una professoressa’, che permetterà un serio cambiamento della scuola pubblica italiana. Don Milani, per pochi ragazzi, semianalfabeti, figli di pecorai e contadini oppure orfani, apre una scuola che inizia alle 8 del mattino e termina alla sera. Una scuola che non conosce vacanze e che rifiuta le metodologie e le tecniche d'insegnamento nozionistico: “La scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio”.
L’impegno nella politica
Però, se da una parte il Concilio Vaticano II, porta i cattolici ad essere presenza animatrice nella società di quegli anni, dall’altra parte non mancano alcune incomprensioni, soprattutto sul piano politico. E’ lo strappo che consumano le ACLI. In un momento di grande sommovimento politico, in cui Aldo Moro sta per essere emarginato all’interno della Democrazia Cristiana, le ACLI maturano la scelta di puntare su un rinnovamento della presenza politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana, una presenza che deve incamminarsi sul sentiero delle riforme, attraverso forme di animazione culturale e pressione sociale. Il presidente nazionale delle ACLI, Livio Labor, nel 1967 fa una scelta coraggiosa: spendere il patrimonio culturale delle ACLI per l’unità dei cattolici, auspicando una ‘flessibilità strategica’.
Scelta diametralmente opposta la compie in quegli anni l’Azione Cattolica Italiana sotto la presidenza di Vittorio Bachelet. Anche all’Azione Cattolica fu rimproverato di essere ‘collaterale’ alla Democrazia Cristiana. La risposta dell’Azione Cattolica fu la scelta religiosa e la scelta della mediazione culturale e sociale come stella polare dell’impegno cristiano nel mondo. Ciò che Bachelet intende per impegno politico è chiarito da una intervista a "Città nuova" (10 gennaio 1969): "Se per impegno politico si intende fare il galoppino elettorale di qualcuno o di qualche gruppo, l'Azione Cattolica non pensa davvero che questo sia il suo compito. Se invece è l'aiuto e l'invito rispettoso a riferire il proprio impegno e la propria azione alle grandi matrici della ispirazione cristiana, a realizzare l'unità tra fede, vita e azione e ad assumere con coerenza le proprie responsabilità, allora si tratta di quel compito di formazione delle coscienze che ci è proprio". Nel 1968 Gioventù Studentesca cambia nome e assume quello di Comunione e Liberazione, fondata da don Luigi Giussani, che pone al centro dell’agire umano l’esperienza cristiana, in quanto nota una incapacità al giudizio unitario sulla situazione di quel periodo, che tenta di rompere con la tradizione e con la memoria all’interno della Chiesa e della società civile: “Autenticità, esigenza d’autenticità: questo è il valore che è stato nel cuore di allora, della ‘sommossa’ (pensiamo alla nostra presenza nella Chiesa, per esempio: capite che noi siamo trattati da contestatori? Noi, per gli altri, fino a un certo punto, siamo parte del fenomeno del ’68: i contestatori. E, infatti, è un desiderio di autenticità che ci muove nelle parrocchie o nelle diocesi!). Ma questa autenticità fu perseguita negando il passato, come una eruzione improvvisa, come un’eruzione: il ‘nuovo’ era inteso come eruzione senza nessi antecedenti”. È, inoltre, interessante segnalare la posizione di dialogo assunta in quegli anni dalla ‘Pro Civitate Christiana’, fondata nel 1939 da don Giovanni Rossi ad Assisi come associazione laicale. Essa promuove il Corso Internazionale di Studi Cristiani per l’evangelizzazione della società mediante una nuova presenza della Chiesa nel mondo. I giovani che partecipano ai convegni della ‘Pro Civitate Christiana’, “non chiedevano una Chiesa senza autorità, ma solo un diverso esercizio dell’autorità”, sottolinea padre Giuseppe De Rosa nella prestigiosa rivista gesuitica ‘Civiltà Cattolica’ (n. 2862, 20 settembre 1969), attraverso nuove e più efficienti strutture di comunione che li rendano corresponsabili e partecipi della vita della Chiesa.
Dialogo e comunione che papa Paolo VI, non tenendo conto delle contestazioni che arrivano da ogni parte, cerca di portare avanti onestamente nelle encicliche sociali, quale la ‘Populorum Progressio’ (1967), e nelle encicliche teologiche, quale la ‘Humanae Vitae’ (1968), sostenendo una nuova visione dell’uomo che leggi liberiste e liberticide stanno uccidendo. In entrambe le encicliche si nota una difesa integrale dell’uomo, che lo stesso movimento sessantottesco non ha valutato nelle dovute misure, anzi lo ha aspramente criticato, aprendo le porte ad un liberismo sfrenato (i referendum sul divorzio e sull’aborto sono figli di questa temperie liberista), a cui lo stesso movimento si è adeguato nel tempo, preferendo la lotta armata al posto del dialogo. Infatti gli anni ’70 segnano la fine di un movimento e l’inizio nefasto della lotta armata, in cui caddero tanti onesti cittadini italiani, quali Mario Sossi, Francesco Coco, Carlo Casalegno, Guido Rossa, Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli, Vittorio Bachelet, Aldo Moro, per cui lo stesso papa Paolo VI si spese per la sua liberazione nel Regina Coeli del 23 aprile 1978. A distanza di quaranta anni non si può fare una condanna ‘tout court’ di quel periodo, ma bisogna affermare che, mentre molte utopie (outopos=senza luogo) propagandate sono cadute, finendo nella lotta armata, l’utopia (eutopos=bel luogo), portata avanti dalla Chiesa e dai cattolici, ha prodotto frutti, permettendo di riconoscere oggi il beneficio apportato nella salvaguardia della giustizia, della pace e dei diritti dell’uomo.
Simone Baroncia |