Stiamo battendo tutti i maschietti d’Europa. I tedeschi, gli olandesi, i danesi, gli spagnoli, i tedeschi e perfino i francesi. Primi sul continente. I ragazzi italiani, stando ai dati raccolti da Vittorino Andreoli nel suo volume La vita digitale (Rizzoli), ‘convivono’ col telefonino accesi mediamente 12 ore al giorno. Il 32% poi non lo spegne neppure di notte. Battiamo perfino gli americani, che sono tra i maggiori ‘consumatori’ di cellulari al mondo.
“Dati che non mi stupiscono per niente”, commenta Andreoli, ormai avvezzo, come psichiatra, ad affrontare situazioni di frontiera. In Italia, dati Eurisko, il 90% dei ragazzi possiede un cellulare, alcuni anche due o tre. Altri dati più recenti parlano del 98,7% dei ragazzi che hanno il cellulare, il 79% lo usa soprattutto per gli sms, il 65 per telefonare.
Il caso più eclatante di ‘dipendenza da cellulare’ è stato segnalato in America nel 2005. Una ragazza di 19 anni era arrivata a spedire 1600 messaggini al mese e, logicamente, a indebitarsi per ‘mantenere in vita' il suo telefonino. Dichiarava: "Sorrido solo quando sento il telefonino squillare, lo controllo ogni due minuti e se non ho abbastanza denaro per acquistare le ricariche, cado in depressione”. Urge allora ricovero.
Commenta Andreoli: “Un caso da manuale di autismo digitale. Si finisce per sostituire col cellulare le persone reali. La tentazione è forte: sul video i cancella con un dito quello che non piace, si fa tacere subito la voce che non si vuole sentire. Pensiamo invece quanto è difficile far tacere la mamma o il fidanzato assillante ‘dal vero’.
“Lì, in quel piccolo schermo – prosegue Andreoli – siamo sempre certi di trovare tutto quello che ci serve. E allora perché sforzarci di ricordare? Ma se si riduce la capacità mnemonica, cambia anche il modo di elaborare il pensiero. E di scrivere. Finita l’epoca delle lettere è iniziata quella dei messaggini”. Lo conferma una indagine condotta dall’università La Sapienza di Roma e pubblicata dall’Eurispes: oltre il 23 per cento dei ragazzi si sveglia più di un paio di volte al mese nel cuore della notte per rispondere agli sms e il 2,8 per cento manda messaggini tutte le notti.
Pensieri frantumati da talk–show
Quali problemi pongono allora i messaggini?
Gli sms consentono di dire solo cose concrete, fatti che non lasciano spazio alla elaborazione delle idee, alla riflessione. Stiamo cominciando a ragionare in modo binario come i calcolatori: sì/no. Non c’è spazio per la riflessione, il dubbio, la meditazione. Il telefonino permette di accedere a tutto il mondo qui, ora. E noi pure siamo diventati ‘solo qui e solo ora’. Non c’è più passato perché non c’è memoria, non c’è più futuro perché stanno scomparendo desiderio e progettualità. Non sappiamo più pensarci diversi da come siamo e sognare un domani diverso dall’oggi.
Con un sms si dichiara un amore, con un sms lo si liquida. Siamo a un linguaggio frantumato, che non sopporta sfumature, battute da talk–show. Archiviate le vecchie ‘lettere d’amore’ così ampie, elaborate, alla ricerca delle parole giuste per esprimere sentimenti giusti. Per progettare forse una vita.
“Nel mondo moderno – osserva Francesco Alberoni – sta lentamente scomparendo l’abitudine al ragionamento e alla dimostrazione. Prevale una forma di pensiero fatta di osservazioni puntuali e di conclusioni affrettate: il pensiero frantumato”. Nei talk–show televisivi i partecipanti possono dire solo brevi frasi smozzicate, mai esporre un ragionamento completo. Vengono subito interrotti da una battuta, da una telefonata, da una osservazione che non c’entra. Non possono perciò dimostrare che ciò che dice un altro è sbagliato. Così l’opinione di chi non sa nulla, magari di un divo della tv, finisce per contare come il parere dello studioso serio. Ha fatto scalpore il fatto che quando Prodi ha voluto esporre il suo progetto di governo ha dovuto rivolgersi a Sky che l’ha lasciato parlare per venti minuti senza interromperlo. Scandalo nella stampa italiana: non poteva scegliere una delle nostre televisioni?
Perché la musica classica ha pochi fans?
Il modo di parlare senza argomentare è estremamente diffuso fra i giovani. Basta ascoltare una delle loro radio dove si alternano canzonette, brani di lettere, commenti, sms, battute in libertà. Di tutto. Di più. Anche all’università spesso i ragazzi prendono posizione pro o contro con un ‘mi piace’ o ‘non mi piace’, senza un briciolo di argomento pro o contro. I ragazzi fanno fatica a seguire un ragionamento logico per una intera lezione. Si distraggono, perdono il filo. Se l’insegnante vuole catturare la loro attenzione deve ricorrere a filmati, immagini, grafici, frantumare cioè il ragionamento.
Ci siamo mai chiesti perché la musica classica – da Mozart a Beethoven a Brahms a Malher – incontri poco favore tra i giovani? Il motivo è semplice. Una sinfonia, come un quartetto, sono architetture complesse, regolate da norme precise e quindi esigono una preparazione e attenzione particolare, e soprattutto una mentalità formata per goderne pienamente. La formazione alla musica classica è un arricchimento della persona, poco valutata in Italia, diversamente dalla Germania, Francia, ecc. La musica da discoteca invece, ripetitiva e frantumata fino all’ossessione, è un semplice supporto a una gestualità elementare.
A che serve l’arte, la poesia, la musica?
“In un mondo completamente tecnicizzato – fa notare Remo Bodei, filosofo – verrebbe a mancare quello spazio dell’interiorità e della inutilità che appartiene, per esempio, all’arte, alla poesia, alla musica. Mettere tutto all’insegna del ‘A che serve?’ prosciugherebbe una parte della nostra umanità. La tecnica – prosegue Bodei – ha contribuito fortemente alla secolarizzazione e, di conseguenza, alla desacralizzazione del mondo. La tecnica, in fondo, ha legato sempre più l’umanità alla dimensione dell’immanenza non solo annullando la trascendenza, ma soprattutto riportando l’uomo alla dimensione del presente”. Senza le radici del passato e lo slancio utopico proteso al futuro, l’umanità ristagna nel presente.
I rischi dell’abuso del telefonino e degli sms stanno appunto in questa distacco dal mondo reale, dalle persone reali, dalle situazioni reali. Un rischio di isolamento e di solitudine, contemperato dalle voci del telefonino.
“Meglio una pizza con gli amici…”
Ermanno Olmi, il noto regista, ha girato recentemente un film dal titolo Centochiodi. Un giovane professore di filosofia delle religioni, entra di notte nella grande biblioteca dell’università in cui insegna e inchioda decine e decine di libri antichi – incunaboli miniati, pergamene, edizioni rare – al pavimenti, ai tavoli, alle pareti con chiodi grossi. “Una vera strage, una strage degli innocenti” commenta il giorno dopo il custode della biblioteca e l’anziano monsignore che tra quei libri ha passato la vita. Ma il professore è convinto che – l’aveva detto il giorno prima a una studentessa indiana – “c’è più verità in una carezza che in tutte le pagine dei libri”. Questo perché i libri, per parlare, hanno bisogno di incarnarsi, devono diventare vita, sentimento, passione, fede. E il giovane professore lascia la cattedra e vive in un vecchio rudere lungo le sponde del Po, tra la gente umile e semplice che abita sulle rive del grande fiume, vecchi contadini dai volti luminosi che parlano nel loro antico e solenne dialetto padano.. C’è una battuta del film che ha fatto il giro di tutta la stampa e che annuncia una profonda verità in un mondo troppo razionalizzato e isterilito nei rapporti umani. “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”.
Uscendo dal linguaggio impersonale della tecnica, potremmo dire ai ragazzi di oggi, che soffrono di solitudine e per questo accavallano sms su sms. “Meglio una pizza con gli amici che un montagna di sms”. E al ragazzo che tempesta di sms la sua ragazza. “Meglio una carezza o un bacio di un sms”: È pure il titolo di un libretto.
…piangere insieme, ridere e amare insieme…
Ho casualmente ritrovato un frammento di rivista che avevo messo da parte, si è perso anche l’autore. Ma vale la pena di trascriverlo.
“Nel 2005 una coppia di scozzesi è finita in prigione per aver trascurato i proprii figli trascorrendo troppo tempo a giocare su Internet. L’alfabetizzazione mediatica può condurci a tanto. Per costruire solidi rapporti emotivi, abbiamo bisogno invece di stare insieme, di mangiare insieme, di piangere insieme, di ridere e di amare insieme, non di diventare dipendenti dai gadget. Non stupisce pertanto scoprire che secondo l’Unicef i bambini italiani hanno una qualità di vita nettamente superiore a quella dei bambini inglesi o americani. Il tempo migliore è quello che si trascorre insieme, guardandosi in faccia. Questo lo dobbiamo al nostro futuro” (L’Espresso, 5 aprile 2007).
Carlo Fiore |