In questo numero
ASTUZIE DA SOMARO di Susanna Conti
 

Da usare a scuola in segreto…
con un po’ di (auto-)ironia


Daniel Pennac è uno scrittore già entrato nella rubrica di Dimensioni sulla scuola. C’è entrato per avere scritto cose stupefacenti (dal punto di vista scolastico) sul modo in cui tutti dovrebbero poter leggere: ad esempio senza essere tenuti a scrivere la scheda libro oppure senza sorbirsi per forza le parti noiose (cioè quelle che a scuola contano inesorabilmente di più). È facile che uno come Pennac risulti simpatico ad ogni studente. Anzi, Pennac può risultare ancora più simpatico quando si sa che ha da poco scritto un libro intitolato Diario di scuola (Feltrinelli, 2008), nel quale proprio lui, professore e scrittore affermato, rivela di essere stato, a scuola, un somaro.

Somari scontati e somari inaspettati
Scontato, dirà qualcuno. È luogo comune che Einstein andasse male di matematica. Scontato anche perché ormai sembra che parlar di scuola richieda inevitabilmente che si parli di somari, quelli contro i quali un prof che si rispetti non può far altro che sdegnarsi e soffrire, affannandosi a “recuperarli” in corsi pomeridiani di due o tre ore...
Almeno se Pennac dicesse che era bravo a scuola… Il suo sarebbe un libro utile a quelli che sono bravi studenti e che si vergognano a dirlo… È comodo parlar di somari e ancora di più comportarsi come se lo si fosse davvero (soprattutto quando non lo si è affatto, ma si scopre che è comodo fingere). Bisognerebbe davvero fare un po’ di controtendenza
Eppure i somari, quelli che davvero fanno fatica su per le salite del lavoro scolastico, sono simpaticissimi. Tutti hanno capacità che magari emergono poco in un mondo in cui molti si travestono da cavalli veloci sempre in pista. Nessun lettore si senta perciò chiamato in causa: questo non è l’ennesimo (legittimo) lamento sulla scuola-italiana-uguale-scuola-di-somari e non è neppure un dito puntato contro chi non ha passato il debito o lo ha passato per qualche strano motivo… Oppure, ed è la stessa cosa, tutti i lettori si sentano chiamati in causa, perché qui si sostiene che in ciascuno di noi c’è un po’ di simpatico somaro. Tutto questo per salvarli, i somari. Ma solo quelli che fanno davvero fatica.

Elogio dell’imperfezione
Ognuno parli per se stesso. Io (autrice di libri di scuola, docente al liceo e alla scuola di formazione dei futuri insegnanti) ho della mia vita di scuola alcuni ricordi netti e inquietanti nella loro normalità. Ne racconto due, ma potrei riportarne molti.

A. Ho studiato storia per tutto un pomeriggio, con mappe e scalette. Cose che sapevo già da un pezzo (a scuola uno studia e ripete in tempi diversi contenuti uguali). Al mattino non ricordo più niente, tocca proprio a me e, stranissimo, tutti ascoltano, anche quelli che in classe di solito preferiscono fare altro. Che figura… Non riesco a mettere tre parole assieme e, più mi agito peggio è. Magari ci fosse la prova di evacuazione…
B. Proprio non ho finito i compiti, anche se ho avuto una settimana intera. Terribili i compiti da portare per il lunedì: al sabato uno li rimanda alla domenica, alla domenica c’è qualcos’altro… Ovvio che il lunedì mattina me li chiedano. Non li ho e provo a inventarmi che li ho lasciati in campagna, che andrò a prenderli di sicuro nel pomeriggio…

Situazioni normalissime. Sono capitate a me, ma mi fanno venire in mente Diego che faceva morire nonni e nonne per saltare le interrogazioni. Ovviamente i nonni stavano benissimo e al quinto nonno il gioco non resse più. Sorridendo, perché Diego era sì un “somaro”, ma di pomeriggio andava a far giocare i bambini down…
Situazioni normalissime, che fanno pensare come sia possibile dire che il bravo allievo e il somaro coesistono nelle stesse persone. Situazioni normalissime, se non fosse per il fatto che quei ricordi appartengono alla mia vita di insegnante, una volta in cui (va a sapere perché) non riuscivo a ricordarmi quello che avrei dovuto spiegare e un’altra volta in cui proprio non avevo avuto cuore di passarmi la domenica a correggere terribili temi su Ariosto. È chiaro che dietro la cattedra c’ero io e che, invece di spiegare storia, ho proposto di fare qualcos’altro. È chiaro anche che i temi li ho poi corretti con occhio autoironico…
La morale non è che nessuno è perfetto. La morale è che tutti (studenti “bravi” e prof) dovrebbero riconoscere il somaro che c’è in ciascuno e che raglia in situazioni imbarazzanti e inaspettate. Dovrebbero riconoscerlo non per rassegnarsi alla deriva della scuola (Anche io, in fin dei conti…), ma per partire da lui come occasione per fare scuola. Si insegna a chi non sa qualcosa, non a chi sa già tutto.

Un miracolo in cui i somari “diventino”…
Il libro di Pennac vuol dire qualche cosa del genere. Vuol dire che la scuola è difficile per tutti, allievi bravi che si impegnano, allievi un po’ bravi e un po’ somari che hanno difficoltà, allievi somari che il mondo (e un po’ di pigrizia) hanno convinto di non essere intelligenti. Ma soprattutto la scuola è difficile per gli insegnanti, i quali non hanno verità in tasca ma devono costruirsi giorno per giorno.
Il libro di Pennac non è il ritorno a una scuola facile in cui nessuno assume le proprie responsabilità. È la proposta di una scuola molto complicata in cui ciascun insegnante trovi gli strumenti per insegnare ai bravi, ma anche quelli giusti (caso per caso) per gli studenti che non ci arriveranno mai, per quelli a cui non ne frega niente, per quelli che dicono Non l’ho fatto apposta, per quelli (infine) dei quali gli adulti si chiedono che cosa diventeranno… È il sogno di una scuola in cui tutti facciano moltissimo, una scuola in cui a tutti importi di tutti gli altri. Forse è il sogno di un miracolo nel quale anche i “somari” riescano a diventare. Non qualcuno, ma se stessi. Se poi non diventano presidenti di CdA, pazienza: basta che diventino bene le persone che sono.

Umili, grandi, ottimisti
Ormai è chiaro che questo articolo è scritto per i professori. Ma se noi prof siamo somari né più né meno che le altre persone, che cosa dobbiamo diventare, noi prof? Interpretando un po’ Pennac, ci sono tre obiettivi:
1. Diventare umili. Vuol dire ammettere che ci sbagliamo anche noi. Simone ha fatto una verifica di latino (di cui ha preso un brutto voto) e me l’ha fatta vedere. Nel testo latino (quello che lui doveva tradurre) c’era un errore immenso: un accusativo concordato con un nominativo. Come addizionare patate e biciclette… L’ho spiegato a Simone e lui l’ha detto alla prof, la quale non se n’era accorta. Pazienza: aveva preso la versione da un libro e l’autore del libro non se n’era accorto nemmeno lui. Però la prof non ha detto a Simone Può capitare: ci siamo sbagliati tutti; gli ha detto Ma no, hai ragione, però è giusto anche così
2. Diventare grandi. Vuol dire smetterla di fare i giovani a tutti i costi. Oggi un/una prof quarantenne (dopo anni di lavoro precario) è definito/a un/una giovane prof. Dice le parole dei giovani somari (o perché fa giovane o perché fa trendy o perché non ci pensa); si veste giovane, pensa giovane, vive giovane. Una giovane prof si è lamentata perché, mentre diceva qualche stupidaggine in classe (fa giovane) l’hanno registrata col cellulare. Ha ragione, per carità: in classe non si usa il cellulare e le lezioni non si registrano…
3. Diventare ottimisti. Vuol dire smetterla con le lamentazioni sulla mancanza di basi e sul fatto che noi prof non possiamo farci niente… D’accordo: i nostri allievi non sanno, per dirne una, l’analisi logica. Ma qualcosa dobbiamo fare. Ricominciamo senza annoiare gli allievi non somari. Presentiamo dei problemi. In un testo come
Nelle scuse degli allievi credeva una volta un povero prof
troviamo assieme se ci sia uno solo dei cinquanta o sessanta complementi del libro che vada bene a spiegare nelle scuse… Costruiamo l’analisi pensandoci, ripensandoci, ragionandoci su. Re-inventiamo i modelli. A costo di non poter più assegnare verifiche TAV (Test ad Alta Velocità): 90 complementi in 20 minuti. Meglio ragionare e re-inventare. Per inciso: sfido qualunque allievo non somaro a dire che complemento è nelle scuse. E anche qualunque prof…

Se l’impressione è di eccessivo ottimismo, attenzione. La situazione generale non è buona. Pennac dice che oramai i somari sono somari clienti, in un mondo in cui tutto sembra disponibile su un banco di ipermercato o in un sito di e-commerce. Compresi i compiti svolti.
Forse è perfino peggio. È tutta la scuola che somiglia a un ipermercato. Ad esempio il recupero. Il recupero vero è didattica quotidiana, continua. I corsi di recupero di sei sette ore non servono a nessuno e fanno tremendamente pensare a una vendita sottocosto: sono avanzati venti-trenta esercizi da svolgere… Scuola-merce: pubblicizzata sui muri in tempi di pre-iscrizioni.

Non c’è soluzione? Pennac inaspettatamente ce l’ha. Però non si può dire perché è una parola sola e, se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano… È una parola che hanno usato grandi maestri. È impronunciabile in tempi di didattica scientifica e di docimologia. Però è l’unico motivo per cui un prof vorrebbe mettercela tutta per tirar fuori (non necessariamente per mandare avanti) un allievo convinto che lui, la scuola lo fa solo sclerare. Se non riuscite a intuirla, questa parola si trova a pag. 239 del libro di Pennac.

Susanna Conti

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