Non è un nuovo fan club dedicato al grande Robert De Niro anche se, in qualche modo, l’attore americano c’entra con The Niro, nome d’arte scelto da Davide Combusti, romano, per entrare nello show-biz e senza ombra di dubbio una delle più liete sorprese spuntate quest’anno nel nostro panorama musicale.
A certificarlo, l’album siglato semplicemente con il solo nome, The Niro, debutto a cinque stelle che non segue gli indicatori delle classifiche ma il flusso di quel che passa tra la mente, il cuore e i nervi del suo autore. Il risultato è una manciata di brani cantati in inglese dai tratti originali, mix di generi che si intersecano tra loro in un’alternanza di tappeti sonori elettrici e acustici, guidati dalle chitarre e dalla voce di Davide, capace di passare dai toni bassi agli alti con estrema facilità.
Un esordio felice, dove la qualità fa rima anche con fruibilità, sintesi di un lungo cammino che ha visto Davide aggrapparsi alle sette note fin da piccolo, complice il papà batterista. E proprio sui tamburi l’artista inizia a esercitarsi per poi passare alla chitarra e al canto. A 22 anni fonda un gruppo che chiama The Niro, ispirandosi appunto al cognome del noto attore, ma dura poco.
Davide decide così di fare tutto da solo, mantenendo però la denominazione della band. Macina chilometri per esibirsi ovunque sia possibile in Italia e all’estero, compone canzoni, si crea una solida reputazione che sfocia infine nell’album, dove suona praticamente tutti gli strumenti.
È la svolta, accompagnata da attestati di stima importanti come quello di Chris Hufford, storico manager dei Radiohead, o dalla richiesta di aprire i concerti di artisti come i Deep Purple, Carmen Consoli, Amy Winehouse e tanti altri. Un flusso di lodi che continua anche su MySpace, dove il suo spazio è già stato visitato da oltre 130 mila persone ed è in continua crescita. Niente male per The Niro: un nome, anzi, un cognome, una garanzia.
Quando hai incominciato a suonare?
Da bambino. Nella mia cameretta troneggiava la batteria di mio padre, ormai ex musicista, ed è stato naturale avvicinarmi incuriosito ai tamburi. Da parte sua, non mi ha insegnato nulla, né mi ha spinto a prendere le bacchette in mano. Anzi, me lo sconsigliava: secondo lui, era uno strumento destinato a sparire, sostituito dai marchingegni elettronici. Non l’ho ascoltato, comunque, e ho iniziato a fare esperienze in vari gruppi di Roma.
In che modo sei arrivato alla chitarra?
Intorno ai 13 anni ho incominciato ad affiancare alla batteria anche la chitarra, ricevuta in prestito da un amico. Subito non “mi prendeva”, anche perché sono mancino e lui, all’epoca, non mi spiegò come suonarla. Così oggi la impugno con la destra, con un effetto un po’ strano. In ogni caso, uscirono presto delle canzoni che m’incoraggiarono a proseguire e a formare poi una band, The Niro appunto.
Come mai il gruppo si è sciolto?
Ero l’unico dei componenti che portava sempre canzoni, al contrario degli altri, e alla fine sembrava più il progetto di un solista accompagnato da una band. L’idea di partenza era ovviamente di condivisione, ma non funzionava. Aggiungi il fatto che a quell’età si decide un po’ ciò che si vuol fare nella vita e nessuno se la sentiva di rischiare nella musica, così ho proseguito da solo.
E da solo hai realizzato l’album. Per quali ragioni? Per paura di non riuscire a trasmettere l’essenza del pezzo ad altri, di farti sfuggire qualcosa di ciò che vuoi dire?
Non penso di essere ancora capace di spiegare a qualcun altro ciò che sento dentro e, per ora, mi affido completamente alle mie sensazioni. Di solito, ho quasi sempre in testa la costruzione del brano e declino gli interventi esterni anche se, in questo esordio, c’è la breve comparsa di un paio di musicisti con cui mi sono trovato bene.
Canti solo in inglese. Perché?
Non so spiegarmelo… Da quando ho incominciato a comporre ho sempre scritto i testi in inglese, riesco a esprimere bene le mie emozioni anche in una lingua che non è la mia. Una scelta, insomma, del tutto naturale che, se mi ha facilitato nel diffondere la mia musica all’estero, all’inizio mi ha penalizzato in Italia.
Sei autodidatta?
Sì, ho imparato a suonare gli strumenti per mio conto e, tutto sommato, ne sono contento. Mi permette di affrontare la scrittura dei pezzi in maniera molto aperta, al contrario di tanti bravi musicisti che hanno studiato ma trovo un po’ rigidi. Il vantaggio, nel mio caso, è che non mi faccio troppe paranoie quando incido un pezzo.
Forse è per questo che i tuoi brani non seguono le linee convenzionali della canzone classica.
Di solito una canzone nasce con una base semplice, poi la risento e m’annoia. Allora cerco di lavorarci sopra: se non si sviluppa come dico io, lascio perdere, e per questo ho centinaia di pezzi gettati via. Se, al contrario, prende i flussi che “sento” dentro di me, la completo. La curiosità è che non mi sembra di fare nulla di particolare, poi quando qualcuno l’ascolta mi fa notare che ha una struttura inconsueta. In realtà, scrivo e suono in modo inconsapevole.
Le canzoni sembrano costruite spesso come frame di una pellicola. È un’impressione giusta?
Sì, e non a caso mi firmo The Niro. La mia più grande fonte d’ispirazione è il cinema e mi piace, quando guardo a casa un film, reinventarmi la colonna sonora, soprattutto quando c’è una sequenza che mi emoziona.
Cosa ti emoziona in generale?
Mi piace farmi sorprendere, essere travolto dall’imprevedibile. Una situazione troppo annunciata, pur se bella, non mi coinvolge più di tanto. Per dire, quando ho saputo il giorno stesso che avrei aperto da solo il concerto dei Deep Purple e su quel palco ho poi ricevuto un’accoglienza calorosa, quanto inaspettata, ho provato un’emozione fortissima, al contrario di quando ho suonato alla manifestazione del 1° maggio davanti a una folla sterminata.
Hai altre passioni, oltre la musica?
Mi piace la pittura, visto che mia madre è pittrice. Ho provato anch’io a dilettarmi con colori e pennelli, ma ho lasciato perdere presto. Amo la lettura, in particolare le biografie di personaggi famosi: ultimamente ho letto il libro dedicato a John Lennon scritto da sua sorella. E poi il cinema, in particolare la Nouvelle Vague francese con punta massima in François Truffaut.
Claudio Facchetti |