Tracce nel deserto

Gli eccezionali ritrovamenti archeologici  del secolo scorso Tracce nel deserto I rotoli di Qumran e la carta geografica a mosaico ...

Gli eccezionali ritrovamenti archeologici 
del secolo scorso

Tracce nel deserto

I rotoli di Qumran e la carta geografica a mosaico di Madaba, mappa della Terra Santa, concorrono a un unico risultato: accreditare la verità storica della Bibbia.



  Riscoperti per puro caso nel deserto, oggi i luoghi dei due più clamorosi ritrovamenti archeologici della Terra Santa possono guardarsi ancora in faccia: Madaba, città giordana a est del Mar Morto, e sulla sponda ovest l’ex villaggio di Qumran, nell’area contesa tra Israele e Palestina.

Del resto, anche i frutti delle scoperte più importanti del secolo scorso nel campo dell’archeologia giudaica sono quasi complementari; a Madaba rinvenimenti geografici e artistici e a Qumran fonti storiche e letterarie concorrono entrambi a un unico risultato: accreditare la verità storica della Bibbia.



La capra di Qumran

In principio a Qumran fu una capra. La storia racconta infatti di Muhammad ed-Dibh (in arabo “Il Lupo”), un pastore beduino che rincorrendo la bestia fuggita dal gregge scopre l’ingresso di una caverna misteriosa; al suo interno alcuni vasi sigillati, dentro i quali ci sono strani rotoli scritti in lingue incomprensibili.

Si saprà più tardi che si tratta di 7 manoscritti, per lo più in ebraico (ma anche in aramaico e greco), dal contenuto biblico e non solo, prodotti da una comunità ebrea intorno al I secolo a. C. “Il Lupo” aveva fatto la maggiore scoperta archeologica del secolo, ma non lo immaginava affatto.

Era il 1947, o forse il 1946; perché in realtà la tradizione della scoperta dei Dead Sea Scrolls (letteralmente “Rotoli del Mar Morto”) potrebbe essere parecchio romanzata: versioni verosimili infatti parlano non di pastori bensì di contrabbandieri alla ricerca di nascondigli. Comunque sia, la grotta-scrigno delle pergamene ingiallite esiste davvero… e il fascino della capra smarrita senz’altro le calza a pennello.



Dal mito alla realtà

Per i beduini però la pergamena dei rotoli (pelle di animali, cuoio vecchio) è un materiale utile solo perché infiammabile: infatti i parenti dello scopritore la usano come carbonella, oppure per fabbricare legacci dei sandali. Finché, grazie alla mediazione del mercante antiquario Kando, al quale aveva mostrato quello strano tesoro, Muhammad ed-Dibh vende 4 rotoli al metropolita ortodosso di Gerusalemme Mar Samuel per sole 24 sterline giordane (circa 100 dollari): con le quali “Il Lupo” si compra un fucile, 20 capre e una moglie, mentre Kando s’accontenta di una Mercedes.

Nessuno aveva ancora capito il valore dei manoscritti, però la notizia della scoperta si diffonde. Il professore dell’Università ebraica di Gerusaleme Eleazar Sukenik certifica l’antichità delle pergamene e nel novembre 1947 acquista dai beduini i tre rotoli rimasti.

Appena in tempo, perché Qumran sta per diventare oggetto di una contesa ancora più grave. Il 29 novembre l’Onu decide infatti la divisione della Palestina tra arabi ed ebrei, che porta nei primi mesi del ’48 alla nascita dello Stato di Israele e alla guerra arabo-israeliana: proprio la Cisgiordania, dove si trovano le caverne di Qumran, è teatro di gravi scontri e diviene inaccessibile per un anno intero. Intanto i manoscritti del vescovo Mar Samuel, emigrato negli Usa, vengono acquistati oltreoceano dall’archeologo ebreo Yigael Yadin, figlio del professor Sukenik: uno scambio peraltro rallentato dai servizi segreti palestinesi, che volevano impedire il successo “archeologico” di Israele.

Fino a questo momento la grotta di Qumran era rimasta segreta. Ma, quando fu individuata, si capì che potevano esserci tesori simili anche nelle vicinanze: così si organizzò la prima spedizione di scavi “ufficiale”. Le ricerche condotte dal domenicano e archeologo Roland de Vaux durarono fino al 1956. Gli esperti scoprirono centinaia di grotte, 11 delle quali contenenti scritti in ebraico per un totale di 900 manoscritti tra rotoli e frammenti.

Ma furono ancora i beduini a impossessarsi dei bottini più ricchi, e a rivenderli ai musei; proprio loro aprirono l’undicesima grotta, l’unica insieme alla prima (quella della capra) con rotoli ancora interi. Infatti quasi tutte le caverne erano già state “visitate” (e saccheggiate) molti secoli prima.



Oltre i rotoli

Ma perché tanta importanza a quei vecchi manoscritti? Anzitutto i frammenti riportano le testimonianze più antiche di alcuni libri biblici (e questo basta a dar loro valore), però insieme ad essi ci sono anche testi rituali e normativi di una comunità ebraica sconosciuta.

Dietro a Qumram esiste più di un mistero irrisolto; difatti secondo alcuni studiosi le grotte non sono altro che la biblioteca segreta del gruppo degli Esseni, ebrei dissidenti allontanatisi da Gerusalemme per poter praticare riti speciali e la povertà assoluta. Non tutti concordano con questa tesi: oltre al fatto che molti rotoli sono di argomento “pagano”, ci sono i ritrovamenti di numerose monete da spiegare, non proprio segno di miseria…

Insomma, le teorie su Qum-ran sono diverse e tutte aperte: c’è persino chi ci ha visto un complotto del Vaticano per tenere nascosti quei documenti scottanti. Inoltre l’accesso difficile ai manoscritti – che oggi si trovano nel Museo d’Israele ancora conteso con la Giordania – ne ha aumentato il mistero; solo vent’anni fa il governo israeliano ha messo a disposizione degli studiosi i documenti pubblicandoli su microfiches, versione che verrà soppiantata entro il 2016 da una digitalizzazione di Google.

E le sorprese non sono finite: l’anno scorso un gruppo di studiosi (anche italiani) ha rimesso mano al materiale di scavo e ha trovato 9 nuovi manoscritti nascosti dentro alcuni astucci per la preghiera ebraica (i cosiddetti tefillin). Segno che il mistero di Qumran è ancora all’inizio.



Sotto Madaba

Prima dei rotoli era stata invece l’altra sponda del Giordano a far battere il cuore agli archeologi. Nel 1890 la florida città bizantina di Madaba, rimasta disabitata per 1000 anni, con il permesso del sultano si stava ripopolando di una comunità cristiana. Il villaggio è sperduto nel deserto, un puntino nella geografia dell’impero ottomano. Ma le prime case ricostruite sulle rovine della città vecchia portano alla luce tantissimi mosaici che i nuovi inquilini decidono di “conservare”.

È l’inizio: 7 anni dopo, sul pavimento della chiesa in costruzione di San Giorgio viene alla luce una carta geografica a mosaico che accende su Madaba i riflettori internazionali. Si tratta di una vera e propria mappa della Terra Santa, grande 25 mq e con 156 iscrizioni di paesi, montagne e fiumi… Senz’altro la migliore cartografia del mondo antico.

La carta non sbaglia

La mappa è bellissima ma anche utile: perché ci sono scritte, numeri e persino vignette; si riconoscono subito il Giordano, Gerusalemme e pure Gaza. Proprio al centro del disegno – come se davvero fosse l’ombelico del mondo – sta la “città santa” raffigurata con le porte, le chiese e le strade del VI secolo.

C’è chi ipotizza che la carta di Madaba sia la riproduzione di una mappa preesistente, realizzata per i pellegrini in viaggio in Palestina, oppure l’illustrazione accurata del trattato greco sui nomi biblici dello storico Eusebio di Cesarea. Alcuni archeologi hanno messo alla prova la precisione topografica della figura e grazie alle sue indicazioni hanno ritrovato il santuario di San Lot a sud-ovest del Mar Morto. E si capisce allora che, pur se al mosaico mancano molte tessere (il disegno doveva essere ben 4 volte più grande!), la carta ha portato vantaggi enormi agli storici.

Qualche esempio? Le navi raffigurate sulla mappa forniscono elementi sugli scafi e sulle tecniche per solcare un lago difficile come il salato Mar Morto... Ma anche gli attuali abitanti di Madaba hanno il loro tornaconto: nel centenario del casuale ritrovamento (1994) è stata riaperta la Scuola del mosaico, oggi un’istituzione a livello nazionale.



Due belle scoperte

Insomma, al di là dei dati storici, la mappa si presta anche a usi più moderni e – perché no? – simbolici. Sulla Carta il fiume Giordano divide a metà il Mar Morto e ne rende esattamente speculari le sponde: da una parte sta Madaba, dall’altra proprio Qumran. Così i due “ritrovamenti del secolo” non solo ricompongono un’antica storia religiosa comune, ma anche ricollegano a mosaico i confini politici di una terra spaccata da più di 40 anni: un bel segno.
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