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dTracks di Franz Coriasco  HALSEY  Badlands  (Universal) Un debutto folgorante, per altro preannunciato come tale da mesi. E non t...

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di Franz Coriasco


 HALSEY

 Badlands

 (Universal)

Un debutto folgorante, per altro preannunciato come tale da mesi. E non tradisce le attese la giovane Halsey, ennesimo prototipo di cantautrice capace di coniugare rabbia e femminilità, tenebrosità al vetriolo e dolcezze anticonvenzionali. In precario equilibrio tra scontrosità rockettare e artigianato pop il disco funziona alla grande e le è già valso il plauso della critica di mezzo mondo, nonché l’ebbrezza delle classifiche.
Halsey è appena ventunenne, ma ha alle spalle una storia complicata e dolorosa che ha intriso di malinconia le sue canzoni. Questo notevole debutto è un concept-album che racconta di un futuro tutt’altro che desiderabile, con una profondità d’approccio che a tratti potrebbe ricordare la nostra Elisa, mentre nei registri vocali la fanciulla potrebbe evocare uno strano mix tra Katy Perry e Lana Del Rey.
Nata nel New Jersey da genitori afro-italiani (il suo cognome è Frangipane), Halsey è il fenomeno del momento, anche grazie a un brano, New Americana, che sta diventando un vero e proprio inno per la smarrita generazione-social. Se la lasceranno continuare a crescere senza metterle addosso troppo pressione diventerà grande davvero.


AA.VV.

Nina Revisited  - A tribute to Nina Simone

(Columbia)

Passano gli anni, ma la fama e l’influenza di Nina Simone nell’ambito della black-music sono tutt’altro che in via d’estinzione. A dodici anni dalla sua scomparsa, resta una regina e una caposcuola, e lo conferma la pubblicazione di questa bellissima compilation, dove grandi nomi della scena contemporanea si cimentano coi suoi classici. Un bel parterre di stelle fra le quali spiccano popstar del calibro di Lauryn Hill, Usher, Mary J. Blige, Gregory Porter, e anche Lisa, la figlia di Nina.
Un omaggio che è la rivisitazione di uno stile inimitabile, ma dove spesso fanno capolino anche i ritmi del rap, le sinuosità del black-pop contemporaneo e del neo soul; più qualche spruzzata di jazz e di blues, ovvero gli ingredienti base di cui la Simone è sempre stata chef di primordine e formidabile divulgatrice.


 MARIA GADÙ

 Guelã

 (Som Livre - Sony Music)

Tra le nuove cantautrici emerse in questi ultimi anni dal sempre vivace calderone della canzone brasiliana, Mayra Corrêa Aygadoux – in arte semplicemente Maria Gadù – è forse la più talentuosa, di certo una delle più popolari anche al di fuori dei patrii confini, Italia compresa. Sa fondere con personalità gli ingredienti classici del brazilan sound: samba e bossanova ovviamente, ma anche le profondità tipiche del miglior cantautorato e variegate spezie etniche.
Questa sua quarta avventura conferma quanto di buono già aveva lasciato trapelare in passato (non a caso vanta tra i suoi estimatori un grande come Caetano Veloso). In lei convivono il pragmatismo e la modernità della nativa San Paolo, ma anche l’allegria e le saudadi di Rio, la sua città d’adozione. Se il fortunato singolo Shimbalajé le aveva regalato l’attenzione del grande pubblico, queste nuove canzoni hanno tutta la forza e il fascino necessari a schiuderle le porte dell’olimpo della world-music contemporanea.



 DURAN DURAN

 Paper Gods

 (Warner Bros.)

Una copertina orrenda, ma un disco niente male, tutto sommato. È il ritorno – dopo un lustro di silenzio − della band iconica degli anni Ottanta, un quintetto, all’epoca, capace di vendere 100 milioni di dischi facendo impazzire e innamorare un’intera generazione di ragazzine.
Certo fa una certa impressione vederli imbolsiti a scimmiottare se stessi nelle foto promozionali, ma tocca aggiungere che le nuove canzoni sono qualcosa di più che banali riciclaggi del loro glorioso passato. Merito anche di fiancheggiatori del calibro di Mark Ronson, Nile Rodgers e Jack Frusciante, ma anche di una voglia di rimettersi in gioco figlia più di passione che di calcolo.


 LEON BRIDGES

 Coming Home

 (Columbia)

Fin dalla copertina questo è un disco che potrebbe tranquillamente essere uscito dalle officine di casa Motown verso la metà degli anni ’60. E invece queste sono canzoni nuove di zecca, firmate da uno dei giovanotti più interessanti della nuova nidiata soul del sud degli Stati Uniti.
Originario di Atlanta, ma texano d’adozione, il ventiseienne Leon ha nel suo dna espressivo l’imprinting dei maestri di quest’ambito, da Sam Cook a Otis Redding, fino a Marvin Gaye. Cresciuto a pane, blues e gospel (e si sente), il nostro ha talento e personalità da vendere, ma anche il low-profile di chi sa bene d’avere ancora tutto da dimostrare.
Però, sia quando s’inabissa in lentoni micioneschi, che quando riemerge su scenari decisamente più energetici, ammalia e conquista (basti dire che la title-track è diventata virale su Spotify). Un disco che piacerà ai nostalgici, ma che scommetto potrebbe intrigare anche chi di solito si nutre di plastiche pop.


 CHIARA BURATTI

 L’ultimo giorno di sole

 (Nar International)

Confesso che questo splendido disco m’era sfuggito, quando venne pubblicato, nel maggio scorso. È una raccolta di canzoni inedite del compianto Giorgio Faletti, prematuramente scomparso nel 2014. Un artista vero e a tutto tondo, capace di giostrarsi con talento e nonchalance dal teatro alla televisione, dalla letteratura alla canzone d’autore.
Questi brani, ottimamente arrangiati dalla conterranea Andrea Mirò e prodotte dalla moglie Roberta, sono affidati alla vocalità intensa e ben strutturata di Chiara Buratti, ferrarese di nascita, ma astigiana d’adozione.
Anche lei ha un curriculum decisamente eclettico, ma qui ha saputo calarsi con umiltà e talento al servizio di un progetto tanto appassionato nelle intenzioni, quanto appassionante negli esiti. Una perla davvero nascosta, ma che merita di risplendere a lungo. Mi sa che al buon Giorgio questo disco sarebbe piaciuto parecchio.

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