La vita è un grande selfie?

di Elena Giordano Ammalati di selfite La vita è un grande selfie? Autoscattarsi e “postare” la foto in Rete è un must a cui nes...

di Elena Giordano

Ammalati di selfite
La vita
è un grande selfie?
Autoscattarsi e “postare” la foto in Rete è un must a cui nessuno rinuncia. Trattasi di azione intelligente o stupida?
Dipende dal motivo che ci spinge a premere il tasto “scatta”.

È stata eletta parola dell’anno 2013. Tempo che gli italiani hanno associato al termine “selfie” la corrispondente azione (autofotografarsi con il cellulare) e la moda è dilagata in tutto questo 2014. I personaggi famosi hanno riempito le loro bacheche sui Social Media, e anche il Papa ha acconsentito a farsi immortalare insieme ai suoi giovani fedeli.
Benvenuti nel mondo dei selfie, le immagini completamente distorte nella prospettiva (perché riprese troppo da vicino), che vengono postate sulle bacheche di Fb. Per fare che, per dire che? Qui si apre un mondo di interpretazioni. Partiamo dalle più semplici, per arrivare sino a quelle psico-sociologiche.

Cosa fa il selfie?
Riprende la persona in un particolare momento, in pratica ferma per sempre – come tutte le foto – una situazione. Solo che, a differenza delle fotografie classiche, il soggetto non cambia mai: non è, di volta in volta, l’Arco di Trionfo di Parigi, un fiore in boccio, una vettura di Formula 1. È sempre il proprietario del cell che si “mette in mezzo”. Si auto-celebra e si auto-colloca in un set. Altra differenza, l’immagine non resta nei ricordi privati della persona, ma viene allargata alla sua cerchia di conoscenze “virtuali”.

Il selfie è bello?
Da un punto di vista estetico, difficilmente il selfie sarà una bella fotografia. Le facce sono sghembe e deformate, le luci distorte. Insomma, uno scatto ripreso dagli amici potrebbe rendere al soggetto un servizio certamente migliore!

Perché allora tutti si selfano?
Prima risposta: è una moda, diamole sei mesi e anche questa abitudine verrà archiviata. Seconda risposta: perché la nostra è una civiltà basata sull’immagine e sull’apparenza. E se non appari non sei nessuno. Quindi, attenzione bene, il selfie aiuta le persone ad auto-definirsi.
Viviamo in un tempo particolare, molto diverso dai decenni passati. Tutto è “liquido”, sempre in mutamento: attorno a noi le situazioni sono complesse, sia per chi lavora, che per chi studia. Le persone faticano a trovare soluzioni stabili per la loro vita, ad “ancorarsi” al terreno.
Negli anni Sessanta i trentenni lavoravano già da 10 anni, iniziavano e terminavano il percorso professionale in un’unica azienda, si sposavano e avevano due o tre figli. Niente scossoni, in media, niente paure o angosce di non sapere cosa sarebbe successo dopo due mesi.
I giovani, oggi, sono figli della flessibilità. Risultato? Tutto è talmente flessibile da diventare incerto, insicuro. Camminare sulle uova senza romperle è la normalità. E come si reagisce a questa “esistenza tremula”? Fissando i momenti, le situazioni, le persone. Con i selfie. Sono qui, in questo momento, mi selfo e poi presento al mondo la mia faccia.
In sostanza, il selfie funge da specchio, che ci aiuta a vedere come siamo, e aiuta gli altri ad apprezzare ciò che facciamo. Perché un selfie non è tale, e non svolge la sua funzione rassicurante, sino a che gli altri non aggiungono “mi piace” all’immagine.

Allora siamo diventati tutti narcisisti?
No, non è questione di essere narcisi, gerani o primule. Non è detto che scattando un selfie si voglia dimostrare di essere strabelli (anche perché spesso, come abbiamo visto, si ottiene l’effetto contrario). È una questione di riconoscimento sociale. Abbiamo bisogno che un’entità da noi considerata autorevole (il web!) ci dica: «Bravo, bella cosa stai facendo/vivendo». Una volta ottenuto questo plauso, la nostra ansia di voler fare bella figura e di essere visibili si placa. E noi torniamo persone normali. Per tre minuti.

Come se ne esce?
Elevando lo spirito. Da sempre l’uomo ha cercato di rappresentarsi. Pensate agli autoritratti dei più grandi pittori della storia: Leonardo, Van Gogh, Rembrandt, Picasso, Dalì. Pensate alle foto in bianco e nero di inizio secolo (scorso) che immortalavano le famiglie dei nostri bisnonni con visi più o meno sorridenti, mani consumate dal lavoro nei campi, il vestito bello della domenica. Vogliamo a tutti i costi fare un selfie? Perfetto, allora cerchiamo di fare un piccolo capolavoro. Rendiamo onore prima di tutto a noi stessi, ritraendoci in modo intelligente e sorridente. Cerchiamo di andare oltre “l’ansia da scatto a tutti i costi”: questi saranno i ricordi digitali che tra qualche anno consegneremo ai nostri figli e nipoti (magari attraverso un chip sottopelle). Davvero vorremo mostrarci ai posteri con il dito nel naso?

Non è tutto oro
Anche il selfie, purtroppo, ha la sua deriva negativa. Si tratta del sexting, ossia dell’invio di immagini sessualmente esplicite. Una ragazza crede di fare una cosa carina fotografandosi in abiti succinti (o senza) e inviando l’immagine al fidanzato. Ma non è detto che lui tenga l’immagine solo per sé. A questo punto la foto inizia a girare sul web, e diventa difficilissimo eliminarla. Stupidità, ingenuità e incoscienza danno vita a un problema davvero gigantesco da risolvere, per il quale può essere necessario coinvolgere la Polizia Postale.

Quando si ha a che fare con le immagini, e soprattutto con il web, serve ricordare che tutto ciò che noi “regaliamo” alla rete è per sempre e non tornerà quasi mai in nostro possesso. Quindi occhio, considerate la vostra #identità#personale#sotto#forma#di#immagine come il vostro bene più prezioso, da dividere con pochissime e fidatissime persone. <
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