I ventenni della Guerra Bianca

Enrico Camanni giornalista e storico di Giovanni Godio Incontro con il giornalista e storico Enrico Camanni I ventenni ...


Enrico Camanni giornalista e storico

di Giovanni Godio





Incontro con il giornalista e storico Enrico Camanni

I ventenni

della Guerra Bianca

In un intenso libro, “Il fuoco e il gelo”, le lettere e i diari

dei giovani soldati raccontano la “Grande Guerra” in alta quota. Tra l’immensità delle montagne e la crudeltà del male.



Su alla “Guerra Bianca”, l’Italia e l’Austria mandarono i contadini, i montanari, gli idealisti colti, gli irredentisti… «Un esercito di diversi. L’unica certezza che li accomuna è il dato anagrafico, vent’anni o giù di lì, gli anni dell’inesperienza e dell’attesa, un’età in cui si può credere e sperare in qualunque cosa fuorché nella fine delle cose…».

A 100 anni dall’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale, il giornalista e storico dell’alpinismo Enrico Camanni ha raccolto le storie di questi soldati nel libro Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne (Laterza 2014, già ristampato in questo 2015), fitto di nomi, volti, episodi di vita e di morte in uno scenario di rocce, creste, cime, ghiacciai e battaglie impossibili.

Documentazione di base, le lettere e i diari dei combattenti. «La parola nuda dei notes, non troppo alterata dall’esaltazione del momento e non troppo purgata dalla censura, è la sola che possa restituirci l’uomo senza divisa, nudo anche lui nell’immensità della montagna e nella crudeltà del male». Dn ha incontrato Camanni a Torino nella sede dell’associazione Dislivelli, di cui è vicepresidente.



Enrico Camanni, c’è qualcuno in particolare dei “tuoi” soldati che avresti voluto conoscere di persona?

Sì, probabilmente quelli più istruiti, che “ci credevano” ma con cognizione di causa. Certo erano influenzati dalla propaganda, però avevano anche studi universitari e famiglie di un certo tipo alle spalle. Penso a Elia Ernesto Begey, torinese, ad Arnaldo Berni, mantovano, a Felix Hecht von Eleda, austriaco…



Begey, avvocato, aveva 27 anni, e sia Berni che von Eleda appena 21, in quel 1915 “glorioso” e maledetto: giovanissimi.

Sì, giovanissimi, subito sottotenenti o tenenti e molto simili nei loro diari: diari all’inizio piuttosto “romantici” e spavaldi per poi digradare verso un certo fatalismo. Anche se tutti e tre “ci credettero” fino all’ultimo.



Da quelle montagne non fecero più ritorno. Che cosa vorresti sapere da loro, se potessi mai incontrarli?

Chiederei loro questo: perché vale la pena di morire per la patria quando ti accorgi, in sostanza, che la guerra è inutile? Per noi oggi è un concetto strano, siamo molto cambiati in questo. Begey, Berni e von Eleda hanno avuto modo di cogliere l’inutilità di una guerra che non mutava mai, anche se intanto la gente moriva. Però scrivono: ho fatto questa scelta, vado avanti fino alla fine.




Nel 1915, quando dichiarammo guerra, i comandi austriaci si stupirono perché tardammo a occupare le creste di confine, pur potendo contare su una superiorità iniziale. Poi dimostrammo di essere tutt’altro che un’armata stracciona, tra spirito di sacrificio e prodigi di ingegneria. Ma che cosa accadde in quella primavera?

Non sono un esperto in materia. Però i comandi italiani probabilmente pensavano di sfondare subito in Tirolo, proprio grazie alla superiorità delle forze in campo. Ma non sfondarono. E fu il paradosso, imprevisto, della guerra combattuta in cima alle montagne. In questa seconda fase gli italiani si guadagnarono l’ammirazione degli austriaci. Ma nella prima, quella in cui bisognava cogliere i “tempi giusti”, avevamo fallito. Almeno qui mi sembra di vedere ancora l’Italia di oggi, quella che dà il meglio di sé solo nelle emergenze. In questo no, non siamo cambiati… <
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