QUANDO L'ITALIA RIEMPIVA I VELODROMI

Non solo di un pubblico appassionato, ma anche di campioni che hanno fatto la storia del ciclismo su pista, uno degli sport dove oggi si...

Non solo di un pubblico appassionato,
ma anche di campioni che hanno fatto
la storia del ciclismo su pista,
uno degli sport dove oggi
siamo retrocessi fra le comparse.



C’erano una volta i velodromi, che con le loro meravigliose volate facevano impazzire l’Italia intera. Dove tanti ragazzini seguivano incollati alla tv le imprese del velocista Antonio Maspes e dell’inseguitore Leandro Faggin, sognando di emularli una volta diventati grandi.
Volendo capire meglio, c’era una volta una corsa ciclistica chiamata Trofeo Baracchi, cronometro a coppie che si svolgeva ogni anno durante le festività di inizio novembre, sulle vie del Bergamasco. Per tradizione essa coincideva con la fine della stagione internazionale “su strada”, dato che il grande pubblico delle due ruote sapeva che, una volta disputato il Baracchi, iniziavano le grandi kermesse al coperto. Si animava infatti un fitto calendario di eventi, organizzati in velodromi da tutto esaurito per manifestazioni epiche ed emozionanti come le “Sei Giorni”, riservate a coppie di corridori pronte a sfidarsi per sei giorni e sei notti in prove chiamate “americana”, “scratch”, corsa a punti.
Da una ventina d’anni a questa parte molte cose sono cambiate. Ma se tra le feste di novembre è resistita solo quella di Ognissanti, e il Trofeo Baracchi non si corre più dal 1991, non bisogna pensare che la grande stagione delle corse al coperto si sia estinta. O meglio, il fatto che sia scomparsa in Italia non esclude che altrove continui a svolgersi con grande partecipazione di campioni, tifosi, sponsor e tv. Per cui, con un po’ di pazienza, notizie relative alle Sei Giorni prossimamente di scena in città come Berlino, Amsterdam e Gand, se ne possono rinvenire, così come qualche immagine pescata qua o là in Rete. In genere sono immagini mozzafiato, riprese durante selvaggi testa a testa, rincorse ai limiti dell’impossibile, sorpassi folgoranti.
È un’indagine consigliabile da molti punti di vista. Anche da quello dei milioni di telespettatori italiani, soprattutto i più giovani, ancora freschi delle stupende gare su pista seguite alle Olimpiadi di Londra. Dove, di fronte a un solo corridore azzurro iscritto, Elia Viviani, giunto sesto nella prova dell’omnium, l’idea poteva essere benissimo quella di una disciplina talmente “minore” nel nostro Paese da non avere praticamente storia.

Il mito Maspes e Gaiardoni
Nulla di più sbagliato, e non certo per colpa di chi ha meno di trent’anni. Gli archivi ci raccontano infatti di ben trentasette medaglie olimpiche conquistate dall’Italia nel ciclismo su pista: un totale dove spiccano ventidue ori, di cui due ottenuti fra le donne, grazie ad Antonella Belluti, prima ad Atlanta ’96 nell’inseguimento, e a Sydney 2000 nella prova a punti. Fra i nomi degli uomini compaiono quelli di Sante Gaiardoni, Giovanni Pettenella, Bruno Pellizzari, e del mitico tandem olimpico composto da Sergio Bianchetto e Giuseppe Beghetto. Sempre nel tandem, un bronzo viene assegnato, a Helsinki ’52, anche a un giovane Antonio Maspes, poi destinato, con i suoi sette titoli mondiali di velocità, a divenire il più grande pistard italiano di sempre.
È ormai chiaro che siamo di fronte a una parabola esemplare dello sport italiano. Ovvero di quel carrozzone da troppo tempo sotto accusa per lo sperpero delle sue tradizioni, il decadimento delle sue strutture, il dilettantismo di una certa sua classe dirigente. Tanto che, al cospetto delle ultime generazioni, risulta difficile essere credibili raccontando di una disciplina come il ciclismo su pista. Dove, fino alla fine del secolo scorso, l’Italia primeggiava nei velodromi di ogni continente contendendosi medaglie olimpiche e mondiali con Francia, Belgio, Olanda e Paesi dell’est europeo. E dove la Gran Bretagna, oggi dominatrice incontrastata della scena con una corte di campioni che ha il suo imperatore in “sir” Chris Hoy – undici titoli mondiali e sei olimpici nella velocità – e tanti altri vittoriosi guerrieri di nome Jason Kenny, Edward Clancy e Anna Trott, era ridotta al ruolo di semplice comprimaria (a parte la meteora di Reginald Harris, numero uno della velocità nel secondo dopoguerra).
Nel volgere di pochissimo tempo i ruoli si sono totalmente invertiti. Da una parte lo strapotere britannico, ancora più eclatante grazie ai trionfi colti su strada da Bradley Wiggins, fresco trionfatore al Tour de France. Dall’altra l’annaspante sopravvivenza di un ciclismo su pista italiano svuotato di senso, e quindi di obbiettivi per i più giovani, da una mala-gestione ormai cronica. Basti pensare alla Sei Giorni di Milano. Autentico monumento della stagione internazionale, richiamava ogni anno sulla metropoli lombarda le attenzioni dell’intero mondo ciclistico, catalizzato dalle imprese di assi come Rick Van Steenbergen, Patrick Sercu (entrambi belgi) e Francesco Moser, assi della strada pronti a gareggiare in pista non appena il calendario poteva loro permetterlo. Sono stati sufficienti i danni subiti dal velodromo Vigorelli durante la grande nevicata del 1985, perché l’impianto cessasse definitivamente di esistere, con conseguente cancellazione della Sei Giorni di Milano, riesumata senza successo altrove in qualche isolata edizione degli anni passati.

Canottaggio e lotta due storie molto simili
Attualmente in Italia si disputa una sola sei giorni, quella delle Rose ammirevolmente organizzata ogni primavera a Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza, mentre il calendario delle manifestazioni su pista è ridotto al lumicino. Sensazione di sfascio analoga a quella che si può provare guardando come vanno le cose nei circoli del canottaggio o nelle palestre di lotta grecoromana, altre due discipline olimpiche dove il nostro Paese ha abdicato da tempo a un’eccellenza prima indiscutibile. Con il risultato che le ultime generazioni di italiani crescono senza nemmeno sapere quanto forte remava il due con di Baran e Sambo, quanto facilmente “schienava” gli avversari Vincenzo Maenza, e quanto veloce riusciva a pedalare un campionissimo come Antonio Maspes. Sono ragazzi che davvero “si perdono qualcosa”. Perché nei velodromi correvano, anzi, “volavano”, anche i sogni.

Stefano Ferrio
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