Bulli forever

di Elena Giordano Arginiamo i prepotenti Bulli forever? Tutti pensano che i cattivi soggetti siano solo attivi durante la scuola ele...

di Elena Giordano


Arginiamo i prepotenti

Bulli forever?

Tutti pensano che i cattivi soggetti siano solo attivi durante la scuola elementare. In realtà, i bulli diventano adulti e trasformano le loro malefatte in atteggiamenti al limite della legalità.È importante riconoscerli, smascherarli e allontanarli da noi. 


    C’è un quesito che passa per la testa dei ragazzi, dopo che hanno vissuto giornate o situazioni particolari (in senso negativo): come fanno certe persone a essere così cattive? Un sacerdote, una suora, uno psicologo, un parente, una vittima vi daranno 5 risposte diverse. Il problema è: da dove spuntano? Perché le ritroviamo nella nostra vita? Cosa hanno da dirci-darci? Non ne possiamo fare a meno?

Dov’è finito il bullo
Prendiamo la macchina del tempo e resettiamola. Torniamo agli anni della scuola media. In classe, di sicuro avrete avuto un compagno più esuberante degli altri. In alcuni casi, non era solo un tipo esagitato, era proprio un bullo, ossia uno che si divertiva a prendere in giro, fare gli scherzi, mortificare. Possiamo dire che il bullo del passato si è trasformato nella persona cattiva del presente? In parte sì, anche se il discorso è molto più complesso, perché gli esseri umani adulti sono un insieme di stratificazioni emotive date da esperienze, traumi, affetti (leggete il box); insomma, immaginate un minestrone che ha come ingredienti anche il pepe, una scarpa vecchia, un cellulare e dell’acido.

Cosa fanno
gli adulti insopportabili?
Ci sono una serie di parolacce molto in voga che definiscono perfettamente gli individui fastidiosi con cui avete a che fare ogni giorno. Noi proviamo a usare termini consoni, ma nello stesso tempo cerchiamo di capire.
Stiamo parlando delle persone arriviste, opportuniste, egoiste. Di quelle disposte a passar sopra agli altri, pur di avere il posto migliore. Di quelle che fanno gli sgambetti senza che la coscienza rimorda nemmeno un po’. Qualche esempio, di situazioni che certamente avrete vissuto, se non in prima persona, almeno per sentito dire.
All’università: un compagno di studi chiede in prestito i vostri preziosissimi appunti e poi li fa scomparire. Oppure cerca di immanicarsi il prof per ottenere un voto migliore. 
Sul lavoro: un collega finge di essere vostro amico poi sparla di voi per mettervi in cattiva luce. Oppure fa il meno possibile, sapendo benissimo che il carico di incombenze ricadrà su di voi.
In compagnia: un amico danaroso non si cura del fatto che gli altri hanno poca disponibilità e fa in modo che ogni sera si debba per forza frequentare un locale molto caro. 
Alcuni di questi comportamenti sono facilmente arginabili e non sostanziali, per la felicità quotidiana. Si può per esempio cambiare il giro di amici, oppure chiedere conto al tizio degli appunti perduti, o del lavoro in eccesso che non intendete svolgere per lui.
Altre situazioni, invece, possono presentarsi anche come delicate e sfociare in veri e propri reati, dal mobbing, allo stalking, al furto, e così via.

Chi se ne accorge?
Queste persone furbette sanno che il loro comportamento infastidisce ed è molesto? Certo che sì: nei meandri della coscienza, che possono anche essere ampi come una piazza d’armi, la persona si può però tranquillamente rifugiare e trovare decine di scuse-giustificazioni (non lo sapevo, non avevo capito, mica l’ho fatto apposta) per scansarsi le lamentele degli altri. Peccato che il gioco alla fine duri poco, perché nessuno vuole frequentare rompiscatole dannosi alla salute mentale e fisica. 
Il secondo livello di fastidio che queste persone possono procurare è molto più insidioso, perché riguarda la sfera dei sentimenti. Vi sono situazioni nelle quali soggetti deboli vengono giudicati e derisi da altri; in cui vengono discriminati (per i motivi più disparati, dall’abbigliamento, all’inclinazione sessuale, all’alito, al colore della pelle) e di conseguenza emarginati. Questo senso di allontanamento dal gruppo fa male e non sempre la persona riesce, da sola, a dire “non mi importa” e a passare oltre. Ecco perché la cattiveria è così “cattiva”: perché i suoi figli possono essere distruttivi. 
Il lavoro di crescita personale per superare queste difficoltà può essere arduo e necessitare anche di specialisti: inutile vergognarsene, l’obiettivo è tornare a stare bene, a dispetto delle persone che vi fanno del male. Dunque, ogni azione o progetto che abbia questa finalità deve essere accettata con entusiasmo e coraggio. 

Alziamo l’asticella
Oltre alle situazioni personali, alle persone fastidiose, a quelle vendicative o scorrette, capaci di mentire, truffare e così via… c’è una riflessione più ampia che ci attende: davvero nel mondo esiste il Male con la M maiuscola, quello che non si riesce a estirpare? Davvero certi soggetti sono solo perfidi, incapaci di provare altri sentimenti?
Il male non nasce come un fungo; come dice il Vangelo: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mc 7,14-15). Dobbiamo quindi supporre che tutte le persone siano portate alla malvagità e ugualmente alla bontà.
Se però le cose stanno così, dobbiamo sempre perdonare quelli che ci fanno soffrire, si approfittano, ci passano davanti, ci rendono la vita impossibile? A quanto pare sì. Gesù è stato molto chiaro: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». «Non ti dico fino a sette volte, ma sino a settanta volte sette».
Cosa intende dire Gesù? Che la soluzione vera non è mai nella vendetta. Il cristiano non arriva mai al punto di rottura, si ferma sempre prima. Accetta, ascolta, comprende e perdona. E soffre, certamente. E da tutti questi sentimenti messi uno in fila all’altro trae la forza per superare e combattere le iniquità.
Se state subendo un torto, se una persona ha il potere di farvi stare male, non siete chiamati ad accettare la cosa, ma a fermarla, ad allontanarvi, a far sì che questa persona si renda conto ed eventualmente venga punita. Il seme di giustizia che alberga in ciascuno di voi deve crescere rigoglioso. Il cristiano non è un tontolone bonaccione, ma una persona con la schiena diritta.

Diciamo NO
Avere la consapevolezza della propria persona e del proprio posto nel mondo (cristiani impegnati a costruire cose grandi, in sintonia con il Vangelo) significa avere ben chiari tanti no, da pronunciarsi a voce alta.
NO al compromesso, di ogni genere (sulle tasse, la politica, la legalità); NO al pressapochismo (le cose o sono giuste o sono sbagliate, la morale non si può piegare a nostro uso e consumo); NO all’indifferenza (se vediamo che una persona è in una situazione di difficoltà, ci viene chiesto di intervenire, non di girarci dall’altra parte); NO alle ingiustizie e alle sopraffazioni (dall’asilo alla carriera, in famiglia o tra gli amici, tutti hanno il diritto di essere liberi, autonomi e felici, non impauriti o tenuti sotto scacco).
Questi sono davvero NO che fanno bene all’intera umanità. E si possono condividere anche con chi non entra in chiesa e non crede in Dio, perché nel cuore di ciascuno vi sono gli strumenti per comprendere cosa è giusto e cosa non lo è. <

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