Canestri tricolore in USA

Il basket americano parla anche italiano       Canestri tricolori in USA              Tre giocatori “nostrani” hanno conquistato la gra...

Il basket americano parla anche italiano

      Canestri tricolori in USA             

Tre giocatori “nostrani” hanno conquistato la grande ribalta Nba: Bargnani, Belinelli, Gallinari. E con loro si può puntare alle prossime Olimpiadi.

Marco Belinelli, che ha vinto l' anno scorso il
titolo Nba con i San Antonio Spurs
  Il romano Andrea Bargnani è quello che, anni fa, ha fatto impazzire il Canada del basket trascinando i Toronto Raptors a epiche vittorie contro squadroni come i Los Angeles Lakers.
L’emiliano Marco Belinelli è quello che nel 2014 si è portato a casa un titolo Nba, primo italiano nella storia, indossando la canotta dei San Antonio Spurs.
Infine, il lodigiano Danilo Gallinari è quello che, con il suo solo talento, tiene desti i sogni di play off 2016 dell’intera tifoseria di una squadra invero proletaria come Denver.
A loro tempo, tutti e tre questi giovanotti non hanno chiuso a fatica la valigia di cartone dell’emigrante, “assicurata” con tripli giri di corda, ficcandoci dentro anche incorniciate foto di famiglia con cui lenire le nostalgie.
Al contrario, hanno suddiviso in vari trolley i loro guardaroba luccicanti di griffe e accessori, riservando alla memoria di tablet e telefonini centinaia di scatti che ritraggono ragazze, amici, congiunti, paesaggi e vari altri scorci delle proprie origini, così da ritrovare un po’ di Trastevere sotto i ponti di Brooklyn, o confrontare la piattezza della Pianura Padana con quella della Sacramento Valley.
Danilo Gallinari in azione
Ma, nonostante le vistose differenze di immagine e reddito, sbaglieremmo a non considerare innanzitutto “italiani d’America” i cestisti Andrea Bargnani, ala grande dei Brooklyn Nets, Marco Belinelli, guardia dei Sacramento Kings, e Danilo Gallinari, detto Gallo, ala piccola dei Denver Nuggets. Lo sono alla stessa stregua di un’Angela Bambace, operaia-sindacalista nella East Harlem del primo ’900, dell’Enrico Fermi che progettò la bomba atomica a Los Alamos, dell’Oriana Fallaci giornalista a Manhattan, e delle centinaia di migliaia di altri nostri connazionali − mafiosi compresi − partiti da qui per fare, soprattutto nel bene, la storia degli Stati Uniti.
E, se proprio vi rimangono dei dubbi, ve li fanno svanire i tifosi di Denver, Sacramento e Brooklyn, fino a una decina di anni fa praticamente ignari che in Italia si giocasse a basket e non solo a calcio, e oggi incondizionatamente grati a superstar made in Italy in grado di scrivere pagine fatidiche nella storia delle loro amatissime squadre.

Una nuova audience
D’altra parte, è dall’ultimo dopoguerra, quando venne fondata, che la National Basketball Association, meglio nota come Nba, incarna e sintetizza con naturale coerenza i migliori ideali dell’American Way of Life: parità fra etnie, spettacolo, massima (e leale) competitività.
Non fosse altro perché la gloria cestistica del Paese, smagliante di quattordici ori olimpici e cinque mondiali, è dovuta soprattutto ai neri, sin dalle origini la lega professionistica americana ha inserito nel proprio dna un’apertura verso il mondo e una condivisione di principi che vanno di pari passo.
Un principio ribadito quando, all’inizio di questo secolo, la globalizzazione ha iniziato a galoppare a briglie sciolte anche nello sport. È stato in quel momento che, non appena intravisti i segnali di grande progresso giunti da un basket europeo in grado di portarsi a casa tre mondiali di fila, con la ex Jugoslavia nel 1998 e 2002, e la Spagna (finalista contro la Grecia) nel 2006, la Nba ha iniziato a guardare al Vecchio Continente con un’apertura prima sconosciuta.
Anche perché, grazie all’approdo nelle tv europee del suo campionato, si profilava una nuova audience da conquistare, con relativi sponsor, e il mezzo migliore per riuscirvi è sembrato subito l’ingaggio di giocatori già celebri nei nuovi Paesi, raggiunti dalle partite in diretta di regular season e play off.

Azzurri a stelle e strisce
Andrea Bargnani oggi gioca nel ruolo di
ala grande nei Broolyn Nets
Per l’Italia, la svolta avviene nel 2006, quando il romano Andrea Bargnani, classe 1985, fino a quella stagione stella della Benetton Treviso, diventa mattatore assoluto del “draft”, la giornata in cui le trenta squadre iscritte alla Nba scelgono i nuovi giovani da inserire nei propri “roster” di titolari.
In un colpo solo, “il Mago”, come viene soprannominato, diventa il primo europeo a essere scelto come numero uno assoluto, ingaggiato dai Toronto Raptors che, da ultimi della precedente stagione, hanno diritto alla chiamata più ambita di tutto il “draft”.
Nei successivi nove anni, Bargnani non si muove più dal Nordamerica; cambia solo di casacca, per passare prima ai New York Knicks e poi agli attuali Brooklyn Nets, ma è finché resta in Canada che dà del suo meglio, soprattutto con i 1414 punti della stagione 2010-2011.
Quanto basta per assicurargli una longevità Nba attualmente condivisa con Marco Belinelli, bolognese della classe 1986, e Marco Gallinari, ventisettenne lodigiano di Sant’Angelo. Il primo è un tipico globetrotter Nba, ideale sesto uomo (prima riserva) che in otto anni ha messo in fila sei club diversi, vincendo il titolo 2014 nelle fila dei San Antonio Spurs, e accasandosi infine con i Sacramento Kings. Il secondo è un uragano di classe e furore agonistico a cui i Denver Nuggets, dove è approdato nel 2011, reduce da tre stagioni ai Knicks di New York, devono ogni loro attuale sogno di gloria.
Fino a qualche mese fa, condivideva con questi tre la grande ribalta a stelle e strisce del basket anche Gigi Datome, classe 1987, trevigiano di Montebelluna, appena rientrato in Europa, sponda turca del Fenerbahce Istanbul, dopo tre stagioni da riserva divise fra Detroit Pistons e Boston Celtics.
Tutti e quattro si sono ritrovati lo scorso settembre per indossare la maglia azzurra dell’Italia agli ultimi campionati europei con finale a Lille, in Francia, vinta dalla Spagna. Torneo finito, fra non pochi rimpianti, al quinto posto, suscitando comunque un notevole spiazzamento nei tifosi.
Tifosi che per decenni sono stati abituati al basket tutto difesa, corpo a corpo e intermittenti colpi di genio di quintetti magari spavaldi e generosi, ma distanti anni luce dal gioco di questa Italia così prepotentemente americana nel talento esagerato, nei “numeri” circensi e nelle partite da 100 punti, fino all’altro ieri così poco praticate dagli azzurri.
Difesa relativa e attacchi pirotecnici diventano così pane quotidiano di un’Italia americana a cui la federazione, in vista del torneo che qualifica alle Olimpiadi di Rio, ha imposto un non casuale cambio di commissario tecnico. Passo obbligato, considerando che gli ultimi Giochi sono stati per noi quelli di Atene 2004, culminati in un’inattesa e splendente medaglia d’argento.
Via dunque Simone Pianigiani, forse ancora troppo europeo per guidare una “All Star” di tal fatta, e squadra affidata a Ettore Messina. Il quale non è solo fra i più titolati coach italiani di sempre, ma anche il primo non-americano ad avere allenato una squadra Nba a bordo campo, per la precisione i San Antonio Spurs, guidati da Messina a vincere contro gli Indiana Pacers come “vice” subentrato per l’occasione all’indisposto Gregg Popovich.
Se questa nazionale riuscirà a qualificarsi per il Brasile, sarà pronta a tentare la corsa verso una medaglia che Danilo Gallinari, da buon “italiano”, ma anche da buon “americano” disposto a sfidare l’impossibile, dichiara di anteporre a qualsiasi titolo Nba. Chiamarlo sogno, o dream, non faceva differenza per i nostri emigranti con la valigia di cartone. E tanto meno lo sarà per questi loro nipoti in canotta da basket. <

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