Il Concilio della svolta

dossier di Martin Stein Il Concilio della svolta Dopo la bufera di Lutero, la Chiesa corre ai ripari. A Trento cerca una risposta alle...

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di Martin Stein


Il Concilio della svolta

Dopo la bufera di Lutero, la Chiesa corre ai ripari.A Trento cerca una risposta alle domande sollevate dai protestanti e inizia la sua profonda riforma che ne cambierà il volto per secoli.


Dopo la bufera di Lutero, cosa capita? La Controriforma, direbbero molti. Ebbene sì, ebbene no. Sì, perché con il Concilio di Trento si ebbe la risposta della Chiesa cattolica a Lutero. No, perché Trento fu un fenomeno molto più complesso di quanto si possa pensare, coinvolgendo personaggi, energie, risorse, politici, re, imperatori e papi a un livello mai visto prima con conseguenze di natura economica, politica, militare, culturale, letteraria, musicale, architettonica a dir poco innovative se non rivoluzionarie. Per cui parlare di Controriforma non è esatto. 
Trento non fu solo una risposta a Lutero, fu molto di più. Inoltre, ciò che potrebbe apparire strano è che le sue conseguenze andarono ben oltre ciò che si era previsto. Ma andiamo con ordine.

Questo Concilio non s’ha da fare

Per quanto da secoli si chiedesse una riforma nella Chiesa e i tentativi non fossero mancati, il fuoco delle parole di Lutero non furono sufficienti a scaldare gli animi. Come mai? Non bastava il pericolo di una profonda divisione all’interno dell’Impero di Carlo V? Non incuteva paura la pressione dei Turchi che premevano da Oriente sul cuore dell’Europa? Non faceva riflettere la posizione dell’Inghilterra che con Enrico VIII si era staccata dal papa? Il vivace studio che attraversava tutta l’Europa non aveva forse portato un rinnovato interesse verso la Bibbia? Infine, in ogni angolo d’Europa, soprattutto da parte dei laici, cresceva una fortissima domanda per una seria e profonda spiritualità cristiana. 
Cosa si aspetta, dunque, per iniziare un’autentica riforma che aiuti a vivere il Vangelo? La risposta è molto semplice: la politica! Carlo V non si fida del papa Clemente VII: a dire il vero nessuno in Europa si fida di lui a causa del suo repentino cambiamento di scelte, opinioni... e alleanze politiche.
Il re di Francia, Francesco I, vuole estendere il suo dominio sull’Italia e minaccia Firenze, la terra dei Medici, ossia della famiglia tanto di Leone X, il papa sotto cui Lutero aveva iniziato la Riforma, quanto di Clemente VII, suo cugino e successore al trono di Pietro, dopo la breve pausa dell’austero Adriano VI. 
Carlo V vuole un Concilio per pacificare tutta l’Europa ma questo deve svolgersi in “terra tedesca”, terra in cui la rivolta contro Roma ha avuto inizio, ma quando Clemente VII nel 1533 manda sua nipote, Caterina de’ Medici, in sposa a Enrico, secondo figlio di Francesco I – il quale non vuole un Concilio in “terra tedesca”–, i suoi timori che il papa voglia ribaltare gli equilibri politici dell’Europa, aumentano. 
È vero che Caterina de’ Medici insegna ai francesi a usare la forchetta, prima del tutto sconosciuta alla corte di Parigi, ma è anche vero che la situazione si sta facendo sempre più incandescente, visto che proprio nel cuore dell’Impero, a Smalcalda, una piccola città della Turingia, nel 1531 si forma un’alleanza militare contro Carlo V fra i Principi che sostengono Lutero. Intanto, nel 1534 un fungo velenoso pone fine alla vita di Clemente VII. 
Alessandro Farnese, all’età di 77 anni, viene eletto papa col nome di Paolo III. Le sue intenzioni sono chiare: ci vuole un Concilio per pacificare l’Europa e combattere i Turchi. Per chiarire i punti della fede cristiana fonda il Sant’Uffizio, e per dare slancio alla vitalità della Chiesa approva nuovi Ordini religiosi: i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti che incideranno fortemente nello sviluppo della Chiesa e nel rinnovamento della vita spirituale. 
Temendo che il papa non voglia il Concilio, per ragioni che vedremo dopo, in Francia, intanto, si tengono alcuni incontri fra vescovi per chiarire la situazione e premere su Roma affinché si faccia un Concilio generale. Paolo III è ben disposto. Nel 1537 chiama a Mantova i vescovi a Concilio.
Ma le pressioni della lega protestante di Smalcalda preoccupano Carlo V, mentre Francesco I, il quale finalmente ha imparato a usare la forchetta, decide una nuova guerra contro di lui. Il duca di Mantova poi ci mette del suo, chiede al papa un esercito di 5000 uomini per difendere la città: una richiesta che azzera le casse di Roma. 
Dopo tanti tira e molla, fra cui una falsa partenza del Concilio nel 1543, dopo le clamorose vittorie di Carlo V contro Francesco I, finalmente, la terza domenica di Avvento del 1545 col canto del Te Deum, inizia il Concilio di Trento, allora terra tedesca, lontana da Roma, facile da raggiungere per chi viene dal Nord Europa.
L’inizio però non è incoraggiante. Sono presenti solo 4 Cardinali, 4 arcivescovi, 21 vescovi di cui un solo francese e un solo tedesco, 5 superiori generali, ben 42 teologi ma numerosi diplomatici accreditati al Concilio nonché un certo numero di nobildonne. La presenza massiccia di diplomatici non deve stupire perché l’evento ha un’importanza notevole per la pace dell’Europa. Anche se così non sarà.

Tre periodi

Cattedrale di San Vigilio, dove si è tenuto il Concilio.

Chi entra non ne esce vivo 

Il Concilio di Trento si svolge in tre periodi: 1545-1547; 1551-1552; 1562-1563. Trento, una cittadina di 7-8.000 abitanti, dal clima insopportabile per gli inverni rigidi e le estati torride, si vede invasa da cavalli e uomini da tutta Europa e non ha né cibo né biada sufficienti per tutti.
In quel periodo, i vescovi della Chiesa cattolica sono circa 700 ma a Trento non ci vanno in tanti. 29 vescovi sono presenti all’apertura della prima fase e solo 15 alla seconda. Mentre alla terza si presentano fino a 280 vescovi. 
Ma oltre a loro, ci sono i rappresentanti diplomatici delle nazioni d’Europa e i teologi che aiutano i vescovi a scrivere i documenti finali. I papi che convocano i tre periodi (Paolo III, Giulio III e Pio IV), gli imperatori (Carlo V e Ferdinando I), i re di Francia (Francesco I ed Enrico II) vedono solo una parte del Concilio, così chi è presente alla sua apertura difficilmente sarà ancora vivo alla cerimonia finale di chiusura.


Poveri cavalli 

Nessuno dei tre papi è mai presente a Trento. Il Concilio viene seguito da Roma mediante dei rappresentanti del pontefice (legati) che guidano le discussioni in aula e mandano messaggeri a Roma. In genere bastano 5/6 giorni perché un messaggio cifrato arrivi in Vaticano e torni con la risposta. Qualche volta anche meno. Tutto dipende dalla velocità dei cavalli.
I legati pontifici si prendono una certa libertà nel condurre le discussioni in aula a seconda delle alleanze politiche per soddisfare le due fondamentali esigenze che spingono il Concilio: il papa e la Curia romana sono più interessati a fermare Lutero mentre l’imperatore Carlo V, un sincero credente, vuole la riforma della Chiesa per dare impulso al senso pastorale dei vescovi e dei preti. 
D’altra parte la Spagna viene da una tradizione in cui i vescovi sono nominati principalmente dal re, il quale ha tutte le buone ragioni per scegliere vescovi preparati, di profonda fede e capaci nel gestire la diocesi. A Trento i vescovi spagnoli sono quindi i più inclini a togliere gli scandali dalla Chiesa. Uomini colti e molto preparati avanzano proposte moderne e innovative, come quelle del cardinal Caetano – il grande avversario di Lutero – che propone, nel 1530, al papa di dare il calice eucaristico anche ai laici e suggerisce che i preti tedeschi si possano sposare.

In rappresentanza della Chiesa universale

A Trento arrivano pochi vescovi, ma il Concilio è convocato dal papa, quindi è legittimo e può deliberare per tutta la Chiesa. Fin qui tutti d’accordo. Anche quando si tratta di mettere regole molto esigenti sullo stile di vita dei vescovi, tutti sono d’accordo. Persino sui temi generali nessuno ha niente da dire.
Ma dopo solo pochi giorni, la discussione esplode e diventa feroce quando si tratta di definire la formula di apertura del Concilio. Cosa da poco? Per nulla! 
Il delegato del papa vuole che si dica: “Il Sacrosanto Sinodo Tridentino legittimamente riunito nello Spirito Santo”, ma un vescovo, tal Braccio Martelli di Fiesole, insiste che si inserisca anche la formula classica: “in rappresentanza della Chiesa universale”. Questa, utilizzata nei precedenti Concili, venne sbandierata soprattutto a Costanza e Basilea e utilizzata contro il papa. Per cui l’atmosfera si fa incandescente e si teme di ricadere nelle tensioni fra papa e Concilio che hanno diviso la Chiesa negli ultimi secoli. 
L'imperatore Carlo V
Ma questa non è l’unica difficoltà. Occorre parlare prima degli abusi o della dottrina? Le discussioni continuano per giorni interi. A favore della dottrina c’è il papa mentre i vescovi vicini all’imperatore pensano che sia necessario parlare prima degli abusi che sono stati la causa degli errori dei protestanti. E riformare la Curia significa tagliare il flusso di denaro che arriva a Roma grazie alle dispense che vengono concesse.
A risolvere la situazione è uno spagnolo, il cardinal Pedro Pacheco che suggerisce di affrontare le due questioni insieme. Questo mette tutti d’amore e d’accordo. O quasi. 
Il papa teme che il Concilio prima o poi intervenga nel sistemare la Curia, limitando in tal modo la sua autorità. Ma il legato pontificio, il cardinal Cervini, supera l’ostacolo, suggerendo al pontefice di riformare lui la Curia per primo, evitando in tal modo un controllo diretto del Concilio.
Dietro questa preoccupazione del papa, c’è la sorte del nipote, il cardinal Alessandro Farnese, l’uomo più potente della Chiesa dopo il papa. Cardinale a soli 14 anni, ricava introiti enormi dalle diocesi in cui era stato nominato tramite il sistema delle dispense, fra le quali le due più ricche di tutta la cristianità, Avignone e Monreale, oltre ad altre 11 da cui ottiene enormi guadagni. 
Nonostante ciò le cose vanno avanti per la semplice ragione che nessuno a questo punto vuole assumersi la responsabilità del fallimento del Concilio e mediante discussioni apparentemente sottili e inutili, si stabilisce il modo di procedere. Cosa che si rivela fantastica per lo svolgimento delle discussioni. Infatti, hanno scoperto una verità fondamentale: i metodi sono tutto. E avevano ragione.

Bibbia: sì, ma quale?

Lutero si basa solo sulla Bibbia. I vescovi a Trento dicono che Gesù ha insegnato molte cose che sono state tramandate sia in forma scritta sia attraverso i comportamenti dei primi cristiani che li hanno ricevuti dagli Apostoli, i quali sono vissuti con Gesù per tre anni e sono stati con Lui dopo la sua Risurrezione. Per cui la Bibbia va bene, ma da sola non basta. Se questo mette tutti d’accordo, il disaccordo nasce alla domanda: quale Bibbia? 
Allora è diffusissima la traduzione in latino, però i grandi studiosi del ’400 e del ’500 hanno riscoperto i manoscritti in lingua greca e notano delle differenze. Per portare poi la Scrittura vicina alla gente molti l’hanno tradotta. La più famosa traduzione è quella di Lutero, considerata il testo base dell’attuale lingua tedesca.
La Bibbia di Lutero
A Trento le discussioni su questo punto diventano incandescenti. Il cardinal Madruzzo vuole che la Bibbia sia tradotta nelle lingue popolari, mentre gli spagnoli preferiscono il latino. Quando dal Concilio emerge la linea moderata di sostenere la classica traduzione latina, anche se corretta, e non vengono direttamente proibite le traduzioni purché si sappia chi le ha fatte, il papa Paolo III disapprova fortemente questa decisione poiché ritiene la versione latina della Bibbia inaffidabile. 
Ma la lingua non è l’unico problema. Ce n’è un altro molto più importante. Quali sono i libri della Bibbia che si possono sicuramente dire ispirati da Dio? Già nell’antichità, sant’Agostino e san Girolamo avevano opinioni diverse. Infatti, Lutero ne respingeva alcuni.
Un altro Concilio aveva dichiarato che tutti i libri della Bibbia andavano bene, nel senso che non contenevano errori per la fede cristiana. Ora questa posizione viene riconosciuta, lasciando aperta la discussione e la ricerca. Purtroppo il testo finale del Concilio non riporta questa posizione più aperta e nei secoli seguenti sarà interpretato in modo restrittivo causando fraintendimenti anche violenti.


La predica ha inizio!

La preoccupazione centrale del Concilio, ribadita dal segretario Del Monte il 7 febbraio 1547, era “la cura delle anime”. Espressione ripresa ben 5 volte nei documenti ufficiali. Questo renderà Trento un Concilio anzitutto pastorale con tutte le ricadute sulla sua futura interpretazione.
Aspetto questo che coinvolge ancora i giorni nostri, dove molti credono che solo il Concilio Vaticano II sia da definirsi “pastorale” quando questa espressione venne usata una volta sola. E non è tutto. Le discussioni divennero così vivaci e infuocate che persino il papa da Roma le incoraggiò dichiarando che ognuno doveva esprimersi liberamente e non essere rimproverato fintanto che la sua opinione non era stata valutata da tutta l’assemblea. 
A Trento è ben chiaro a tutti che Lutero lo si può battere solo sul suo terreno. E se lui insiste tanto sulla Bibbia, allora i futuri preti dovranno studiarla come si deve per spiegarla alla gente. Questa scelta ha due conseguenze enormi che cambieranno per sempre il volto della Chiesa, almeno fino ai giorni nostri.
Se tutti i preti devono studiare, allora ci vuole un posto speciale dove si preparano: i seminari e se devono commentare la Bibbia, devono essere presenti fisicamente in parrocchia. In tal modo nessuno può più essere parroco o vescovo, intascare il beneficio e vivere altrove. Al parroco e al vescovo si richiede la residenza. Con questa riforma si eliminano abusi e corruzione e si dà slancio e vigore alla fede del popolo. 
Questa è la risposta pratica che la Chiesa dà a Lutero mentre il parroco, vivendo stabilmente in mezzo alla sua gente, a poco a poco, diventa una vera autorità di riferimento per la popolazione, conosce tutti e a tutti ha qualcosa da dire. La sua applicazione però non sarà facile e la si avrà ufficialmente solo a fine Concilio. 
La risposta teologica arriva invece con il decreto sulla giustificazione, così chiamato perché spiega come l’uomo può essere considerato giusto, ossia salvato, davanti a Dio. A Trento i vescovi affermano con Lutero che per salvarsi ci vuole certamente la fede, ma una volta giustificato, l’uomo può corrispondere all’amore di Dio con le sue azioni e le sue scelte e in queste può esprimere l’amore tanto di Dio quanto il suo.
Senza saperlo, indirettamente, si afferma in questo modo che l’amore non è solo qualcosa di romantico ma è sempre concreto, seguito da gesti verificabili che coinvolgono la totalità della persona.

Un affare pestilenziale

Basilica di San Petronio, a Bologna, sede del concilio "provvisorio"
Quando tutto pareva mettersi per il meglio, si scaraventa sul Concilio una paura terribile. Pare che a Trento si stia diffondendo il tifo o qualcosa di simile. I medici ufficiali stilano resoconti impressionanti e dicono di andar via prima che sia troppo tardi.
Il Concilio è trasferito a Bologna per due anni (1547-1549) ma l’imperatore Carlo V non è contento perché Bologna è una città degli Stati Pontifici e qualunque decisione presa sembrerebbe poco credibile data l’evidente pressione che una città simile può esercitare sui vescovi. Trento era in “terra tedesca” e gli stessi luterani avrebbero sempre potuto parteciparvi, anche se per due anni non si sono fatti vivi. 
Infatti, a Bologna si è del parere che ormai il grosso dei problemi sia stato risolto. Ma non è così. Rimangono molte questioni sospese: il calice ai laici, il celibato dei preti, i voti monastici, il purgatorio, la venerazione dei santi. Questi temi erano i più sentiti dal popolo di Dio, ma ai convocati parevano questioni secondarie. 
Carlo V intanto ha sconfitto le truppe luterane della lega di Smalcalda e il suo prestigio cresce sempre più, quindi anche le sue richieste. Una di queste è di dare il calice della comunione anche ai laici. Ora, fino al XII secolo, oltre a fare il segno di croce nel modo giusto – che, come ricordava ancora il papa Innocenzo III, non è come lo si fa oggi – , in varie parti d’Europa anche i laici potevano fare la comunione al calice.
A poco a poco questa abitudine è scomparsa, tanto che nel XVI secolo la comunione viene fatta solo sotto la specie del pane. Per riportare la pace nel suo impero, Carlo V era favorevole a questo ritorno.

Fiato sospeso per 15 anni

Francesco I di Francia
Le tensioni fra l’imperatore e il re di Francia, i sospetti del papa Paolo III verso Carlo V, la poca fiducia di questi verso il pontefice che, secondo lui, pensa soprattutto al bene dei suoi familiari, rendono lo spostamento del Concilio da Trento a Bologna un vero fallimento politico con conseguenze militari poco piacevoli, anche se, nel frattempo, i lavori continuano e la qualità dei documenti approvati rimane ancora oggi di altissimo livello. 
Intanto in Francia, il nuovo re, Enrico II, anche per contrastare Carlo V, invia alcuni vescovi a Bologna. In tutta risposta, l’imperatore chiede che il Concilio ritorni a Trento, in “terra tedesca” per favorire la presenza dei luterani e riassicurare così la pace all’interno del suo vasto dominio.
Il papa accetta ma pone come condizione che i vescovi rimasti a Trento raggiungano Bologna per poi viaggiare insieme. L’imperatore manda una sua delegazione che litiga furiosamente con il segretario del Concilio, Del Monte, per alcune ore. Il papa autorizza i vescovi a tornarsene a casa, e non vedrà la fine del Concilio dal momento che nel novembre del 1549 passa a miglior vita. 
Tutto sembra dunque fermo. Per eleggere il nuovo papa si impiegano due mesi e alla fine si fa la scelta che mette Carlo V ed Enrico II d’accordo: si elegge il segretario del Concilio, il Cardinal Giovanni Maria del Monte che prenderà il nome di Giulio III. Questi nel 1551 ordina la riapertura del Concilio a Trento. Finalmente giungono alcuni vescovi tedeschi e si invitano i luterani affinché espongano le loro posizioni. 
Il tema dell’Eucaristia già dibattuto a Bologna viene ampiamente ripreso. Si approva il decreto sulla Confessione utilizzando però un linguaggio giuridico e presentando il prete come un giudice, sorvolando sugli aspetti pastorali in cui il sacerdote è visto come un medico e un padre, aspetti su cui insistevano molti testi medievali.
Frattanto la situazione fra la Francia e l’Impero di Carlo V si sta facendo sempre più tesa, poiché alcuni principi tedeschi luterani cercano l’appoggio politico e militare della Francia per separarsi da Carlo V. Con la situazione sempre più incerta, i vescovi tedeschi lasciano Trento per tornare nelle loro diocesi a difenderle dall’espansione delle idee luterane.

Papa Giulio III

Il ghetto, i libri e una statua

Giulio III muore nel 1555. Marcello Cervini uno dei segretari del Concilio viene eletto papa, ma non vive a lungo. Il cardinal Gian Pietro Carafa, di origini napoletane, fondatore dell’Ordine dei Teatini, uomo austero e irreprensibile, sale al soglio di Pietro col nome di Paolo IV.
Deciso a purificare la Chiesa, non è però un convinto prosecutore del Concilio. Preferisce che la riforma si compia tramite una commissione che lui può controllare. Seguendo l’esempio di altri Paesi europei, istituisce l’Indice dei libri proibiti (fra i quali le traduzioni della Bibbia, quando il Concilio non le aveva negate!), rafforza l’Inquisizione, costringe gli Ebrei a vivere in un ghetto e vede l’eresia ovunque, tanto da far incarcerare Giovanni Morone, uno dei cardinali più stimati, preparati e saggi del tempo, futuro segretario del Concilio di Trento! 
I suoi modi bruschi, fermi e poco diplomatici non lo rendono certo simpatico. Alla sua morte, i romani incendiano la sede dell’Inquisizione, liberano i prigionieri, abbattono la sua statua al Capitolino e per una settimana Roma è in preda a disordini.
Papa Pio IV
Il nuovo papa, Pio IV, sa come accattivarsi le simpatie del popolo. Alleggerisce le sanzioni del predecessore, fa distribuire cibo ai romani, ama scherzare, riduce il prezzo del grano, incrementa gli studi, ma è anche sensibile alle richieste dei parenti. Fra questi ve n’è uno che nominerà cardinale a soli 21 anni, ma si dimostrerà col tempo uno dei più convinti riformatori della Chiesa: Carlo Borromeo. 
Intanto, tutto il lavoro fatto a Trento e a Bologna, che fine ha fatto? Quei documenti così raffinati e importanti che sono stati votati da tutti i vescovi che vi hanno riconosciuto la vera fede cattolica, e le decisioni prese per cambiare la Chiesa, a cosa servono? Saranno attuate? Purtroppo il Concilio non è stato chiuso e il papa non ha mai approvato le decisioni di Trento, per cui è ancora tutto sospeso... e su ogni questione la discussione può essere riaperta... 
Nel 1560 Pio IV riconvoca il Concilio, ma il giorno in cui deve iniziare, vi sono solo quattro vescovi, così bisognerà attendere il 1562 per vedere almeno cento vescovi e parlare di vero inizio. Sono passati ben 15 anni dall’ultima volta che a Trento si è deciso qualcosa. L’Europa è cambiata moltissimo, e dei primi partecipanti non c’è quasi più nessuno.

Forse è la volta buona, o no?

Con la riapertura del Concilio si vuole finalmente affrontare il tema della riforma della Chiesa che deve ripartire dall’obbligo di residenza per i vescovi. Per questo si chiede che tale obbligo sia dichiarato di diritto divino in modo che nessuno possa modificarlo. Gli spagnoli sono d’accordo, quasi tutti gli italiani no.
Inoltre continuano le richieste per dare il calice ai laici, rivedere il celibato, avviare la celebrazione della Messa nella lingua dei vari popoli e invece dell’odioso “Indice dei libri proibiti” si stili un “Indice dei libri da consigliare”. Questo era anche un modo per mettere tutti d’accordo e per far considerare questa terza convocazione come il naturale prolungamento delle due precedenti.
Il tema della formazione dei preti e la necessità dei seminari era già apparsa nella prima parte del Concilio, ma ora è un laico, Sigmund Baumgartner, a nome del duca di Baviera, a caldeggiare l’iniziativa e a raccomandare che per i preti è meglio un matrimonio casto che un celibato impuro, altrimenti la situazione sarebbe peggiorata.
Per il calice, la risposta è che non è necessario per la salvezza ricevere il sacramento sotto le due specie e che non è sbagliato riceverlo solo sotto una, anche se il papa Pio IV è favorevole e il 16 aprile 1564 concede il calice per ampie zone dell’impero. Il calice era però diventato un segno talmente distintivo fra cattolici e luterani che lo stesso duca di Baviera, Alberto V, che tanto lo aveva richiesto, sette anni dopo aver ottenuto la concessione, nel 1571, lo abolì. Papa Clemente VIII non lo proibì in Ungheria prima del 1604 e in Boemia durò fino al 1621. Lo stesso dicasi per il latino. Il Concilio non proibisce l’uso della lingua popolare, ma afferma la legittimità del latino. Prova ne è il fatto che ancora nel 1555, Roma finanzia la stampa del messale in lingua albanese. 
Ma dove le discussioni esplodono, è quando si viene a parlare dei preti, di chi li deve ordinare e del rapporto che essi hanno con i vescovi. Esiste o no un diritto divino e non umano che stabilisce questo e che impone il dovere della residenzialità ai vescovi?
Le tensioni si fanno così forti che l’imperatore, il re di Francia, quello di Baviere e d’Austria intervengono pesantemente per costringere il papa a decidersi una buona volta a riformare la Curia, imporre la residenzialità ai vescovi e cambiare il modo di eleggere il suo successore. 
Le fortissime tensioni provocano il rapido deperimento fisico di due legati pontifici, Girolamo Seripando ed Ercole Gonzaga che nel giro di pochi giorni muoiono uno dopo l’altro. Il papa è sempre più solo e non sa cosa fare. Ma dal cilindro, con una rapidità incredibile, tira fuori la soluzione magica: a guidare il Concilio sarà niente poco di meno che il cardinal Morone, quello che Paolo IV aveva gettato in galera.
Questi era già stato a Trento nel primo periodo ed era un abilissimo diplomatico, simpatico a tutti i sovrani cattolici e di profonda fede. Con la sua capacità tutte le difficoltà politiche si avviano a soluzione poiché dopo lunghe ed estenuanti discussioni riesce a mettere tutti d’accordo. 
La notizia della salute instabile di Pio IV accelera la fine dei lavori. Se muore prima della fine del Concilio, occorre attendere l’elezione del nuovo, e in quel tempo potevano anche passare mesi, senza sapere se il nuovo papa ne avrebbe decretato la continuazione. Il cardinal Morone, con incredibile abilità, conduce velocemente a termine i lavori e il 4 dicembre 1563 pronuncia le fatidiche parole: «Post actas Deo gratis, ite in pace», seguite da un boato di giubilo e lacrime. Con questa fortissima commozione si chiude il Concilio di Trento.
Se anche il Concilio non è riuscito a ricomporre lo scisma protestante e ripristinare l’unità, con fatica e in mezzo a mille traversie ha per lo meno trovato il modo di riformare la Chiesa cattolica e di restare unita. 
Papa Pio IV con la bolla Benedictus Deus conferma tutti i decreti del Concilio e inizia la grande opera della sua applicazione che durerà per quattro secoli. <

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