Chiodini cult

di Leo Gangi Un’azienda che non conosce crisi      L'ad Stefano Quercetti    Chiodini cult Quando l’industria ha un chi...

di Leo Gangi

Un’azienda che non conosce crisi
     L'ad Stefano Quercetti   
Chiodini cult


Quando l’industria ha un chiodo fisso: divertire i bambini di ogni età.
Il modello Quercetti.




Portare il made in Italy in tutto il mondo è un… gioco da ragazzi. Soprattutto se a farlo è la Quercetti & C SpA, società leader a livello mondiale nel settore giocattoli – per l’appunto – che ha ormai superato i sessant’anni di attività.
L’articolo più famoso sono i chiodini, spilli in plastica a sei colori da inserire in una tavola bianca e vuota, per vedere passo dopo passo l’immagine che si crea. Il risultato è uguale a una foto scattata da una macchina digitale. Solo che in realtà è fatto a mano. Meraviglia per un bambino che impara a rendere concreta la fantasia. Chic per l’adulto-artista che si cimenta con la pixel art, l’ultima evoluzione del prodotto: con soli sei colori si realizzano tutte le sfumature che la mente è in grado di concepire.


Così, i chiodini si sono trasformati da semplice divertimento in oggetti cult. Ma non sono che una delle chicche di questa fabbrica di sogni. Noi di Dimensioni Nuove siamo andati a Torino, dove si trova la sua sede, per intervistare l’ad Stefano Quercetti.

Siete riusciti ad esportare i vostri prodotti anche in Cina. Ma come fate?
Sa che non lo so? (sorride) Il gioco è cibo per la mente. È un elemento essenziale della crescita di una persona. A pensarci bene, in natura è così per tutti i cuccioli; il cucciolo d’uomo non fa eccezione.

Sì, però oggi i giovani sono “nativi digitali”. Come fa allora un gioco manuale come quello dei chiodini a resistere alla concorrenza e al tempo?
Che i giovani abbiano una predisposizione naturale a tutte le apparecchiature elettroniche è un dato di fatto, incontrovertibile. Ma rimangono le altre caratteristiche del giocattolo: poterlo toccare, capire come funziona, associare colori, movimenti... e quanto in realtà costituisce la base della cognizione del bambino e della curiosità dei più grandicelli. Un aspetto che non cambierà mai.
Come si conciliano le nuove tecnologie e la tradizione? Ci sarà un chiodino digitale?
In realtà c’è già. Stiamo lanciando sul mercato delle app per smartphone. Ma il punto è un altro: la manualità stimola altri fattori nella mente del bambino, e anche dei ragazzi. Elettronica e concretezza non si escludono ma si completano.

      Stefano, Alberto e Andrea Quercetti.        
Siete tre fratelli nella stessa azienda: lei, Alberto (prodotto) e Andrea (export). Com’è il rapporto tra voi? Da piccoli giocavate assieme?
Abbiamo tre personalità differenti. L’accordo lo troviamo ogni volta, anche se non è sempre facile. Ci aiuta il fatto che fin da bambini ci divertivamo insieme. Ci piaceva ad esempio “fare la lotta”: io sono il più piccolo, e ovviamente ero il più “massacrato”. Oggi Andrea, il più grande, si occupa dell’export.
Alberto è quello di mezzo ed è il più creativo, quello che ha le idee sui giocattoli. Io mi occupo della parte tecnica, l’amministrazione e il personale.



Alla base del gioco c’è la creatività non solo di chi lo usa ma anche di chi lo produce. Come si può tradurre oggi l’importanza dell’idea?
È un elemento estremamente complicato. Sembra sempre che qualsiasi cosa sia già stata inventata. In realtà, gli spunti possono arrivare da qualsiasi cosa. Bisogna sapere osservare ed elaborare. Un aneddoto: tutti conoscono la pista delle biglie che si fa in spiaggia. Impegnati in una gara con i nostri figli, ci siamo chiesti: ma perché non portare questo gioco dentro una casa? Lo abbiamo fatto, è stato un successo.

Per essere game maker bisogna avere un’attitudine specifica o basta semplicemente studiare?
Bisogna avere un’attitudine specifica. Non ci sono corsi che insegnino ad essere veramente creativi. Al massimo, raffinano le capacità.

Quale consiglio darebbe a una persona che si volesse lanciare nel campo?
Devi essere mosso da una passione sconfinata. Il resto si impara facendolo.
 In Italia il nostro settore è stato massacrato. Molti grossi brand sono scomparsi. Dai 47.000 addetti che eravamo nei primi anni ’60 siamo rimasti in 4.000. Nemmeno il 10%.
Hanno pesato molto la delocalizzazione e il venir meno della ricerca, preferendo comprare cose già fatte. Un passo falso, perché oggi ci sono molti più competitor, a livello internazionale.

Torniamo alla domanda iniziale: voi fate concorrenza ai cinesi nella loro patria…
È vero, forniamo aziende cinesi e conserviamo una nostra nicchia importante anche in USA. Ma questo grazie all’insegnamento di nostro padre: utilizzare risorse e addetti soprattutto nella progettazione, studiata nei minimi dettagli, automatizzando al massimo il resto. Questo in linea teorica. Poi interviene il “sistema Italia”, con imposte elevate e costi altissimi sulle forniture energetiche. Noi però manterremo le radici nel Belpaese. Negli anni siamo riusciti a creare una competenza specifica dei nostri lavoratori, un know how interno che per noi è molto prezioso, e che non intendiamo perdere.

Come vede il futuro?
Roseo. In un mondo in crisi, al di là del “sistema Italia”, i giocattoli sono ovunque in incremento. Accade per la consapevolezza che il gioco è utile al bambino per vivere, come il pane.

Cosa vuol dire essere imprenditori oggi? Quanta vita le prende e quanta energia le dà?
Posso dire questo: mio padre, il fondatore, in realtà aveva quattro figli: noi tre e l’azienda. L’impresa non sono solo macchinari o prodotti, ma anche persone che contano su di te. Per questo devi dedicargli tutto il tempo necessario. Sono qui da 24 anni; conosco i nomi dei miei collaboratori uno per uno, e loro conoscono il mio. La centralità del rapporto umano per noi è un valore aggiunto. La famiglia lo capisce, e poi il tempo per rilassarsi con i propri cari si trova.

Mentre parliamo, vedo che fa girare alcune biglie fra le dita. È un caso o un’abitudine?

Mi aiutano a riflettere. Sono fatte di un materiale particolare. Lei non ha idea della tecnologia che c’è dietro. Che vuole, anche produrre qui è un gioco. Lo facciamo seriamente, ma con il sorriso. Sennò, che divertimento c’è? <
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