Cultura e lavoro? Una (quasi) impresa

PERSONE di Leo Gangi Intervista all’esperto Giovanni Campagnoli Cultura e lavoro? Una (quasi) impresa Ci sono strade nuove ...


PERSONE
di Leo Gangi



Intervista all’esperto Giovanni Campagnoli


Cultura e lavoro?
Una (quasi) impresa
Ci sono strade nuove da seguire in modo concreto che offrono occupazione. Per i giovani, sono opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Lavorare con la cultura? Seee… un’impresa!
Viene da dire così, ragionando sul fatto che, in generale, monumenti e arte sono appannaggio dei musei. La scoperta pazzesca è che possono diventare un’occupazione remunerativa anche per i giovani. Basta avere un’idea fulminante, qualche amico e molta buona volontà.
Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con
Giovanni Campagnoli, autore per Il Sole 24 Ore di Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start up culturali e sociali. Lavora per Hangar Piemonte, programma regionale per lo sviluppo del comparto culturale. Docente di Economia, cura per il Mibac l’Osservatorio online sulla rigenerazione urbana (www.osservatorioriuso.it) e la piattaforma web per il matching tra vuoti disponibili e potenziali riutilizzatori (www.mappa.riusiamolitalia.it).
È anche preside all’istituto Don Bosco di Borgomanero (www.donboscoborgo.it).

Come si può fare impresa con la cultura?
È vero che storicamente è l’ente pubblico a seguire e a finanziare il settore culturale. In tempi recenti, però, i tagli dei fondi pubblici hanno aperto un mondo ai privati “seriamente motivati” alla valorizzazione del patrimonio e alla performing art: la sfida è trasformare un prodotto in un’esperienza culturale, un qualcosa di unico che ci faccia desiderare di essere lì.
Oggi il pubblico esprime in modo chiaro i propri interessi, tramite social e internet: con campagne digitali mirate è possibile intercettarli con una certa precisione. Ecco il bacino ideale per organizzazioni nuove, flessibili, snelle, che uniscano le competenze di un team alla sostenibilità del progetto, tra i cui costi c’è anche lo stipendio.
La rigenerazione degli spazi è un’altra possibilità di fare impresa: di fronte a un milione e mezzo di edifici vuoti che possono essere riempiti in Italia, ci sono giovani che m’insegnano che quegli spazi possono essere riempiti di idee, di eventi. Ecco come si costruisce il lavoro del futuro.

È nata dunque una nuova moda?
Più che di “moda”, parlerei di “opportunità”. Il modello tradizionale di occupazione ripetitiva è andato in crisi. Il lavoro creativo, invece, no; anzi, è richiestissimo.
Oggi i ragazzi mi insegnano che è possibile dare vita a un lavoro appassionante anche se faticoso, magari dopo aver fatto un viaggio all’estero e avere scoperto nuovi metodi per impostare la loro avventura.
C’è una dimensione della bellezza che i ragazzi propongono sempre. Per esempio rigenerare una vigna di cui nessuno si occupava più riproponendo in chiave moderna una tradizione perduta, oppure recuperando un bene storico e ricavando al suo interno una escape room.
È bellissimo quando riescono a rendere contemporanei dei monumenti dimenticati. Basta guardare cos’è successo con le catacombe di Napoli: 32 posti di lavoro creati dal nulla al Rione Sanità.
Eppure, non è ancora una dimensione del tutto affermata. Su questo terreno bisogna ancora lavorare tanto; quindi, c’è ancora tanto spazio per i giovani.

Quali sono le chance, oggi, per un giovane che voglia mettersi in gioco?
Innumerevoli. I giovani riescono a fare innovazione perché propongono qualcosa che conoscono molto bene in un contesto inconsueto. Pensiamo alle performing art: un festival di musica elettronica in una cava abbandonata, ad esempio. O un film sui lavori in montagna proiettato sulla parete di una diga. Eventi unici e irripetibili. Per il pubblico, un fattore vincente.
La cosa importante è mettersi in gioco in gruppo, mai da soli: avventurarsi in un’impresa del genere è troppo complesso, è al di sopra delle forze di uno solo.

E se si fallisse?
Non bisogna avere paura del fallimento. Al contrario, bisogna imparare a sperimentare. È più facile farlo nelle periferie, dove il pensiero dominante della città è lontano. Nella Silicon Valley i curriculum con tante esperienze sono molto considerati: se ho riaperto un negozio e poi l’ho chiuso, ma quante cose ho imparato!?!

A quale età si può iniziare? E con quale preparazione?
L’età in cui si avvia un’impresa in Italia è tra i 25 e i 30 anni, se non addirittura 35. Però si possono incamerare competenze prima. Per esempio, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, usandola per andare a vedere quello che piace. Ma anche l’oratorio: se hai delle idee, prova a sperimentale con gli amici, per vederne le reazioni. E ancora: fare il mercatino dei libri, degli abiti usati, prendere parte all’Erasmus+, partecipare alle simulazioni d’impresa nelle scuole. Al volo!

Quali sono i rischi?
In Italia si diventa imprenditori nonostante i mille ostacoli burocratici: in alcuni Stati si apre una società in un’ora. Noi siamo all’opposto. Il rischio è di fermarsi a metà del guado.
Poi c’è l’accesso al credito: per un ragazzo è difficilissimo. Da noi non vengono valutate le idee ma il patrimonio di partenza.
I ragazzi scontano anche il fatto di non essere ancora affermati. Hanno competenze digitali superiori a quelle della generazione precedente ma non vengono riconosciute. Non ci si deve illudere, il percorso è tutt’altro che lineare: è pieno di difficoltà, ma ne vale la pena.
I ragazzi che ho visto impegnati nell’avvio di start up sono seri e impegnati, progettano strategie aziendali, studiano i rischi delle loro attività economiche, si mettono sotto anche di sabato e di domenica. Sono sempre in stand by.

Sono previste forme d’aiuto mirate: incubatori, aiuti economici, un team che segua il progetto anche in fase avanzata?
Per le imprese culturali sotto forma di cooperativa o associazione, in genere ci sono strumenti forniti dagli enti di categoria. Per le start up ci sono acceleratori e incubatori, anche se in numero ridotto: sono realtà specifiche legate alle università o alle istituzioni del territorio, come Hangar in Piemonte. Manca però un sistema nazionale. È paradossale per uno Stato come l’Italia, la patria della bellezza artistica.
Sul fronte dei finanziamenti, oggi fondazioni bancarie, i sistemi di foundraising e il crowdfunding sono ben disposti a sostenere progetti spendibili.

Per chi non ha riferimenti?
Se li deve “costruire”.
Una volta le reti di rapporti si stabilivano per appartenenza. Il giovane d’oggi s’informa attraverso internet: cerca sostenitori del progetto a seconda delle affinità, che si costruiscono per interessi, passioni comuni. Quanto al budget, un’avvertenza: quando si ha una buona idea, bisogna trovare il bando giusto per realizzarla, e non il contrario. Bisogna sapere che in questo momento in Italia ci sono più soldi per sostenere iniziative che iniziative finanziabili! Non è quindi un problema di soldi. Piuttosto, la sfida è rendere l’idea competitiva.

Un consiglio a un giovane che voglia lanciarsi nell’avventura della (quasi) impresa?
Servono una buona idea, un buon mix di competenze proprie e del proprio team. E soprattutto, essere consapevole che l’idea conta per il 10% e il modo in cui viene messa in pratica conta per il 90%.
Anche il budget è importante: non si può credere di cominciare senza un capitale iniziale. In una storia italiana di successo contano le tre “F”: “family”, la famiglia (soprattutto i nonni); “friends”, cioè gli amici; “foolish”, i pazzi. Parliamo di avventure non codificate da nessuna regola finanziaria.
Infine, è fondamentale il fattore tempo: se pensi che sia il progetto giusto, non devi aspettare, o qualcun altro te lo porterà via.


                       Parole speciali                    
Performing art: è uno spettacolo che coinvolge musica, danza, pittura e potenzialmente ogni forma d’espressione artistica per trasmettere un messaggio. In questa forma di rappresentazione è fondamentale lo scenario utilizzato: di solito si tratta di un luogo naturale, o monumentale, comunque tale da emozionare: ad esempio, una cascata o un castello diroccato.
Escape room: è un gioco in cui si deve cercare di uscire da una stanza entro un termine risolvendo enigmi e superando astuzie e tranelli. Per farlo i partecipanti possono utilizzare solo gli oggetti nella stanza: alcuni visibili, altri ben nascosti.
Target: è il tipo di pubblico che si vuole attirare con il progetto culturale.
Start up: è un nuovo modello d’impresa, dotata di una struttura e un’organizzazione molto snelle. I suoi punti di forza sono l’innovazione tecnologica e la giovane età dei suoi fondatori.
Fundraising e crowdfunding: sono modi di finanziare progetti che sfruttano il web, proponendo l’idea da sostenere su appositi siti e dando un tempo massimo alle donazioni. In genere, chiunque può donare, avendo in cambio un benefit (una piccola quota nella società, sconti speciali sui prodotti o altri benefit).
Hangar Piemonte: è un servizio pensato dall’assessorato alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e gestito dalla Fondazione Piemonte dal Vivo. Opera nel comparto culturale, rivolgendosi a chiunque desideri affinare le proprie doti manageriali, attraverso laboratori, lezioni, seminari, workshop e percorsi di affiancamento studiati su misura. Nato nel 2014, Hangar seleziona 15 idee all’anno da accompagnare. Ad oggi i progetti seguiti sono 60.

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