Natale: da quel giorno l’uomo non è più solo

Dossier di Mark Steiner Natale: da quel giorno l’uomo non è più solo Oltre la poesia e i sentimenti, la vera storia de...


Dossier
di Mark Steiner






Natale: da quel giorno l’uomo non è più solo

Oltre la poesia e i sentimenti, la vera storia del Natale ci racconta la follia dell’amore di Dio che non vuole abbandonare nessuno e per questo diventa uomo come noi.



E chi si rivede? Le tasse!
La storia del Natale possiamo capirla solo se parliamo di tasse. Ma le musiche, la neve e i regali? Sì, interessanti, fanno molto romantico… ma per il momento lasciamoli perdere. Dunque, parliamo di tasse. Eh sì, perché senza le tasse non ci sarebbe stato il Natale, almeno come ce ne parla l’evangelista Luca, aiutato, almeno in parte, da Matteo.
Tutti e due parlano della nascita di Gesù a Betlemme (Mt 2,1; Lc 2,11). Ma come c’è finito lì, visto che sua madre era della Galilea e precisamente di un insignificante villaggetto chiamato Nazareth ignorato persino dalla Bibbia? Un quattro-case-spelacchiate che dista 110,97 chilometri da Betlemme, se si fanno in linea d’aria, ma che diventano 156,4 con le strade di oggi e non molti di meno con i sentieri di allora.
Se Nazareth contava come il due di briscola, Betlemme aveva invece una certa importanza. Non perché fosse la sede di qualche prestigiosa università o un centro trendy della moda del momento dove passare il week-end, ma perché in antichità era stato il paese che aveva dato i natali al grande re Davide a cui tutti gli Ebrei guardavano con rispetto e nostalgia. Sotto di lui, Israele era forte, sicuro e temuto. Era stato un grande re che aveva dato un destino al suo popolo.
Ora, invece, gli Ebrei erano sottomessi ai Romani, dovevano obbedire alle loro leggi e… pagare le tasse. Qualche privilegio l’avevano mantenuto, perché i Romani spellavano ma non dissanguavano. Bastava pagare e starsene buoni e bravi e poi tutto filava liscio, anzi in fondo ci si poteva anche guadagnare. Come chi aveva il privilegio di diventare cittadino romano o lavorava alle strade e agli acquedotti o riforniva le caserme.
Così agli Ebrei venne riconosciuto il diritto di vivere la loro fede con tanto di feste e pellegrinaggi e potevano anche mantenere il loro sistema di giustizia, purché non mettessero a morte nessuno. Questo restava ai Romani. Però le tasse bisognava pagarle. Ma come farle pagare se non si sa neppure quanti Ebrei ci sono?
Semplice! Basta fare un censimento! Beh, …tanto semplice non è.

Questo censimento non s’ha da fare
Sapete cos’è l’ironia? Ebbene, Luca è uno scrittore ironico. Molto ironico. Ci dice che l’imperatore Cesare Augusto ordinò di fare un censimento e che tutti quelli che erano nell’universo dovevano andare nella loro città di origine a farsi registrare.
Ora, Maria era incinta, ma era sposa di Giuseppe e questo artigiano apparteneva alla famiglia del re Davide, originario di Betlemme. Bisogna però sapere che il re Davide, verso la fine del suo regno, aveva ordinato il censimento della popolazione (2Sam 24) per sapere quanto fosse potente, basando così la propria sicurezza su se stesso e non più su Dio.
Nella promessa che Dio aveva fatto ad Abramo era stato detto che il popolo sarebbe stato numeroso come le stelle del cielo, come la sabbia del mare e che non si sarebbe potuto contare: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” (Gn 15,5. 22,15-18). Per aver disobbedito alla promessa di Dio, Davide viene punito e alla fine riconosce che uno solo è il vero pastore d’Israele: Dio e lui solo ha diritto di sapere quante sono le sue pecore.
Ora, dopo quasi mille anni (Davide morirà verso il 970 a.C.), un imperatore vuole un censimento e Giuseppe deve recarsi a Betlemme perché è della famiglia di Davide e deve obbedire all’ordine di un pagano a cui è consentito fare ciò che a Davide venne proibito! In pochissime righe, lungo il percorso che da Nazareth va a Betlemme, Luca parla quattro volte di censimento e contrappone Cesare Augusto e il suo rappresentante Quirinio a Davide (citato due volte). Ironico, no?

“Avvenne in quei giorni che uscì un decreto di Cesare Augusto di censire tutto l’universo. Questo primo censimento avvenne sotto il governatore della Siria Quirinio. E andavano tutti ad essere censiti, ciascuno nella sua propria città. Salì anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazareth, verso la Giudea, verso la città di Davide, la quale è chiamata Betlemme, perché era della casa e della patria di Davide, per essere censito con Maria sua sposa che era incinta”. 
Si ha quindi una chiara contrapposizione fra Davide e Cesare Augusto, fra il censimento di mille anni prima e quello dell’anno zero, fra l’essere del popolo di Dio e la storia umana fatta di leggi e potere, di eserciti e di violenza. Il tutto in una cornice ironica che esalta ancor più quello che Luca dirà fra poco: il Dio d’Israele è il Dio dell’Alleanza che non guarda alle apparenze ma al cuore, proprio come aveva fatto quando aveva scelto il giovanissimo Davide come futuro re d’Israele (1Sam 16,1-13), scartando ironicamente i suoi fratelli, tutti più forti di lui.

“Avvenne mentre essi erano là che si compirono i giorni del parto. E partorì il suo figlio primogenito. E lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nel locale”.

Natale di chi?
Ma di Gesù! È così ovvio. Fossi in voi non ne sarei così sicuro. Infatti, l’evangelista Luca parla di primogenito (Lc 2,7), di un “nato” (Lc 2,11), bambino (Lc 2,12.17), neonato (Lc 2,16), ma non di Gesù! Bisognerà aspettare al versetto 21, esattamente otto giorno dopo, per sapere che a questo bambino viene dato il nome di Gesù.
Questo per dirci che ciò che conta è tutto il movimento che questa nascita mette in atto. Una nascita che sconvolge lo status quo sociale e che diventa un fatto (Lc 2,15.17.19) di cui parlare per farlo conoscere. Chi legge sa bene che si sta parlando di un Salvatore che è Signore (Lc 2,11), contrapposto a quel Cesare Augusto che vuole fare il censimento di tutto il mondo (Lc 2,1).
Questo prescelto, unto come Messia (Cristo) non ha bisogno di censimenti per conoscere il suo gregge, tuttavia accetta di essere censito, di entrare nella storia in cui l’uomo vuole conoscere per possedere e vuole possedere per dominare e sconfiggere così la sua angoscia dinanzi alla morte. Ma lui non ne ha bisogno. Chissà come mai?

Un Dio rifiutato?
Se Cesare Augusto vuole fare il censimento di tutto il mondo, per sapere fino a che punto arriva il suo potere e quindi tassare i suoi sudditi, il bambino che nasce pare che venga rifiutato dall’albergo e vede la luce in un posto oscuro, in una stalla incavata in una grotta naturale e lì iniziare la sua avventura umana. La realtà è così e non così.
È vero che Giuseppe e Maria non trovano posto con gli altri venuti a farsi registrare, ma Luca non usa il termine albergo, piuttosto vuole introdurci a quello che dirà molto più in là quando descriverà gli ultimi giorni di Gesù. Infatti, la parola che utilizza è katalyma che significa “locale” o “stanza”. Altre volte quando Luca parla della locanda o albergo utilizzerà un’altra parola: pandocheion (Lc 10,34).
Invece ciò che sorprende è che quando Gesù chiederà ai suoi Apostoli di preparare la Pasqua dirà loro di cercare a Gerusalemme una katalyma (Lc 22,11), una stanza al piano superiore di una casa, come per dirci che quel bambino che nasce (e nasce per un motivo ben preciso che poi vedremo) sa già dove andrà.
In apparenza non possiede nulla perché nasce fuori da ogni katalyma, in realtà non ha bisogno di dimostrare il suo potere, come sta facendo Cesare Augusto, perché nasce non per possedere e dominare ma per donare.
Inoltre, le semplici case del tempo avevano una sola stanza, accanto alla quale ve n’era un’altra che faceva da deposito, utilizzata dalle donne al momento del parto. Luca probabilmente si riferisce a questa dispensa quando parla di katalyma e dice anche che il parto avvenne mentre essi erano là (Lc 2,6), quindi già a Betlemme da alcuni giorni e come tutte le famiglie del tempo a struttura clanica, anche quella di Giuseppe lo avrebbe ospitato volentieri, ma… manca un tassello al nostro mosaico.
Le donne che partorivano dovevano restare isolate per 40 giorni e solo dopo potevano rientrare nella vita sociale, restando da sole in questa stanza che fungeva da magazzino, limitando la vita della propria famiglia. Maria, invece, partorisce in un altro locale, in una stalla, scavata nella roccia, come l’archeologia di Betlemme dimostra, così non impedisce il regolare svolgimento della vita dei parenti di Giuseppe presso i quali con estrema probabilità si erano recati. Una scelta di raffinata cortesia che dice come il bambino che nasce non vuole togliere spazio a nessuno ma lui stesso si fa spazio per l’uomo.

“Dei pastori erano in quella regione vegliando nei campi le veglie della notte sul gregge loro. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore brillò intorno a loro. E i pastori temettero un timore grande e l’angelo disse loro: Non temete! Ecco, infatti annunzio per voi una gioia grande, la quale sarà di tutto il popolo perché è nato per voi oggi un salvatore che è Cristo Signore nella città di Davide. E questo per voi un segno: troverete un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia”. 
Molto prima di Chanel
Sì, alcuni profumi erano conosciuti nell’antichità. È vero. Ma erano solo i ricchi che potevano permetterseli. Gli altri ogni tanto bruciavano resine odorose, tanto per cambiare un po’ l’aria dei grandi ambienti, specialmente in inverno. Deodoranti non ce n’erano. Per questo molte delle prescrizioni religiose ebraiche riguardavano i bagni (miqweh) e l’igiene personale. Se avete tempo, andate a Siracusa in via Alagona a vedere il bellissimo miqweh ebraico, uno dei pochi bagni rimastici dall’antichità. Insomma, più uno era devoto e religioso e più si lavava!
Purtroppo, nonostante le raccomandazioni della Legge e il forte spirito di preghiera che animava molti ebrei, ve n’erano alcuni che erano nati idrorepellenti: i pastori. Facevano una vita miserrima. Giorno e notte, loro, i pastori (poimenes), se ne stavano fuori dalla città, sotto le stelle e il freddo, la pioggia e il caldo con le loro greggi (poimen); due parole quasi simili, ad indicare una stretta somiglianza, forse un medesimo destino fra custode e custodito. Nessuno li voleva. Erano reietti, considerati ladri e bugiardi, tanto che, anche se uomini, la loro testimonianza non era ritenuta valida nei tribunali. Erano una plebaglia. Gli ultimi fra gli ultimi. Altro che i teneri pastorelli dei nostri presepi.
Ma è a gente come loro che gli angeli si rivolgono per annunciare la più grande notizia di tutti i tempi: la nascita del “Salvatore, Cristo e Signore”! (Lc 2,11). Questa notizia è “per loro” e non solo il segno che l’angelo dà è “per loro”, ma anzi è “per loro” che è nato il Salvatore.
Solo partendo dagli ultimi è possibile che vi sia gioia grande per tutto il popolo, che la pace raggiunge tutti gli uomini. Come per dire che se non c’è giustizia e verità per i diseredati, non ci può essere pace sulla Terra. Un chiaro messaggio politico. Un profumo nuovo che deve penetrare ovunque.
Ma gli sconvolgimenti non finiscono qui. Anche il segno che gli angeli danno è per lo meno strano. Anzitutto è un segno che appartiene al mondo dei pastori. Facile e comprensibile, poiché il segno è la mangiatoia (Lc 2,12) in cui è stato posto il bambino (Lc 2,7). Forse gli stessi pastori non hanno avuto altra culla che una mangiatoia, ma che questa diventi ora il segno di salvezza e di pace per tutto quel mondo che Cesare Augusto vuole censire per dominare, beh, è per lo meno incomprensibile.

“I pastori parlavano fra loro: Andiamo dunque verso Betlemme e vediamo questo fatto avvenuto che il Signore ha fatto conoscere a noi. E andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il neonato deposto nella mangiatoia”.

Parla solo chi ha visto
Fatto sta che i pastori non avevano nulla da perderci. Pochi passi e avrebbero verificato. Detto così è molto semplice, ma abbiamo già visto che qui tutto è ben diverso da come sembra. I pastori, anzitutto, “parlano fra loro” e dicono “andiamo”. Non è una decisione del singolo, il “ruota tutto attorno a te” e la mania dell’individualismo non esiste. La decisione è presa da tutti e i verbi che seguiranno sono tutti al plurale per indicare un’azione compiuta da un gruppo, da un insieme.
I pastori vanno e trovano il fatto che era stato loro descritto, perché qui Luca vuole parlarci di un avvenimento, di qualcosa che è accaduto e che precede qualunque nostra idea, opinione o sentimento. Insomma è una bordata contro i like e il “mi sento e mi piace”. Qui si parla di fatti che, nel modo in cui sono descritti, si presentano come una leva che sconvolge l’ordine delle cose e della società. E come dicevano i Latini: dopo il fatto si tace.

“Avendo visto, i pastori fecero conoscere sul fatto che era stato detto loro, sul bambino. E tutti quelli che udirono si stupirono di ciò che i pastori avevano detto. E Maria serbava tutti quei fatti meditando nel suo cuore. E se ne tornarono i pastori, glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano udito e visto secondo ciò che era stato detto loro”.

“Fatto” e “parlare” sono i termini che ricorrono di più. E qui è tutto un intrecciarsi di far sapere, comunicare, dire, ascoltare. In ebraico solo Dio ha una parola (dabar) che diventa fatto nel momento stesso in cui viene detta. I pastori parlano di un fatto di cui sono testimoni e nel momento stesso in cui ne parlano, questo fatto diventa attuale, perché la loro non è una parola umana che si basa sul calcolo del censimento, sul potere e quindi sulla paura, la loro è una parola per la pace che diventa lode a Dio e canto.
Un canto umano e una lode che risponde in modo speculare al canto e alla lode degli angeli. Quegli angeli che all’inizio erano apparsi a Maria e a Giuseppe, ora irrompendo nella storia comunicano agli ultimi l’inizio di un sovvertimento che compie la promessa di salvezza attesa per secoli.
Questa preghiera dei pastori precede quella che Luca descrive fatta dai discepoli di Gesù dopo il suo ritorno al Padre (24,53), quasi a indicare che la preghiera dei credenti è vera solo se esprime la gioia e la sofferenza degli ultimi della Terra.

Ma visto cosa?
Vedere un bambino appena nato non è poi quella grande novità che vuole farsi passare. Gli ospedali non esistevano e tutti nascevano in casa. Per cui, il fatto che suscita tanto stupore non è la nascita in sé, ma un altro elemento che Luca presenta ma nello stesso tempo nasconde, quasi come l’indizio di un giallo.
Sono apparsi gli angeli, è vero; questo dovrebbe essere una novità non da poco, perché gli angeli non compaiono a un singolo individuo annunciandogli una vocazione particolare come molte volte era avvenuto nei secoli precedenti, bensì a un gruppo di pastori, coinvolgendoli, in quanto gruppo, in una novità.
Il valore dell’andare dei pastori, della loro visita e della lode finale risiede nel fatto che essi sono una porzione di popolo, un insieme nuovo, quasi un anticipo della Chiesa posta al di fuori dalle mura della città e dal centro del potere quale era Gerusalemme. Ma il muoversi stesso dei pastori avviene per andare a vedere un fatto nuovo che non può essere la semplice nascita di un bambino.
Luca qui sta proprio giocando di fino. Gli angeli hanno dato la spiegazione che quel bambino non è un bambino qualunque. È il Signore, il Messia, nato nella città di Davide come tutte le profezie avevano predetto. Ciononostante Luca pone l’accento non sulla spiegazione data dagli angeli, ma su: “questo sarà per voi il segno” (Lc 2,12).

Il mistero di quella notte
Il segno “spiega la spiegazione”, la giustifica, le dà un senso. Ed è questo senso che è sconvolgente. Se le parole dell’angelo fossero state: troverete un bambino vestito d’oro, ci saremmo trovati dinnanzi a un segno meraviglioso e stupefacente. Invece le parole sono straordinariamente semplici; un neonato, avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia.
Nulla di più naturale, a parte il fatto che non è poi tanto naturale appoggiare un bambino in una mangiatoia. Sarebbe stato meglio, ovvio e logico, senza fare una grinza, deporre il neonato sulla paglia, il giaciglio naturale adottato da secoli e utilizzato fino a non molti decenni fa.
Invece, Luca deve avere quasi un chiodo fisso con quest’idea della mangiatoia, poiché è una parola che usa ben tre volte. Maria partorisce e dopo aver avvolto in fasce il bambino lo adagia nella mangiatoia (Lc 2,7); l’angelo parla ai pastori e dice che il segno sarà il bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia (Lc 2,12); i pastori vanno in fretta e quando arrivano vedono il neonato in una mangiatoia (Lc 2,16).
La mangiatoia è l’unico termine che compare nell’introduzione del racconto quando si introducono i principali personaggi della scena: Cesare Augusto, Quirinio, Giuseppe, Maria e il bambino. Oltre alla contrapposizione fra il censimento di Davide e quello dell’imperatore romano. È presente nell’annuncio dell’angelo presentato come segno che autentifica la sostanza dell’annuncio. Infine nella terza parte quando i pastori vedono proprio la mangiatoia come era stato detto loro.

[7] Maria (…) avvolse in fasce (…) adagiò (…) in una mangiatoia[12] un neonato (…) avvolto in fasce (…) deposto (…) in una mangiatoia[16] il neonato (…) deposto (…) nella mangiatoia

Fasce e deposto sono due parole che rimandano a un altro momento della vita di Gesù: la sua sepoltura (Lc 23,53), ma mangiatoia è l’unico elemento ripreso nelle tre parti del racconto. Un indizio che surclassa Davide, Cesare Augusto ed è dato come garanzia ai pastori, ossia a tutti quelli che vogliono aprirsi alla novità di Dio.
Ma come mai la mangiatoia è così importante? È la traccia che risolve il mistero di quella notte? La spiegazione definitiva di tutto l’intreccio? L’elemento che collega i singoli dati del racconto? Se così fosse potrebbe essere anche il simbolo che riassume tutto il contenuto del vangelo di Luca.
Un’immagine posta all’inizio della vita di Gesù per indicarne il fine, il senso e lo svolgimento. Il tassello mancante che preferiamo non guardare perché ci rovina l’idea del Natale così tanto “romantichina”?

Attenti al forno!
Bruciare la torta o rovinare un microonde perché si è lasciato in forno per troppo tempo il cibo, è un rischio col quale potreste trovarvi assediati da vigili del fuoco e ambulanze in meno di un microsecondo. Questo avviene perché siamo distratti e lo siamo a causa del fatto che di cibo ne abbiamo in abbondanza; se qualcosa va a male, pazienza, tanto il frigo è sempre pieno.
Un tempo non era così. Con apprensione si sperava in un buon raccolto, con fatica si mieteva il grano, con pazienza si levava la pula, con attenzione lo si conservava. Poi la macina, l’impasto, la preparazione del lievito e così quando si arrivava alla cottura si stava ben attenti che il pane non bruciasse nel forno. Per questa ragione nei villaggi principali c’era qualcuno che di mestiere faceva il fornaio. E vi era una città famosa per il suo profumo del suo pane, tanto da essere chiamata casa del pane, Bet-lehem.
Ora iniziamo a capire l’esistenza di un legame fra Betlemme e la mangiatoia, elemento comune in tutto il racconto. Mangiatoia è il luogo in cui si pone il cibo e mangiare, in molte lingue, è un verbo dal suono primitivo, ancestrale, quasi istintivo: pa/ha (ricordate la pappa?), in greco phago e mangiatoia è phatne. Stiamo quindi parlando di cibo e di mangiare. Qualcosa che è comune a tutti gli uomini. Un dato così forte che non c’è cultura in cui anche i morti non siano invitati, in certi periodi, a consumare del cibo con i vivi.
Mangiatoia appartiene al mondo dei pastori e il cibo preferito da loro è l’agnello che, dopo lo svezzamento, viene nutrito nella mangiatoia. Qui Luca ci dice che il cibo che Dio presenta agli uomini che Lui tanto ama, non è altro che il pastore stesso che si fa cibo per noi. Il bambino nato è il vero pastore di Israele che si dà in cibo a tutti. È lui l’agnello-pastore che deve essere posto in fasce nella mangiatoia, simbolo che anticipa la tomba e il sudario, per cui è ovvio che non vi sia posto per lui nella locanda/stanza, perché non può nascere come tutti gli altri.
Lui è il Salvatore che mediante la sua morte e il suo corpo diventa cibo per la vita degli uomini. La mangiatoia è il posto più appropriato in cui doveva nascere anticipando così, mediante questo segno, tutta la sua missione: la sua vita, la sua parola e il suo corpo stesso diventano vero nutrimento di vita vera, ossia di vita che non può più essere dominata dalla morte.
Giovanni, nel suo vangelo, ricorderà che un giorno Gesù disse: “Io sono il buon pastore e il buon pastore dà la sua vita per le pecore” (Gv 10,11) e “Io sono il pane della vita. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).

Tutta un’altra logica
Stando così le cose, è ovvio che i primi invitati al banchetto della nuova festa, con tanto di musiche, danze e canti, non possano essere che i pastori. Essi si oppongono in tutto a colui che si crede il pastore dell’universo, Cesare Augusto e al suo rappresentante nella regione, Quirinio. Nella logica di Dio i primi sono ultimi e gli ultimi primi.
E nell’impero romano gli ultimi degli ultimi sono i pastori, mentre Augusto è il primo personaggio dell’impero.
In questo racconto non solo i due estremi della società del tempo compaiono come attori di un dramma di contrapposizione, ma il Salvatore del mondo, il vero Augusto, si presenta come uno dei pastori ed è pronto a dare la vita per loro, mentre nell’impero i sudditi dovevano dare la vita per Cesare. Solo introducendosi nel mondo come il più povero dei poveri, Gesù avrebbe potuto presentarsi come il Salvatore di tutti. La sua nascita e la sua morte fuori città consentono questa identificazione.
Con i pastori che narrano con gioia ciò che hanno visto, inizia tutto un altro racconto della storia. In ebraico, il verbo sapper indica tanto il raccontare dei pastori quanto il contare nel censimento di Cesare Augusto. Se i cieli raccontano la gloria di Dio, i pastori narrano ciò che loro hanno raccontato gli angeli, così la parola raccontata dagli angeli prima e dai pastori poi si contrappone alle cifre scritte dei conti di Cesare.
Se il primo peccato fu quello di mangiare in modo furtivo, carpendo con forza, per “sapere l’altro”, assimilandolo in sé per possederlo e dominarlo, pensando così di raggiungere la conoscenza del tutto, poiché non ci si era fidati dall’altro, questo peccato del “sapere”, del “contare” per possedere e manipolare, fu lo stesso peccato di Davide che, mediante il censimento, voleva contare il “suo” popolo, mentre era il popolo di Dio, per “mangiare” la carne delle sue pecore, allora la salvezza non può arrivare che dal suo opposto, da un movimento inverso a quello del peccato d’origine. Per questo Dio offre il suo corpo da mangiare, affidando la sua parola agli uomini affinché se ne nutrano.
Natale è Dio che si offre all’uomo nella forma fragile e debole di un bambino perché l’uomo non si impaurisca, ma accolga la parola di vita che non muore.


Gesù è realmente esistito?
Anche se brevemente, gli storici romani parlano di Gesù. Tacito (nella foto) nei suoi Annali, scritti intorno al 115 d.C., parlando dell’incendio di Roma, dice che Nerone accusò i cristiani i quali hanno “questo nome che deriva da Christus, il quale, sotto il regno di Tiberio fu condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato”.
Nel 120 d.C., Svetonio, nella sua Vita dei Cesari scrive che l’imperatore Claudio verso il 50 d.C. “cacciò da Roma gli Ebrei che si agitavano a causa di un certo Cresto (Cristo)”.Giuseppe Flavio, nel 93 d.C., nelle sue Antichità Giudaiche, parla del martirio di Giacomo primo vescovo di Gerusalemme e lo presenta come “fratello di Gesù, soprannominato Cristo”.

In che anno è nato Gesù?
Forse Gesù è nato nel 6-7 a.C.! Sembra ridicolo ma è probabilmente così, perché il monaco Dionigi il piccolo, nel VI secolo, calcolando la Pasqua, fissò la nascita di Gesù nell’anno 753 dalla fondazione di Roma. In tal modo però, il re Erode sarebbe morto verso il 4 a.C., il che non può essere perché era ben vivo quando nacque Gesù.Inoltre, Dionigi, come tutti al suo tempo, non conosceva l’uso dello zero. Ma anche se questo errore oggi è ben conosciuto, gli anni restano quello che sono. E se siamo tutti nati un po’ prima, ci consoli il fatto che più giovani non si può diventare.

La mamma di Gesù
Maria è colei che ha dato il proprio corpo per dare un corpo a Dio che si fa nostro cibo. Lei si è fidata della parola di Dio e resta un modello per tutti, perché tutta la sua vita è stata un’esistenza di fede che ha saputo riconoscere i segni della presenza di Dio nella quotidianità.
La notte di Natale, gli angeli appaiono ai pastori e lei si fida di quello che i pastori dicono. Dai piccoli segni di ogni giorno ha saputo riconoscere il grande disegno di amore di Dio per noi.

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