Il ghiaccio scotta

DOSSIER di Ilaria Beretta Il ghiaccio scotta L’Artico si sta sciogliendo. La causa è il cambiamento del clima. E l’uomo, come un...


DOSSIER
di Ilaria Beretta

Il ghiaccio scotta

L’Artico si sta sciogliendo. La causa è il cambiamento del clima. E l’uomo, come una nave in avaria, sta affondando anche lui. Se non corre in fretta ai ripari, sarà la catastrofe.

Sembra uno degli ultimi luoghi incontaminati del pianeta e invece questa enorme distesa di ghiaccio poco popolata è la più fragile del mondo. L’Artico – la regione che circonda il polo nord con una calotta fatta di ghiacci e la cosiddetta banchisa galleggiante sul mare glaciale – è la zona che sta pagando il prezzo più alto per il cambiamento del clima.
Quando si sente parlare di scioglimento di ghiacciai e innalzamento della temperatura, di solito si pensa sia una faccenda di vita o di morte solo per gli orsi polari e i pochi che hanno scelto l’Artide come residenza. In realtà, quello che succede nella zona più remota della Terra ha ripercussioni in tutto il mondo, comprese le latitudini medie dove viviamo.

Ppm
Ppm: è questa la sigla che bisogna conoscere quando si parla di cambiamento climatico ed effetto serra perché ne è l’unità di misura. Le parti per milione – ppm appunto – indicano la concentrazione di una soluzione, ovvero quanti grammi della sostanza analizzata sono presenti in un milione di grammi di soluzione totale.
Nel caso dell’atmosfera, con ppm si misura la quantità di anidride carbonica che vi è contenuta. Nell’aprile 2017 per la prima volta la media di CO₂ nell’atmosfera era di 410 parti per milione: si tratta del valore più alto mai registrato dal 1958. Da allora – quando le ppm erano 315 – in sessant’anni l’anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata di circa il 30 per cento.

 
Problema dell’Artico. Ma anche nostroLa Terra è infatti un sistema unico in cui tutto si tiene: le conseguenze di quel che succede in un posto prima o poi arrivano anche dall’altra parte del globo. Proprio per questo il destino dell’Artico è legato a quello delle altre città del mondo, a partire da Miami, Mumbai, Shanghai e a tante altre località costiere del pianeta.A essere influenzato è innanzitutto il clima della Terra: anche se non ce ne siamo mai accorti, infatti, i ghiacci polari funzionano un po’ come un condizionatore, fondamentale per regolare le temperature e refrigerare il pianeta. Oggi la porta del frigo del mondo è stata lasciata aperta e l’Artico e tutto quello che contiene sta per andare a male...Lo ha spiegato bene anche l’ex segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: «Quando l’Artico soffre anche il pianeta sente il dolore; viceversa se il pianeta è sotto assedio anche l’Artico è vittima. Lo dicono gli scienziati: l’Artico si sta riscaldando più velocemente del resto del pianeta e per questo è l’epicentro dei cambiamenti climatici. Un innalzamento di 2 gradi in Europa potrebbe portare all’aumento di 4 gradi nell’Artico e al suo definitivo scioglimento».
 
Si sciolgono dati preziosi
D’accordo, il ghiaccio si sta sciogliendo in tutto il mondo: ma in sostanza qual è il pericolo? I problemi sono tanti: se un ghiacciaio scompare è innanzitutto una grave perdita di acqua per le regioni dove dimorava, che improvvisamente non possono più contare sulla sua riserva idrica.
Poi, l’esaurirsi di un ghiacciaio significa cancellare informazioni preziosissime sulla Terra: anno dopo anno, infatti, la neve si accumula e questo procedimento si può ripetere anche per milioni di anni – sempre che le temperature non tirino brutti scherzi. Il risultato è che piano piano il ghiacciaio si stratifica e più in profondità andiamo, più si va indietro nel tempo.
In particolare, il ghiaccio funziona come una banca dati che registra e conserva le notizie meteo del passato. Analizzando uno strato di ghiaccio si può infatti risalire alla temperatura del mondo in un certo momento storico oppure alla quantità di gas serra e anidride carbonica nell’atmosfera dei decenni passati.
Per cercare di salvare questi dati importantissimi per chi si occupa di clima, gli scienziati stanno prelevando dai ghiacciai a rischio delle carote di ghiaccio – estraendole dal blocco come se fossero il torsolo di una mela – e le stanno congelando in una sorta di archivio-freezer. Un lavoro del genere, per esempio, lo fanno i ricercatori dell’Università di Venezia insieme a quelli di Grenoble (Francia) sui ghiacciai del Monte Bianco. Ma lo stesso discorso vale anche per i ghiacciai dell’Artide, così antichi che – grazie a loro – gli esperti sono riusciti a risalire al clima di ottocentomila anni fa!

Più anidride carbonica, più caldo
Per la maggior parte della sua vita, la Terra ha trattenuto nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica compresa tra le 180 e 280 parti per milione (ppm). Solo negli ultimi 150 anni, praticamente dall’inizio dell’età industriale ad oggi, la CO₂ ha continuato a crescere ed è arrivata a superare da poco le 400 parti per milione. Una situazione così grave non si era mai vista sulla Terra, eccetto 5 milioni di anni fa quando però non esistevano ancora calotte polari né la vita umana.
Ma facciamo un passo avanti: a queste concentrazioni di anidride carbonica in crescita, corrisponde un generale aumento della temperatura del pianeta. Il fisico che per la prima volta nel 1958 ha misurato la CO₂ nell’atmosfera e segnalato il suo legame con il caldo del mondo è stato l’americano Charles Keeling.
A lui si deve l’omonima curva che mostra come, continuando a bruciare combustibili fossili, l’anidride carbonica cresca nell’atmosfera e crei ondate di caldo straordinario. Guardando il grafico dei decenni passati, ad esempio, si capisce a colpo d’occhio che gli ultimi 17 anni sono stati tutti da record per quanto riguarda le temperature medie globali.

Capire i ghiacci per capire il mondo
Nonostante esistano centinaia di ricerche su questi temi, ai cambiamenti climatici e allo scioglimento dei ghiacci (che si vedono ormai anche ad occhio), c’è ancora chi non ci crede. Il guaio è che tra loro ci sono anche politici importanti come il presidente americano Donald Trump, il quale ritiene che il cambio del clima sia una bufala confezionata ad arte dai cinesi per danneggiare l’economia statunitense.
Per fortuna sono tanti i ricercatori che ogni giorno si occupano di studiare meglio il problema, proprio a partire dalla regione artica dove gli effetti della mutazione sono più evidenti rispetto alle nostre latitudini. Gli italiani sono in prima linea in questo campo e non a caso il Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) ha installato una base a Ny-Alesun, un paesino sulle isole artiche delle Svalbard dove vivono e lavorano 150 scienziati provenienti da tutto il mondo.
Gli italiani hanno costruito una torre alta 30 metri e orientabile secondo i venti che raccoglie dati su temperatura, gas serra, anidride carbonica e vari inquinanti. Con questo strumento, i ricercatori hanno scoperto che ogni dieci anni l’Artico si è scaldato di tre gradi: più velocemente rispetto al resto del pianeta. In particolare in autunno – la stagione dove cominciano le prime nevicate – si registrano sei gradi in più che impediscono al ghiaccio di rafforzarsi grazie ai nuovi fiocchi.

Da ghiaccio ad acqua
È stato invece un satellite dell’Agenzia Spaziale europea (Esa), chiamato Cryosat, che – volando a 700 chilometri sopra la Terra per monitorare il ghiaccio 14 volte al giorno – ha rivelato come sono cambiati i ghiacci marini negli ultimi 40 anni. Confrontando le immagini satellitari di ogni settembre si scopre che in questo periodo si sono sciolti 3 milioni di chilometri quadrati di Artico, più o meno l’equivalente di 10 Italie.
Anche Peter Wadams, uno dei più grandi studiosi di ghiacci del mondo e autore di Addio ai ghiacci. Rapporto dall’Artico (Bollati Boringhieri, 2017), non ha dubbi: «Ho iniziato a misurare il ghiaccio marino nel 1971 a bordo di sottomarini britannici. Tornai a navigare nelle stesse zone nel 1987 e mi accorsi subito che in undici anni lo spessore si era ridoto del 15 per cento. Oggi lo stesso strato è più sottile del 50 per cento. Mi aspetto un artico libero dai ghiacci in estate entro cinque anni e la colpa è nostra».
Insomma, i ghiacciai dell’Artico si stanno trasformando in neve sciolta. Il problema è che sta succedendo molto velocemente, più di ogni altro posto. Il fenomeno si chiama “amplificazione artica”: ghiaccio e neve riflettono il 90 per cento delle radiazioni solari e ne assorbono dunque una minima parte. Viceversa, se la superficie è più scura – com’è quella dell’acqua – i raggi vengono captati dal mare che si scalda, sciogliendo il ghiaccio da sotto la superficie oceanica.

Addio, permafrost
Ma i segni della malattia del ghiaccio non finiscono qui. A sciogliersi è anche il permafrost, terreno ghiacciato che – pur modificandosi tra estate e inverno – non si scongelava mai del tutto. Sopra le piattaforme continentali, infatti, esiste un solo strato di acqua superficiale polare che prima del 2005 era sempre rimasto ghiacciato. Questo faceva in modo che anche d’estate le temperature fossero vicine allo zero e che l’acqua oceanica non si riscaldasse.
Oggi invece il permafrost si trasforma spesso da ghiaccio in acqua e lascia penetrare i raggi solari nelle profondità del mare, scongelando anche i sedimenti conservati sul fondo dell’oceano che finora ha funzionato come un freezer. Questi depositi risalgono all’ultima era glaciale (ovvero hanno tra i 15mila e i 7mila anni) e per decine di migliaia di anni sono rimasti intrappolati nelle profondità marine.
Tra questi c’è anche il metano, un composto che rimane stabile solo ad alta pressione e basse temperature: se il permafrost si scioglie il gas emerge allo stato puro e risale in superficie sotto forma di bolle che trasformano il mare in un’enorme pentola sul fuoco.
Gli scienziati hanno misurato i sedimenti di metano nascosti sotto la Piattaforma Siberiana Orientale: si tratta di 400 giga tonnellate di metano di cui almeno 50 potrebbero essere liberate entro pochissimi anni. E in termini di riscaldamento, il metano è un gas serra molto più potente rispetto all’anidride carbonica.
Insomma: il risultato dello scioglimento del permafrost sono emissioni che arrivano all’atmosfera gratis, nemmeno come controindicazione dovuta alla combustione per le esigenze di riscaldamento o trasporto. Altro grave problema è che per bloccare il metano non si può fare granché, a meno di non voler raffreddare l’acqua e far tornare il ghiaccio marino… un’operazione troppo difficile.
Alcuni hanno proposto di stendere teli di plastica sotto il livello del mare per catturare il metano e poi inviarlo a centrali di combustione ma – visto che l’intero fondale dell’Artico possiede metano – bisognerebbe ricoprire l’intero mare siberiano. Altri hanno invece suggerito di installare pozzi di perforazione con i quali raccogliere il metano ancora prima che fuoriesca: il problema è che ne servirebbero moltissimi per coprire l’intera superficie oceanica.

Il ghiaccio? È nero
L’atmosfera unisce il mondo e per questo all’Artico arrivano le particelle inquinanti di tutto il pianeta. A prendere il volo verso il nord sono le polveri più leggere, generate per esempio dal motore delle auto, incendi agricoli e attività industriali.Tutto questo materiale, chiamato “carbonio nero”, assomiglia alla fuliggine e sporca i ghiacciai. Le macchie sono molto pericolose: essendo scure, d’estate assorbono più raggi solari, diventano più calde del ghiaccio circostante e creano un buco nella lastra.All’interno di questo foro possono agire addirittura dei batteri che creano un tappeto di vegetazione, mentre l’acqua di fusione scioglie i sali contenuti nella fuliggine dando sostanze nutritive a un ecosistema che riesce a sopravvivere in un luogo a dir poco inospitale. 
Orso bianco a rischio
A fare le spese del ghiaccio che si scioglie è anche l’orso bianco che fa sempre più fatica a cacciare le proprie prede camminando sul permafrost. Al mammifero non resta che nuotare per mangiare ma, se i ghiacci dovessero sciogliersi così tanto da allontanare ancora di più le terre fra loro, l’orso non sarebbe in grado di nuotare per una distanza così elevata e sarebbe condannato all’estinzione.
Già adesso il ghiaccio marino scompare per i mesi estivi e autunnali obbligando l’orso al digiuno. L’associazione ambientalista Wwf ha scoperto che in Canada per ogni settimana di anticipo sullo scioglimento dei ghiacci rispetto alle condizioni “normali”, gli orsi perdono 10 chili di peso e rendono la loro salute davvero precaria.

Dall’artico arrivano uragani
L’instabilità dell’Artico – che ha sempre funzionato come una valvola di regolazione della temperatura globale – compromette anche il clima nel resto del mondo. Lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento della temperatura provoca per esempio l’innalzarsi del livello del mare che crescerà di un metro e mezzo entro la fine del secolo.
Le zone più a rischio? Il sud est asiatico con Indonesia e Filippine e la costa orientale degli Stati Uniti che comprende la Florida e lo stato di New York. Anche l’Italia, essendo una penisola sul mare, è minacciata e – secondo l’istituto di ricerca Enea – le zone a rischio sono ben sette con in testa Venezia la cui acqua è cresciuta di 30 centimetri in un secolo.
Dal 1800 ad oggi anche la temperatura del nostro Paese è aumentata di oltre due gradi, circa il 40 per cento in più rispetto alla media globale. Un gruppo di ricercatori coordinati da Antonello Pasini ha scoperto e poi pubblicato sulla rivista Scientific Reports che la temperatura del mare più alta aumenta la violenza dei tornado nel mar Mediterraneo. Il calore delle acque infatti regala energia e vapore acqueo all’atmosfera che poi lo scarica in maniera violenta sulla terra sotto forma di uragani prima poco frequenti dalle nostre parti. Analizzando il ciclone che si è abbattuto su Taranto nel 2012 causando un morto e 60 milioni di danni, per esempio, i ricercatori hanno scoperto che il mare era un grado più alto della media del periodo.

L’ultima cassaforte del pianeta
Ma quello che è un problema per gli scienziati, è un affare per i grandi del mondo. Lo scioglimento dei ghiacci infatti sta aprendo rotte commerciali nuove e svelando territori mai esplorati.
Innanzitutto, i ghiacci che si diradano mettono per la prima volta in collegamento l’Oceano Atlantico a quello Pacifico anche a nord, aprendo una via navigabile che dimezza il tragitto tra America ed Europa e fa risparmiare ben 4000 chilometri alle navi cargo che oggi transitano per il canale di Panama. È successo nel 2007 e poi ancora nel 2012 ma si prevede che ben presto i rompighiaccio non saranno più necessari per passare da una parte all’altra.
Ma l’Artico è un osservato speciale anche perché il suo sottosuolo ghiacciato è ricchissimo di risorse minerarie. È come se una cassaforte, l’ultima rimasta nell’intero pianeta, stesse emergendo pian piano dalle acque rivelando un enorme tesoro.
Cosa c’è sotto? Idrocarburi e metalli rari di cui i governi di tutto il mondo sono ghiotti tanto che ben presto il polo, già conteso, potrebbe diventare il centro di gravissime tensioni internazionali.

Il baleniere guru degli scienziati polari
I primi viaggiatori a monitorare in modo continuo l’estensione del ghiaccio artico e la sua variazione anno dopo anno furono i balenieri e i cacciatori di foche attivi nel mare di Groenlandia. Uno dei più importanti, quello che seppe coniugare l’abilità nella caccia alle balene con interessi scientifici, fu William Scoresby Junior (1789-1857) nato a Whitby in Inghilterra. Nel 1820 scrisse il primo libro in assoluto sulle condizioni dell’Oceano Artico e sulla variabilità del ghiaccio marino. Ancora oggi il suo testo è fondamentale per chi si occupa di scienza polari. 

Troppi interessi
La Russia già da tempo trivella sotto i suoi ghiacci, in Siberia, e per questo si è guadagnata molte proteste da parte delle associazioni ambientaliste. Per difendere i propri interessi in quelle terre, Mosca ha aperto basi militari nella zona e installato delle testate nucleari al confine con la Norvegia.
In Groenlandia, invece, presso un villaggio di mille abitanti, sta per essere aperta la più grande miniera a cielo aperto per estrarre uranio e terre rare, materiali utilissimi per costruire i dispositivi tecnologici. Per realizzarla Cina e Australia – che da qui distano migliaia di chilometri – hanno investito centinaia di miliardi: segno dell’interesse che circonda l’Artico.
C’è chi ha persino provato a quantificare il giro d’affari che finora si è nascosto sotto i ghiacci: il valore delle risorse dell’Artico si aggira intorno ai 20 trilioni di dollari, l’equivalente dell’intera economia americana.
Si capisce quindi la contraddizione: da un lato i governi si dovrebbero impegnare a contenere gli effetti del cambiamento climatico sull’Artico che rischia di mandare alla malora l’intero pianeta, come hanno promesso nel 2015 con gli accordi di Parigi con cui si sono impegnati a contenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi rispetto all’epoca preindustriale.
Dall’altro lato, però, molti di quegli stessi politici hanno tutto l’interesse che il ghiaccio scompaia liberando un tesoro di materie prime tra cui per altro ci sono (di nuovo!) petrolio e carbonio, combustibili fossili che arricchirebbero una generazione condannando alla morte quelle del futuro.

 E in Antartide? Il ghiaccio c’è
In Antartide – cioè al polo sud – il ghiaccio avanza. Nel settembre 2013 il ghiaccio marino antartico aveva raggiunto il suo record, con 19,47 milioni di chilometri quadrati d’estensione. Una cifra importante che – se dovesse continuare a crescere – potrebbe compensare la riduzione dei ghiacci dell’altro polo.Eppure anche qui il clima si sta riscaldando… Com’è possibile dunque l’avanzata del ghiaccio? Il merito è del tipo di ghiaccio marino presente in Antartide (detto “a frittella”) che è più resistente di quello dell’Artico. Inoltre il ghiaccio del sud è più isolato dalle terre emerse e l’Oceano meridionale che lo circonda è umido e causa molte precipitazioni, comprese la neve che – posandosi sul ghiaccio marino – lo protegge dallo scioglimento.

Cosa fare?
Che lo scioglimento dei ghiacci è anche affare nostro, a questo punto, lo abbiamo capito tutti. Ma cosa si può fare per cambiare rotta e frenare il destino apocalittico che sembra toccare l’Artico prima e la Terra intera subito dopo?
Gli scienziati hanno proposto questa soluzione: si potrebbe risucchiare l’anidride carbonica dall’atmosfera per riabbassare la temperatura ed evitare che le molecole di CO₂ rilascino calore nei prossimi anni, ma per ora le tecnologie che consentirebbero il procedimento sono ancora troppo costose.
La cosa che si può fare, soprattutto per chi è ancora giovane, è studiare il problema per trovare alternative realizzabili. Una materia utile in questo senso è la geoingegneria con la quale si potrebbero inventare marchingegni efficienti con cui manipolare il clima. Ma anche fisica, matematica ed economia servono alle scienze polari, purché le competenze di ogni disciplina siano messe insieme in modo da creare un unico quadro della situazione.
Solo così i politici di tutto il mondo potranno rendersi conto davvero dei costi (anche sul piano finanziario) che la modificazione dell’Artico avrà sul loro Paese e decidersi a fare qualcosa.
Nel nostro piccolo ognuno può ridurre gli sprechi e l’uso dei combustibili fossili: trasformare la propria casa in senso rinnovabile, guidare auto a basso consumo, muoversi in bicicletta e soprattutto chiedere senza stancarsi al proprio governo di impegnarsi con serietà per contrastare il cambiamento climatico e salvare l’Artico e la Terra dal loro tragico destino.


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Male anche il 2018
Settembre è un mese importantissimo per chi si occupa di Artico perché proprio in questo periodo i ghiacci, arrivati alla fine dell’estate, raggiungono la loro minore estensione. Il National Snow and Ice Data Center da anni raccoglie informazioni sul ghiaccio marino del polo nord ma ultimamente i suoi bollettini portano solo cattive notizie.Il 2018 non ha fatto eccezione e proprio a settembre il ghiaccio marino si è ridotto a 4,59 milioni di chilometri quadrati. Non è il peggior risultato in assoluto: nel 2012 si era arrivati a una superficie di appena 3,39 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio, ma il valore è comunque il sesto peggiore degli ultimi 40 anni.

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